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martedì 15 ottobre 2013
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Quando avevano invitato Alice a vivere in casa con loro, i
genitori avevano chiesto a Gaspare di amarla.
Gaspare non fu ispirato in tal senso fin dall’inizio:
osservava la giovane orfana come se fosse una mosca. Aveva l’impressione che si
posasse sui mobili, sul cibo, sulle mani e che si aggirasse per le stanze con
una velocità (del pensiero) che a loro che vi abitavano da tanti anni era del
tutto sconosciuta.
La richiesta dei genitori era suscitata dalla pietà di cui
erano convinti che Alice dovesse essere oggetto; tuttavia il motivo di tale
obbligo gli era rimasta a lungo incomprensibile visto che non aveva ascoltato
la sua triste storia.
Alice non era bella, non proveniva da una terra lontana, non
sospirava: avrebbe potuto entrare in casa con il titolo di inserviente e
nessuno di loro, tanto meno i suoi genitori, si sarebbero accorti di lei o del
suo vissuto.
Un evento del passato legava suo padre al padre di Alice e
doveva bastare per rispettarla: se fossi nei panni di mio padre mi sarei
comportato allo stesso modo, si diceva Gaspare, facendo l’equazione della
morale, pur non conoscendo l’argomento in questione.
Durante le prime settimane Alice si dimostrò abbastanza
solitaria, guadagnandosi gli appellativi di riservata e timida; tuttavia in breve
tempo strinse amicizia con la vecchia nonna di Gaspare, una donna che lui non
considerava di maggior valore della cuffia ricamata che giaceva sui suoi radi
capelli, visto che nella maggior parte delle occasioni si dimostrava incapace
di proferir parola. Dopo che Alice ebbe preso l’abitudine di sedere accanto a
lei, i familiari furono costretti mutare opinione sul livello di partecipazione
alla realtà della vecchia: l’anziana signora rispondeva ad Alice, a patto che
lei le si rivolgesse cantando.
Gaspare si accorse per ultimo, dopo che i genitori gli
ebbero manifestato il loro stupore, che le due chiacchieravano tra loro,
canticchiando a mezza voce. Fu allora che le rivolse la parola per la prima
volta: era curioso di sapere come aveva partorito quell’idea.
I grandi aedi dell’antichità ricordavano lunghissimi poemi
a memoria grazie alla musica: li cantavano, ma non avrebbero forse saputo
mettere per scritto o scandirli senza ritmo. Le parole rimangono nella musica
più a lungo di quanto non rimangano nella nostra razionalità.
Gaspare scoprì che Alice era istruita: non era andata a
scuola ma era stata la pupilla di un vecchio professore che abitava nel suo
paese, che le aveva insegnato il mondo attraverso la poesia e la letteratura.
Così Alice raccontava tutto come se si trattasse di un argomento degno di
un’ode.
In un primo momento Gaspare rise come si ride quando si
ascolta una barzelletta già sentita, ma poi si accorse che i suoi lunghi
discorsi non lo stancavano e questa fu già un’ammissione potente. L’amore per
lei nacque progressivamente, inizialmente senza passione ma con una sete
inestinguibile di vederla e sentirla parlare.
Quando glielo disse, lei gli confessò che ricambiava e
Gaspare scoprì che Alice gli appariva bella, irresistibile. Percepiva il
fremito sulla superficie delle mani di Alice, pronte ad accarezzarlo fino a
consumarsi, e si abbandonò ad un sentimento d’amore che lo faceva sentire, al
contempo, un lattante ed un vecchio.
Decisero di sposarsi, con l’approvazione ma con la preoccupazione
dei genitori di Gaspare: amavano Alice ed avevano invitato il figlio a fare
altrettanto, ma il cambiamento del giovane rampollo lasciava intravedere loro
che il suo destino, che appariva deciso fin dalla sua nascita, era
profondamente mutato. Per loro, in quel momento, risultava imprevedibile: il
ragazzo voleva lavorare e trasferirsi con la giovane moglie nella cittadina
dalla quale lei proveniva.
Cominciare con un magro stipendio e da un luogo provinciale:
per Gaspare la questione era molto più affascinante e non la avrebbe mai
definita con tale parole.
Voleva cominciare la loro vita, con Alice, dai luoghi che le
avevano dato i natali: conoscere quelle dune e gli snelli alberi alla cui ombra
lei era cresciuta ed infine era giunta fino a lui.
Era certo che da quel punto sarebbero giunti al luogo
successivo del loro amore.
Quel luminoso settembre del 1920 si sposarono e ancor
freschi della festa, profumati di borotalco e lavanda, giunsero ad abitare
nella stanza che per la prima volta era interamente loro. Avevano abitato per
qualche settimana nella casa dei genitori di lui ed avevano dormito insieme
nella stanza che Gaspare aveva occupato fin dall’epoca in cui era stato capace
di dormire da solo.
Quella stanza, soprattutto durante la notte, rivelava molto
di ciò che Gaspare era stato, un bambino, fino a poco tempo prima: l’ombra dei
ninnoli e degli appendiabiti sui quali, per un periodo eterno, erano stati
disposti, in un ordine da esposizione universale, i suoi completini ed i suoi
accappatoini, proiettavano la loro ombra sulle pareti.
Durante le loro chiacchierate notturne i due solevano tenere
un lume acceso e la voce di Gaspare rallentava e diveniva nostalgica, mentre il
suo pensiero dava un nome ed una data di nascita a tutte quelle cose con le quali
era cresciuto, che non gli appartenevano ma che erano state sue servitrici.
Alice lo ascoltava, alzava il braccio magro e le indicava, si aggirava per la
stanza con i piedi leggeri, veloce come una zanzara, li toccava, chiedendo a
lui di raccontare il motivo per il quale quel carillon, quel soldatino a
cavallo era rimasto proprio lì, cristallizzato sul suo scrittoio, irrigidito
per la lunga attesa di un ordine. L’odore di quella stanza, dolce come quello
degli unguenti per il bagno, ispirava a Gaspare racconti che difficilmente
avrebbe creduto di poter richiamare alla memoria, con i quali condì l’attesa
che li avrebbe infine portati in Toscana, nella terra natale di lei, nella
piccola cittadina sul lago, vicino alla tenuta nel cui grande parco pascolavano
dromedari, non nella sua casa perché lei non ne aveva.
La stanza che affittarono, con un anticipo fornito dai suoi
genitori, era spoglia e lontana dalla strada. Vi giungevano, pianissimo, i
rumori degli animali del padule, degli agricoltori al lavoro, di qualche
carrozza come quella sulla quale erano giunti.
A volte cerco di immaginare la pineta ed il mare dall’alto, con gli occhi di un uccello: deve apparire così diversa rispetto a come la viviamo a questo livello. Superate le montagne, si scende un po’ e ci si lascia alle spalle il sole appena sorto: dal cielo, l’alternarsi delle dune e degli specchi d’acqua sembra una bandiera scintillante, estesa per chilometri, che poggia sull’invitante verde della vegetazione. Dal basso, non possiamo vedere quello scintillare: dimentichiamo la forza del talismano, fino a che non ci alziamo nuovamente in volo. L’incantesimo, l’attrazione non ricompare fino alla prossima migrazione, quando la stagione ci riporta al di là delle Apuane, sulla costa.
Queste sue parole si ripeteva Gaspare, la notte, quando
abbracciato ad Alice ascoltava il lento, quasi impercettibile movimento del
lago. La casa era di un’amica di Alice e Gaspare si affezionò ben presto
all’odore di quelle stanze, che originava dalla cucina e si intestardiva,
distraendo tutte le loro attività, all’ora dei pasti, richiamandoli come due
topolini in trappola.
Il padre della padrona era proprietario di una serra e
pescatore. Non di rado cacciava anche, con un vecchio fucile che aveva
ereditato e che continuava ad odorare di polvere da sparo molti giorni dopo che
aveva sparato. Così, quando Gaspare scrutava quell’arnese, appeso alla parete,
come un qualsiasi ornamento, provava un senso di sospetto misto a reverenza
quale si prova di fronte ad una belva che sommessamente preannuncia il proprio
ruggito.
Il pensionante lo portò a pesca, la mattina presto e qualche
volta durante la notte. Gaspare non aveva difficoltà a sopportare la lunga
attesa; a volte confondeva la veglia con il sogno e si scuoteva, si dava uno schiaffo,
allora si accorgeva di essere completamente sveglio e credeva di vedere
qualcosa di meraviglioso, incomparabile: le lucciole infarcivano le sponde del
lago come balconi addobbati a festa, ma con maggiore dolcezza ed irriverenza
dei lumi umani, spengendosi e nascondendosi alla vista per lunghi minuti, come
sorrisi mal celati di bambine. Il riflesso dei punti luminosi si fondeva in
nastri baluginanti, che scorrevano sulla superficie dell’acqua bassa e nera. A
volte Gaspare immaginava di poter leggere quei caratteri aramaici e scovarvi la
bibbia dei pesci, degli aironi, delle ranocchie: grandi ed inafferrabili verità
sulla vita che sta in mezzo, tra l’acqua e la terra.
Alice aveva ripreso il mestiere al quale era stata iniziata
da piccolina: la sarta. Confezionava abiti costosi o a modici prezzi. Quando
venne la notizia che era tornata, la sarta che le aveva insegnato la andò a
trovare e le offerse il lavoro. Con i loro primi risparmi, comprarono una
bicicletta e così insieme a volte si recavano nella piccola cittadina alla fine
della strada che attraversava l’infinita pineta. La bicicletta di Gaspare
ondeggiava, dirottata dai colpi di vento o dalla distrazione, mentre Alice
stringeva le dita attorno al metallo freddo del manubrio e raccontava a Gaspare
le storie di quel luogo così piccolo da essere raggiunto da echi di storie e
gesta lontane, così trasfigurati dalla distanza da diventare immaginazione.
Alle volte, inventava per lui qualche verso e lo canticchiava, un po’ fuori
tono.
L’airone ornato di brace, di
Invisibili raggi dipinto, dall’
Alto come ombra calava, così
Coma fa un frammento di bandiera,
ormai libero, lento va sul vento
pietra immateriale adagiata
sul dorso delle onde magnifiche.
Immobile, è un giunco adesso
Un’erba bianca con foglie sottili
Che si confonde con i più comuni
Riflessi, l’ infisso nell’acqua…
Grazie alla bicicletta, Gaspare trovò un lavoretto come corriere e cominciò ad andare ad imparare il mestiere dal tipografo. Tutto si era stabilito molto velocemente: vivere di nuovo in autonomia aveva stimolato il lato pratico di Alice, che aveva guidato con maestria i primi passi di Gaspare attraverso la gente che conosceva e che poteva aiutarli.
Una sera, Alice e Gaspare si spinsero a passeggiare fin
dentro la pineta, vicino alla spiaggia, tanto da poter udire il rumoreggiare
placido del mare. Alice si fermò e chiese a Gaspare di tornare indietro: aveva
freddo e paura di spingersi oltre dopo il calare del sole.
Gaspare rise e la tirò a sé, sospingendola poi perché
proseguisse, ma lei si tirò indietro e si allontanò di qualche passo. Ripeté
che non intendeva proseguire, che conosceva la pineta e non voleva arrischiarsi
durante la notte.
“Conosci la pineta, di giorno. Non sei te che mi hai parlato
della pioggia e dell’aria notturna che è così idilliaca tra i pini sotto la
luce della luna?”
“Non sono io, è stato un poeta. Non voglio andare, torno a
casa.”
“Non pensavo che avresti mai avuto paura di fare qualcosa
insieme a me.”
“Sei irragionevole. Non ho intenzione di seguirti. Se vuoi
andare, vai, io me ne torno a casa. Sei davvero un bambino.”
La guardò: lei appariva più acerba dei due, malgrado
avessero la stessa età. Ma era più saggia e lui…il suo aspetto di uomo poteva
non far intuire il suo spirito.
Gaspare in risposta le sorrise, non aveva altro modo per
esprimere ciò che lei suscitava in lui e lo prosciugava di ogni parola. Se solo
avesse avuto il coraggio di cantare in risposta, come lo aveva avuto sua nonna…
Alice si allontanò e sparì sul sentiero: Gaspare era ormai
solo ma non si sentì abbandonato. Si voltò verso gli alberi, in direzione dello
stormire acuto dei grilli che si nascondevano in basso, chiuse gli occhi ed
inspirò l’odore degli ultimi camuciori che veniva trasportato dal vento dai
cespugli vicini. Aprendo gli occhi, ormai abituato al buio, distinse le macchie
di luce che velocemente si spostavano tra gli alberi: erano i riflessi della
luna nelle pozze che frammentate si ricongiungevano tra loro durante l’autunno,
con la pioggia.
La cercherò qui, la mia Alice, pensò, anzi, cantò
nella sua mente.
Si è allontanata da me e non so dove la incontrerò ma
esplorerò il mondo per trovarla. A cominciare da questo piccolo mondo. A
cominciare dai pini snelli che fanno posto ad alberi più grandi, alle querce ed
ai tigli che proiettano l’ombra di una nuvola, dall’istante in cui il cormorano
riemerge dall’acqua, dall’immobilità dell’airone che è amico dell’orizzonte,
dalla casa per le barche sfasciata, che sta sprofondando. Dal porticciolo di
canne di bambù, dalla stalla dei cavalli che a volte viene invasa dal fango,
dalle ninfee che incontri a sorpresa in un piccolo stagno vicinissimo al mare,
dalla piccola conchiglia che si impiglia tra le dita mentre cammini.
Mentre pensava a tutte queste cose, camminava, scandendo i
passi con il ritmo musicale di quelle parole, riconoscendo ciò che diceva
dentro di sé all’esterno, immerso nella luce della luna. Toccando le fronde
degli alberi, le sue mani divennero fresche, bagnate dalla prima rugiada,
quella ancora segreta, che gli uomini non incontrano, ed i suoi orecchi si
fecero più sensibili ai rumori degli altri che vegliavano e si spostavano
durante la notte: un cinghiale, una cornacchia, alcuni daini. Gaspare si stupì
di poter essere così silenzioso e di mimetizzarsi tanto, nel buio. Si sentiva
spronato nell’andare avanti, superò i fossi ed infine sentì la cedevolezza
della sabbia sotto i piedi. Era così: la spiaggia era il sorriso argentato
della pineta, baciato dal mare che si protendeva e si ritirava, così impaziente
da avanzare in continuazione. Gaspare si inginocchiò ed accarezzò la sabbia,
alzò il capo e vide la luna, quasi piena, che splendeva in alto, nel cielo, dal
punto in cui Alice immaginava di guardare il padule dall’alto, avvicinandosi
alla costa da terre lontane.
Eccoti, mia cara.
Sorrise alla luna: finalmente l’aveva trovata. Ora non gli
restava che attendere che atterrasse sulle terre scintillanti per poi alzarsi
nuovamente in volo con lei e migrare.
Tornò sui suoi passi e la trovò, lì: nel loro letto, Alice
dormiva. Carezzò il suo viso pallido, che sembrava splendere di luce propria,
come la luna, come la aveva vista nel cielo, dopo che era sorta dalla pineta.
giovedì 30 agosto 2012
Parigi, 1949
Klara era molto giovane: questo era chiaro a tutti.
Era giunta a Parigi da pochi mesi, grazie alla donazione
di un lontano parente che viveva negli Stati Uniti, desideroso di essere il
benefattore di quella piccola macchiolina europea.
Quell’uomo di famiglia e d’impresa le aveva proposto di
attraversare l’oceano e raggiungere la sua casa, le sue proprietà, perché ne
potesse usufruire come una figlia generata dalla sua carne.
Klara aveva rifiutato: desiderava rimanere quanto più
vicino possibile al luogo dove era nata e rimanere in ascolto per tutto il
tempo in cui sarebbe stata ancora giovane. Viveva in attesa di un piccolo
segnale di resa da parte di quella distesa di terre e persone, cercava nei loro
volti la tenerezza ed il rilassamento della vecchiaia. Amava molto coloro che
le erano rimasti accanto e non era ansiosa che diventassero vecchi e morissero:
desiderava ardentemente che piegassero il collo e posassero la testa sulla sua
spalla, chiudendo gli occhi, come dei guerrieri che si fossero finalmente
arresi alla speranza e ne subissero le dolci conseguenze. Il futuro a quel
punto sarebbe arrivato a loro con i lenti passi di una ballerina classica ad
inizio atto, alta e lineare, che imita con graziosi gesti la goffaggine ed il
disorientamento di chi si trova in terra sconosciuta.
Il lontano parente americano le aveva scritto che
era rimasto molto colpito dalla sua risposta, dalla poesia di cui le sue parole
erano intrise. Scrisse che era certo che quell’elevazione delle sue modalità
espressive era dovuto alla sua storia ed al motivo della sua sofferenza.
Il luogo nel quale lei si era sviluppata rendeva
straordinario il suo modo di esprimere tali pensieri ed aspettative e concluse
rimarcando – si trattava della prima persona che glielo diceva – che era
davvero giovane. Klara rilesse quella parola diverse volte: in quel termine il
lontano congiunto aveva concentrato tutta l’enfasi del suo stupore. Nelle righe
seguenti lui chiedeva che cosa le sarebbe piaciuto fare, in Europa, nell’attesa
che le riserve di chi aveva intorno si sciogliessero in quella primavera
dell’anima, che sarebbe giunta inaspettatamente in pieno inverno.
Klara rispose che sognava di studiare canto a
Parigi.
Amava cantare, suonare, ballare. La musica per
lei, ed il racconto attraverso la musica, erano motivo di grande gioia.
Il vecchio ebreo, che custodiva ed elargiva ad i
nipoti d’oltre oceano i dolci ricordi di una sinagoga polacca in cui le donne e
gli uomini cantavano divinamente, pianse sulle pagine della lettera di Klara e
le rispose che le avrebbe inviato il denaro necessario per trasferirsi a Parigi
ed iniziare i suoi studi.
Klara accettò, non aveva niente se non sé stessa,
il corpo e la mente, ed era abituata a ricevere ed a vivere grazie ai doni
gratuiti degli altri. Aveva assistito alla morte di coloro che non avevano
accettato la generosità altrui. Rispose dunque con un laconico sì, come una
sposina predestinata, senza profondersi in ringraziamenti, visto che il lontano
parente aveva mostrato piacere nel constatare che lei era una creatura
straordinaria.
Quando giunse a Parigi fu accolta da una famiglia
che era stata contattata dal parente americano.
Le affittarono una stanza nella loro casa e la
aiutarono a trovare un lavoretto. Klara cominciò a prendere lezioni di canto e
si iscrisse al conservatorio. I suoi spiriti erano molto ardenti ed difficile
valutare oggettivamente se avesse del talento, perché la sua volontà e la sua
struggente vitalità oscuravano tutte le doti che da lei potevano sgorgare con
naturalezza come da una sorgente. La famiglia che la ospitava la amava,
malgrado la trattasse con una sorta di reverenziale timore, come se Klara fosse
un automa il cui meccanismo di funzionamento mistico fosse per loro oggetto di
studio e motivo di fascinazione. La ragazza incontrò difficoltà simili anche
con alcuni dei suoi professori: in molti si lasciavano trasportare dal
pregiudizio, esagerandone le qualità positive o negative. La professoressa di
armonia la accusava continuamente, interrompendo ogni sua esecuzione: sosteneva
che la sua storia non consisteva una giustificazione per la mancanza di
esercizio e di doti musicali. Non si vergognava di esplicitare testardamente la
sua impressione, ostentando un atteggiamento educatore, rimproverandola per la
sua pigrizia, tratteggiandola come un imperdonabile e lascivo vizio capitale, e
rimarcando ogni sua difficoltà. Klara pianse nella sua stanza a causa di quelle
parole e concluse la giornata certa che quella donna nascondesse una fede nel
partito nazista ed un odio contro l’ebreo. Cambiò professore di armonia e non
volle più avere niente a che fare con quella donna, che omettendo di osservare
la sua dedizione ed i suoi progressi la accusava di difettare sia nell’impegno
che nel talento, contro i fatti.
Klara era molto carina ed alcuni conoscenti la
invitarono a cantare nei loro locali. Molti avventori ne furono affascinati per
la sua abilità con il pianoforte e la sua audacia nell’accostare la bocca ad un
clarinetto. Le chiesero come si chiamava e l’assonanza esotica e dura del suo
nome li fece rimanere di sasso.
Klara Kalovi continuava a lavorare e due o tre
volte la settimana cantava e suonava nei locali. Conobbe molte persone e tutte
manifestavano il loro stupore verso la sua persona concentrandola in quelle due
parole, proprio come aveva fatto il lontano parente: sei giovane.
Avevano nostalgia della giovinezza e vedevano in
lei l’ideale dell’incostanza, della vaghezza, della gioia effimera della
bellezza. Klara riconosceva di essere giovane, e si sorprendeva a sua volta,
perché questo fatto era in contrasto con ogni sua precedente previsione: aveva
compiuto diciotto anni quando pochi anni prima era quasi certa che sarebbe
morta. Aveva avuto la scabbia e la polmonite. Era diventata pazza per la
stanchezza e l’umiliazione. Aveva lavorato con le sue piccole mani sporche.
Alle persone non sfuggivano le cifre numeriche
tatuate sul suo polso. Klara non aveva mai parlato con nessuno di quella parte
della sua vita e temeva il momento in cui avrebbe dovuto farlo.
Aveva paura che d’improvviso si sarebbe accorta
che non era giovane, ma vecchia, incapace di gioire e cantare, un corpo provato
dalla ricerca della riabilitazione dei sensi.
Viveva la vita a Parigi con tutta l’intensità
della condannata a morte, come era avvezza a fare. Baciava gli uomini come se
avesse dovuto dir loro addio il giorno seguente, era ingorda di sapere e di
libri, studiava fino alla tarda ora in cui era venuta l’ora di coricarsi.
Si vestiva semplicemente e non applicava
particolari abbellimenti sulla sua persona: se amava godere, al contrario non
amava mangiare, provava una sorta di diffidente avversione per il cibo,
soprattutto se solido, e per questo motivo era molto magra. I vestiti che
indossava le cadevano addosso come una seconda pelle sgualcita, dai colori
tenui e mai sgargianti. L’unica originalità che si permetteva erano cappotti e
cappelli: d’inverno indossava una pesante pelliccia e si copriva la testa e le
orecchie con grandi copricapi o turbanti. Questo suo modo di vestire era
interpretato come stravaganza, è così giovane, dicevano, anche se Klara
sceglieva quegli abiti impegnativi per un gran senso del freddo. Era
freddolosissima e se usciva di casa con la testa scoperta aveva la sensazione
di star per svenire.
Klara entrò a far parte di alcuni circoli di
universitari. La divertiva ascoltarli parlare di arte e letteratura,
confrontava quelle lezioni gratuite a quelle che le erano impartite dai suoi
professori, a scuola, e le trovava infinitamente migliori. Chiedeva ai suoi
amici di ripetere i nomi difficili e di rinfrescarle la memoria su argomenti
che avevano discusso durante gli incontri precedenti e loro rispondevano a
quelle domande con trasporto ed abnegazione. Sapevano che Klara veniva dalla
Polonia, avevano sbirciato la serie di numeri sul suo polso tagliente e
coccolavano con le loro attenzioni e la loro pazienza l’immagine della sua
magrezza di usignolo, che tanto bene si accordava con la sua voce paradisiaca.
Era la più giovane di loro, la più audace, la più ingenua, la più decisa. Se
voleva qualcosa, anche fosse la soddisfazione della propria ignoranza, la
chiedeva senza vergogna, perché ciò di cui le importava era soltanto la propria
realizzazione.
La domanda le fu posta una sera in cui si trovava
a casa di un amico. Avevano cenato tutti assieme, bevendo e scherzando. Klara
aveva cantato per loro, accompagnando con la sua voce da mezzosoprano il coro
degli studenti, guidandoli attraverso il testo della canzone senza ostentare le
sue doti di comando ed il suo carisma.
Dopo cena tutti gli invitati si spostarono nel
grande salotto, le cui pareti erano completamente occupate da librerie, che
ospitavano una collezione ammirevole di volumi. Di fronte al caminetto bianco
si apriva una grande porta finestra attraverso la quale si accedeva dalla
terrazza: da lì si godeva di una bella vista di Parigi. Quando tutti si furono
seduti, il padrone di casa andò verso la finestra e la spalancò, lasciando
entrare la fresca aria primaverile dentro la stanza. Tutti espressero la loro
ammirazione, come se soltanto adesso potessero osservare la città che al buio
si manifestava come una costellazione, e si avvicinarono all’apertura, chi
trascinando chi sollevando la sedia.
Klara rimase dov’era, lontana dalla terrazza.
L’aria fredda della notte non le ispirava nessun desiderio di vicinanza e le
generava un tremito.
Forse la domanda fu ispirata dal suo controllato
immobilismo, che non si concedeva al tremore, forse dalla sua figura longilinea
che era rimasta in penombra, illuminata soltanto dalle luci delle lampade.
“Klara, parlaci della tua vita nel campo di
concentramento.”
Klara non rispose. Non sentiva timidezza né orgoglio: niente che le impedisse di
parlare. Era quello che aveva sempre temuto. Ma non appena iniziò a parlare,
capì che qualcuno era giunto a salvarla nel momento del bisogno.
“Quando ero bambina, vivevo con mia madre e mio
padre a Varsavia. Eravamo una grande famiglia e vivevamo felici. Ricordo che un
giorno giunse a vivere con noi il nipote di mio padre. Per me fu come se fosse
giunto il fratello maggiore dopo un lungo viaggio. Ricordo che prima della
guerra mia madre, le sue sorelle e zie prepararono una grande cena e furono
invitati tutti i parenti e gli amici che vivevano a Varsavia. Io non avevo
voglia di aiutarla, così mi nascosi in giardino. Mi addormentai nascosta in un
cespuglio. Fu mio cugino a svegliarmi e per divertirmi mi mise in testa
un’idea: mi disse che avrei dovuto inventare una storia e raccontargliela
l’indomani. Ricordo che per tutta la sera intervistai i parenti e gli amici
musicisti: li feci suonare per me uno per uno. Saltavo in mezzo a loro mentre
suonavano i duetti. Tutto era musica, quella sera, e la mia storia fu ebbra di
musica. Nel momento di coricarmi ero sfinita: la mia storia era affollatissima
di personaggi e canzoni ma io non riuscivo a formularla. La mattina seguente
confessai a mio cugino il deludente epilogo: lui fu molto dolce e mi disse che
il mio era stato il miglior risultato possibile. In molti riuscivano a decidere
la loro storia in una sera soltanto, è un privilegio di pochi invece rimanere
nell’attesa ed osservare il mondo più a lungo, facendo crescere la storia come
un giardino. Mi disse che la mia storia sarebbe sbocciata nella stagione
primaverile. Mi disse che avrei dovuto sempre ricordare i personaggi che avevo
scelto ed osservare le loro gesta, apparentemente sconclusionate, per il tempo
che sarebbe bastato. La mia era una storia in divenire.”
Sorrise al ricordare suo cugino Adam. Aveva voglia
di abbracciarlo e carezzare quei suoi riccioli selvaggi. Nella stanza attorno a
lei era silenzio. Una storia su un argomento del genere non avrebbe potuto
essere interrotta, per quanto assurda e scollegata dalla realtà.
“Poco tempo dopo, noi ebrei di Varsavia fummo
costretti ad indossare una stella gialla sui vestiti. Non potevamo entrare nei
ristoranti, passeggiare nei parchi, camminare sul marciapiede. I miei genitori
ed io fummo costretti a trasferirci nel ghetto. Mio padre morì. I tedeschi ci
fecero uscire tutti dalle case e io persi mia madre. Giunsi da sola al campo di
concentramento. Non è stato facile sopravvivere, a causa della violenta
fisicità di quel luogo. Ho nuotato per anni su un’onda lunga, che non si è mai
infranta, fino a quando non ci hanno liberato. Molti di noi sono impazziti, accecati
dal dolore e dalle privazioni. Erano muti, smettevano di mangiare, non ci
riconoscevano più. Io ero molto forte e disumana. Io ho continuato ad
immaginare la mia storia di musicisti e musica. Ho continuato a pensare a mio
cugino Adam, quasi ogni sera mi sono addormentata pensando al fatto che il
giorno dopo gli avrei raccontato un nuovo episodio. I personaggi che avevo
individuato la sera della grande cena erano lì, attorno a me: il rabbino, il
cantore, il violinista rom, il trombettista che ha perso il l’amore, il
direttore d’orchestra, il contralto dalla bella bocca carnosa e drammatica…I
personaggi erano brutti e sporchi, vestiti male e tristi, ma erano lì, attorno
a me. La storia era secca, al momento, ma in divenire.”
Klara sospirò profondamente e qualcuno tra gli
ascoltatori la imitò, forse commosso.
“Volete sentire la storia che raccontavo a mio
cugino Adam?”
Qualcuno annuì, senza parlare.
“La storia narra di un medico. E’ la storia di una
bambina, siate magnanimi, ve ne risparmierò i particolari più infantili. C’era
una volta un medico. Essendo giovane e senza conoscenze, dovette ingegnarsi per
trovare dei dipendenti da assumere a poco prezzo nel suo ospedale. Lesse sul
giornale che il teatro della città aveva chiuso i battenti e decise di andar ad
offrire un posto di segretaria ad una delle artiste che aveva perduto il
lavoro. Disse loro che avrebbero svolto i colloqui sul palco, ormai vuoto da
spettacoli. Dovette esaminare attrici, acrobate, mangiatrici di spade,
clownesse e cantanti. Una gli recitò la patetica morte di un’innamorata, mentre
fingeva di rispondere al telefono, una fissò un appuntamento mentre si
contorceva, tutta sotto sopra, un’altra lo chiamò, Dottore! Dottore,
un’emergenza! Concludendo con una nota acutissima da valchiria wagneriana. Il
medico stava per gettare la spugna quando una gentile signorina si fece avanti
e si propose come segretaria. Era stata licenziata dal coro del teatro ed era
in cerca di miglior fortuna. Lui prese la palla al balzo ed assunse la
signorina alle sue dipendenze. Ben presto fece di lei il suo braccio destro: la
signorina ammansiva i pazienti impegnandoli in cori patriottici, domava i
vecchi capricciosi cantando le loro canzoni preferite e calmava i bambini
isterici con dolci nenie. Ben presto l’ospedale fu tanto gremito che il dottore
dovette cercare altro personale. Naturalmente affidò il compito alla signorina,
che si affrettò ad assumere tutti i musicisti del vecchio teatro. Così,
l’ospedale divenne il tempio della musica: ogni reparto aveva una sua orchestrina,
i pazienti cantavano accompagnati dalla musica del violino e del contrabbasso,
i bambini ricoverati erano istruiti sull’uso dello strumento. Il successo della
struttura fu enorme ed il medico fu chiamato dal sindaco per ricevere i
complimenti per la geniale trovata con la quale lui aveva inventato un nuovo
tipo di ospedale…”
Klara si fermò perché si accorse che una delle sue
amiche stava piangendo. La guardò a lungo, prima di riuscire a dirle qualcosa.
“Non devi piangere, è una storia buffa!”
Il padrone di casa raggiunse l’amica e la abbracciò,
accogliendo sulla propria spalla i suoi singhiozzi, quindi rivolse un sorriso
mansueto a Klara.
“E’ vero, Klara. È solo che la tua storia è
molto dura. La nostra amica si è messa nei tuoi panni ed ha provato dolore. Ti
siamo molto vicini e soffriamo con te.”
Klara continuò a guardare la ragazza scossa dai
singhiozzi. Il suo amico aveva ragione: la storia era buffa ma trattandosi
della sua storia era dura. La storia del medico e della signorina era
buffa ed ingenua, non avrebbe potuto far piangere nessuno, ma soltanto uno
sciocco avrebbe potuto credere che si trattava della storia del medico e della
segretaria. Era la storia di Klara. Eppure, Klara avrebbe voluto che la sua
amica si asciugasse le lacrime grazie all’intuizione che quella ridicola storia
rappresentava un’ancora di salvezza alla realtà, l’amata realtà di Klara. Se
solo la ragazza avesse potuto vedere la faccia, rugosa come una pergamena,
della nonna Sarah, che aveva una voce tanto flebile e commuovente da ricordare
quella di una bambina, oppure i baffi dello zio Konrad che ondeggiavano
selvaggiamente, come due serpi, mentre lui suonava la viola, o l’audacia del
piccolo Filip che malgrado le sue dita fossero corte e paffute cercava di
spodestare il suo anziano padre e dominare la sua fisarmonica, o ancora le
sorelle Anna ed Elisheva che cantavano come due angeli ma nel mezzo della
canzone scoppiavano a ridere come due iene e non la smettevano più, tanto che
rotolavano a terra, mentre la musica continuava…
Klara era consapevole di essere l’unica superstite
di quella concitata orchestra che aveva visto la luce quella sera, nella sua
casa di Varsavia, alla cena offerta dai suoi genitori. All’epoca, le era
permesso di cantare come è permesso a tutti i bambini e nessuno le chiedeva di
essere coerente, bastava che vivesse e si divertisse, aggirandosi liberamente
tra quei musicisti e scegliendo ogni momento un nuovo favorito a cui ispirare
le sue scelte future.
La sua famiglia era sterminata ed aveva rivisto
alcuni di loro nel campo di concentramento: si trattava di incontri sfuggenti e
di scambi di parole poco approfondite, prive di coraggio. Nessuno aveva voglia
di parlare con Klara, una bambina senza genitori che avrebbe potuto lasciarli
da un momento all’altro. Nessuno dei suoi eroi aveva il suo strumento con sé:
erano folli e stanchi, pieni di pulci. Eppure la visione di quei visi
familiari, di quelle mani che un tempo si erano contorte sullo strumento loro
amico le regalava un istante di ebbrezza e di aspettativa, che si spandeva sui
nodi delle sue deboli forze e donava loro nuova robustezza. Aveva immaginato
che la sorte degli altri personaggi della sua storia (della cugina Halina e di
suo figlio Moses, dei fratelli Jurek e Stefan…) fosse stata del tutto simile e
così, giorno dopo giorno, il teatro era stato smantellato e tutti i musicisti
si erano trovati nel campo di concentramento, nudi ed affamati. I loro
strumenti erano stati venduti sulle bancarelle in cambio di un pezzo di pane,
di una coperta, il teatro era stato dimenticato e le bombe ed i cannoni non lo
avevano risparmiato, ciechi di fronte a quella reliquia a cui nessun uomo
faceva più attenzione. Klara aveva scrutato per anni al di sopra delle teste
che affollavano il campo, mentre lavorava: lei aveva la fortuna di sapere in
anticipo che sarebbe giunto il dottore, così avrebbe giocato d’astuzia, per il
bene di tutti, ed avrebbe fatto in modo di presentarsi in modo consono per
essere assunta per il posto di segretaria, accedere al mondo lindo dell’ospedale
e poi fondare una nuova orchestra.
Sapeva che la maggior parte di coloro che avevano
ispirato la sua fantasia erano morti o non avrebbero mai più suonato. Non
appena uscita dal campo, questo pensiero l’aveva resa triste. Poco tempo dopo
essere stata liberata fu trovata da suo cugino Adam.
Lui stette a lungo con lei, in ospedale,
insistette affinché lei gli raccontasse quella storia che tanti anni prima lei
aveva detto esser ancora incompiuta e non adatta all’ascolto di un pubblico.
Dapprima Klara si era molto irritata a causa di
questa richiesta, gli aveva chiesto di andarsene ed aveva mostrato
indifferenza. Un istinto irresistibile le suggeriva di tenere nascosta la
storia ad Adam, di non confidarla mai a lui né a nessun altro. Presto sarebbe
uscita dall’ospedale e sarebbe tornata alla sua vita, una vita senza famiglia,
amici né orchestre.
Di fronte all’insistenza del cugino, Klara aveva
ceduto ed aveva confessato il motivo delle sue rimostranze.
“Provo molto dolore. Tutti coloro che erano
musicisti nella mia storia sono morti. Li ho visti consumarsi.”
Adam la aveva abbracciata e le aveva baciato la
fronte come se la pelle di Klara fosse una cosa sacra. Klara aveva tremato e
poi aveva percepito il segno umido di quel bacio in mezzo alla propria fronte,
come se lui vi avesse dipinto qualcosa.
“Sono felice che tu abbia conservato quei nostri
musicisti nella tua storia.”
Klara aveva pianto, disperata.
“Sono rimasti i musicisti, le maschere della mia
fantasia. Le persone sono morte.”
Adam aveva parlato a lungo. Le aveva detto che
molti anni prima lei aveva scelto un manipolo di musicisti ubriachi per quella
storia che doveva soltanto divertirla. La scelta era stata tanto azzeccata che
i musicisti erano rimasti con lei per molti anni ancora. Aveva riconosciuto i
loro volti e le loro mani anche in assenza degli strumenti. Aveva provato
nostalgia per la loro musica, aveva desiderato cantare.
Le chiese se si ricordava come era nata quella
storia.
Lei disse di no e lui le raccontò di una bambina
che gli aveva detto di aver sognato, dopo aver dormito sul prato. Lui le chiese
che sensazione le aveva trasmesso, quel sogno, e lei aveva risposto: che ho
voglia di cantare.
Il canto è una cosa che viene prima di noi, Klara.
Così le aveva detto.
La musica noi la raccogliamo ma esiste anche oltre
i confini dell’uomo.
Klara pensò all’inumano campo, che si trovava ben
oltre i suoi confini. Pensò al silenzio orribile, alle orchestre animate dai
prigionieri su cui grava una condanna senza giustificazione. Quella era la
musica dell’inferno, quello era un impasto che le soffocava la mente.
Adam le aveva toccato il cuore, con una mano.
Premette le dita sullo sterno, con decisione.
Klara, la tua storia sta andando. La tua storia
sei te. È cominciata quando hai sognato, è cominciata quando hai avuto voglia
di cantare. Tu non hai mai smesso di aver voglia di cantare, non hai mai smesso
di cercare chi suonasse.
L’unica speranza contro la diseredazione è fare
della storia la nostra storia. Tu hai rifiutato quella terribile storia
che ogni giorno ti si propinava ed hai vissuto la tua storia. Sei
sopravvissuta. La tua storia è qui, tu sei qui. Vivila. Raccontami.
In quel momento Adam stava piangendo. Klara lo
aveva osservato, senza muovere nemmeno un dito per asciugare quelle lacrime.
Erano le lacrime di un giudice buono, che le annunciava il proscioglimento, che
la avrebbe abbracciata una volta che la seduta fosse stata tolta. Osservò con
intensità quelle lacrime trasparenti, avrebbe voluto berle, nutrirsene,
impastare la propria bocca con il liquido che proveniva dai suoi occhi. Si
sentiva bene, di fronte al cugino piangente, protetta dalla sua guida, dalla
storia che lui diceva essere sua.
Glielo disse e lui smise immediatamente di
piangere ed invece sorrise. Le disse che era stato istruito, in tal senso, da
uno spirito incontrato nell’immenso e sterminato bosco. Gli insegnamenti di
quel folletto gli avevano salvato la vita in più di un occasione.
Ed ecco che inizia un’altra storia, la tua, gli
disse Klara, ed entrambi furono felici di aver parlato e di essersi ritrovati.
Klara si alzò ed andò vicino alla sua amica,
mentre il padrone di casa le lasciava lo spazio dovuto, la abbracciò e la baciò
su una guancia, teneramente.
“Su, su, non piangere. È la mia storia, lo so. È la
storia che mi ha salvato, è una storia in divenire.”
La ragazza alzò verso il suo volto uno sguardo
inargentato di lacrime, parlò, scossa dai singhiozzi.
“E cosa succederà ora?”
Klara sorrise e le accarezzò i capelli. Tutti gli
invitati si erano riuniti attorno a loro, attendevano con impazienza che Klara
condividesse con loro un pronostico. La giovane cantante si sentì molto felice:
erano catturati dalla sua storia. Adam ne sarebbe stato soddisfatto: quello era un
segno che il racconto dei musicisti stava crescendo su un fertile terreno.
Quando avrai un pubblico, proverai il piacere di
sentire la tua storia vivere.
Aveva ragione, come sempre. I suoi consigli, e quelli del
suo folletto silvestre, non sbagliavano mai in fatto di storie.
“Ho voglia di guadagnare di più e studiare di più.
Ma più che altro, ho voglia di cantare. Sarebbe bello formare un’orchestrina.
Qualche elemento qui a Parigi lo potrei trovare. Ho contatti con un parente
americano. Sarebbe bello andare in America e scoprire qualcosa sulla musica che
fanno là. Cantare nei loro locali, sperimentare nuovi strumenti.”
Strinse tra le dita la mano della ragazza, che non
piangeva più, ma splendeva di pianto mentre sorrideva intensamente, e si eresse
in piedi, invitando gli altri a seguirla, con un gesto eloquente del braccio.
“Andiamo, siete tutti invitati! Vi assumeremo in
ospedale e poi tutti insieme in tournèe negli Stati Uniti!”
I suoi amici risero e Klara si unì a loro, felice
ma allo stesso tempo un po’ scossa. Dopotutto, era la prima volta che
raccontava quella storia. Qualcuno avrebbe potuto accusarla di leggerezza.
Avrebbero potuto pensare che aveva tralasciato i fatti e tratteggiato in modo
fantasioso i suoi ricordi soltanto per conquistarsi la simpatia di quella
compagnia. Chi erano questi accusatori?
Klara li immaginava cilindrici, alti, ed
impugnavano una frusta. Li conosceva bene e sapeva che potevano essere mortali.
Ma in quel caso, sapeva anche cosa rispondere loro: non mancava di rispetto a
se stessa per una questione di vanità. Impugnava l’unico modo utile che le
avevano insegnato per sopravvivere, a parte bere e mangiare. Cosa c’era di
vergognoso in questo? Avrebbe dovuto dispiacersi di essere individuale, diversa
dagli altri? Aveva combattuto con una divisa a righe e con tutte le arpie che
popolavano gli incubi per non ridursi ad un granello di terra e l’ideologia del
lutto non l’avrebbe avuta vinta. Non si fidava di chi oggi ostentava un lutto:
un domani avrebbe desiderato seppellire lei e tutti coloro che erano diversi,
per nuovo motivo, venuto alla luce con l'ingannatore sembiante di un bimbo.
Alcuni degli accusatori avevano tuttavia un
aspetto diverso: si trattava della coppia francese che le affittava la stanza,
della professoressa di armonia, degli avventori dei pub, delle amiche di
scuola, dei fidanzati. Alcuni di loro sorridevano, inteneriti, di fronte al suo
modo di essere, e sospiravano, ricolmi di ammirazione: sei giovane. Questo
non sarebbe durato per sempre. L’influsso del suo aspetto sarebbe venuto meno e
mano a mano il ricordo del campo si sarebbe affievolito nella mente dei suoi
alleati. Contemporaneamente, le righe verticali della sua divisa sarebbero
riaffiorate dalla sua pelle e niente sarebbe valso a nasconderle. La serie
numerica sul polso avrebbe luccicato, come Lucifero, invitando amici e
conoscenti ad una festa che non era un concerto. Non le avrebbero chiesto di
cantare, le avrebbero chiesto, con il solo sguardo, di non essere sconveniente
e non risvegliare la tristezza, di non attardarsi nei pensieri e di agire, di
non distinguersi dalla massa per futili motivi. Le avrebbero chiesto di
dimenticare, non appena il puzzo di cenere e polvere si fosse alzato dalle loro
città, portato via dal vento.
Klara era certa che sarebbe accaduto: la sentiva
come una maledizione a tempo, rodata da secoli, nei quali le vittime, i
carnefici ed i misfatti erano scivolati via dalla mente di tutti.
Klara avrebbe combattuto: non si trattava
semplicemente della Storia, tanto ineluttabile e disumana. Si trattava della sua
storia ed in quella sua storia lei avrebbe rifiutato le accuse ingiuste ed
avrebbe continuato a raccontare, a coltivare quelle piante e quei fiori
nell’alternarsi delle stagioni.
Alla fine della serata Klara uscì dalla casa
dell’amico e si avviò a piedi verso l’ospedale. Il dottore l’attendeva dietro
l’angolo, appoggiato ad un lampione. Klara non fu sorpresa di vederlo ma allo
stesso tempo se ne sentì affascinata: era così bello, con il volto magro
incorniciato da una nuvola di fumo, mentre la debole luce arancione del
mozzicone incandescente si irradiava sui suoi lineamenti.
“Non pensavo che saresti venuto a prendermi.”
“Ho finito il turno ed ho pensato che non sarebbe
stato conveniente farti accompagnare a casa da uno di quei tuoi amici
artistici.”
“Ma io sono sempre andata da sola fino a casa.”
“Non stasera. Sono un medico e preferisco
prevenire che curare.”
Il dottore le offrì il braccio e si misero a
camminare sul marciapiede, l’uno accanto all’altra.
“Sai, l’ospedale va bene, avremo bisogno di nuovo
personale. Avrei piacere che fossi tu ad occupartene, ma non sono certo che sia
una buona idea.”
“Ma certo che lo è! Lo farò con molto piacere,
tesoro!”
“Infermieri, biologi…sei una cantante, per quanto
buon senso tu possa avere, dove credi di poterli andare a scovare?”
“Ho già in mente qualcuno. Provare per credere.”
“Va bene. Credo che in fondo tu meriti la mia
fiducia.”
Klara rise e gli dette un bacio sulla guancia,
alzandosi sulla punta dei piedi.
“Sai, stasera abbiamo parlato di mio cugino Adam.
Credo che dovrei scrivergli.”
“Quel matto, quel bel matto. Sì scrivigli. È da
quando ti sei addormentata sul prato che non sento la sua voce. Avrei piacere
di conversare un po’ con lui. Avrei voglia di chiedergli cosa sia la fantasia,
cosa la realtà. Ho una certa difficoltà nel distinguerle. Forse perché sono un
prodotto della fantasia e fa parte della normalità della mia vita provare
questo disagio.”
“Ti assicuro che anche per me è così.”
“Ma allora siamo uguali. È davvero difficile
riuscire a distinguere. Scrivi a tuo cugino, ti prego, vorrei sentire il suo
parere.”
martedì 28 febbraio 2012
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Cosa fa continuare il mondo? Chi porta
costoro alla riproduzione? Ben chiara è per costoro la tecnica ed il
modo. Gli alberi silenziosi lo fanno, generano boschi. Noi cosa
generiamo? Noi? Braccia disgiunte e occhi sfrenati, bazzecole. Che
noia i social network. Alito e voce mentre si bacia, questo mi piace.
Ora non sono felice, non tranquillo. In questo posto non ho pace.
Questo posto è molto grande, contiene la città, il paese, la vita.
Puttana. Vivo l’esilio con sterilità. Desidero molto tornare in
quel posto, ma mi accorgo che non si tratta di desiderio. Ho confuso
desiderio e memoria. Non posso desiderare un luogo con le sue regole
ed i suoi lillà se mai è esistito. Credo di ricordare quando
vivevo, desideravo quel luogo e compiere azioni con il lucido
intento. Leggere, sfogliare, parlare, cacare. Dopotutto l’antico
esiglio si è manifestato, non fu posto come verdetto. Nessuno disse,
non uno fece. La terra sterile, vi s’infrange la pioggia, ha
mostrato i suoi non-germogli io ne ho percepito la menomazione. In
quell’inizio il velo dei salotti e dell’immobile notte hanno
annaffiato il mio sguardo.
Ma credetemi, credetemi, io ben so che
non è qualità mia, questa.
Vivo su di un terreno che la carestia
riarse e spogliò, mi avvento sull’asino con gli altri
contradaioli, ma io sono Fausto, io sono prospero.
Ho cinquant’anni.
I miei pensieri sono semplici. Anzi no,
sono difficili.
Ho una figlia. Lei sono i piccoli fiori
su un albero al freddo. Io amo chiamarla Pulcheria quando mi chiede
se è grassa. Lei a volte si comporta come se indossasse una catena.
È difficile scrivere una storia, così.
Ora sono nel mattino seduto alla luce,
dietro ad un tavolo di plastica. Il locale è uno di quelli aperti
alla sera, adesso è chiuso. Tutte le sedie disposte a schiera,
riordinate, le plastiche nei bidoni, i bisogni notturni addormentati.
Io sono uscito al mattino per respirare un po’ d’aria, sono le
sette e sono seduto qui. La struttura di questa mattina è molto
semplice, è per questo che ho voluto cominciare da qua. Non c’è
molto da dire, sono uscito, presto, tutto è pronto nel mio ufficio
perché melodie affrante si intonino da sole, rotolando sui muri in
dimensioni altre, verticali.
Io sono uscito, ho camminato fino a
questa via desolata e mi sono seduto. Fumo una sigaretta dopo
colazione, al fresco. Il vento è gentile, gli elementi semplici non
sono toccati dal traboccare umano. Eppure dall’intonaco delle case
sento colare la fatica di chi si alza, assonnato. Io sono ho sonno,
ho dormito abbastanza. È difficile, davvero difficile decidere che
ci sia qualcosa da dire, da raccontare. È questione di volontà?
Quella non manca, perché dubitare. Ma cos’è questo? Un racconto,
un pensiero? Sono un personaggio, o cosa? Chi mi ha creato non lo sa.
Il mio dio non sa di quale sostanza io sia fatto.
No, davvero, fatemi una linguaccia,
passate e fatemi una linguaccia. Io sono qui che attendo e non so
ancora per quanto. Ed anche la fiducia forse l’ho confusa, forse in
realtà questa mentre aspetto è memoria. Mi sollazzo con la tecnica
mentre aspetto, correggo un pensiero con un altro e mi sembra d’esser
bravo. Ma davvero non c’è nulla di reale in quest’isola che
voglia disturbarmi?
Com’è il mondo ora? E’ come un
sasso. È una cosa come quelle cose che noi umani creiamo. Cose che
non muoiono, finiscono nelle discariche quando non vengono più
utilizzate. Di questo mi vergogno, ne partecipo e non sono felice,
malgrado abbia tutti i motivi per esserlo.
Sono un medico, uno psichiatra. Porto
la barba e sono alto. Mia moglie è morta, questo mi dà dolore. Non
ho trovato mai un’altra donna con cui avrei voluto vivere. Vivo con
mia figlia, ora, per quanto la ami vorrei che se ne andasse. Ha
un’età nella quale vorrei vederla ribollire di attività. In
merito a lei la mia fantasia si fa più prolifica, sofisticata. I
pensieri acquistano struttura, soggetto, predicato, carne. Vorrei che
i frutti dei suoi sforzi non fossero così legati al sopravvento
della ragione sul giudizio, mi piacerebbe che un plauso terreno e
presente proiettasse la sua luce sul suo futuro e le desse forza. La
mia Pulcheria è un poco debole ma non me ne vergogno. Dei suoi
metodi di contenimento ne sono rimasti pochi, fuma, si mangia le
unghie, un poco si nasconde dietro abiti dai colori spenti. Ma la
sento parlare ed è spinta, è lodevole, è coraggiosa. È debole ma
è coraggiosa. Vedete, mi basta nominarla per partire in quinta ed
acquisire un linguaggio poetico.
Poesia. La utilizzo con i miei
pazienti.
Sperimentiamo il transfert, spesso. Me
lo prendo, con decisione. Voglio proteggerli dai farmaci, dalle
droghe, dalla dipendenza. Sono una spugna d’acqua, per loro, fatto
della stessa materia nella quale annegano, ma la assorbo. Li abituo a
fidarsi di me, dunque di loro, del mondo. Li invito a parlarmi in
versi, li inizio al metro e alla figure retoriche, quando son pronti.
Il linguaggio poetico è più vicino a tutto ciò che di immaginifico
ed allusivo esiste nell’essere umano. È più facile parlare, per
loro, se si fanno convincere. Non è più facile per me, ogni volta è
una nuova sfida. Faccio questo, nella mia vita.
Ascolto la radio, la notte, mentre le
fate zanzare vibrano fuori dal finestrino dell’automobile. Ascolto
le voci metafisiche, mi perdo dietro alle sfingi disegnate dalle
trattazioni, ripeto senza emettere suono le preghiere degli
emettitori. Principalmente ascolto le loro parole e poi la musica che
hanno inteso descrivere. Mi segno su un taccuino gli autori che mi
colpiscono. Li chiamo, nella mia mente, “costellazioni”. Come le
sindromi che costituiscono chiaramente degli enti indipendenti ma che
non possono essere puntualmente descritte sotto certi aspetti
ritenuti fondamentali per la classificazione. Quale, il motivo? La
nostra ignoranza, scarsa conoscenza. Stessa cosa vale per i jazzisti,
i cantanti, gli sperimentatori che come fantasmi si aggirano attorno
alle sindromi elettrocliniche. Amo l’astronomia. Mia madre era
tutto, era astronoma. Conosceva il cielo e me lo descriveva, con le
parole con cui si descrive ciò che non si può vedere. Dove viviamo
non ci sono grattacieli e palazzi imperterriti che nascondono le
sommità ai passanti, ma molta luce, negli ultimi anni di carattere
arancione, ed oscura le notti. Di giorno il cielo azzurro o grigio,
di notte la bruma.
Quando mi annoio controllo la mail. Non
ho uno smart-phone, non mi interessa. Ho un piccolo cellulare molto
anonimo, ci telefono a mia figlia, mi chiamano alcuni pazienti ed
amici. Basta. A mio padre ne sarebbe piaciuto uno. Era uno tecnica e
cuore. Era convinto che i suoi figli avrebbero fatto molti soldi.
Avrebbe voluto che io ne avessi uno, forse ne avrebbe voluto uno per
sé, con pudore, un misto di indipendenza ed incapacità. Lui ha
sempre lavorato molto per i soldi. Tornava a casa la sera tardi ma
poi la ristrutturava, ne comprava un'altra. Un balletto così, molto
stimolante, lo riempiva di parole. I miei genitori erano molti
diversi da come sono io. Il lavoro è sempre stato carico di un
significato morale in questo paese, non so negli altri, una sacra
cosa da cui sgorga vita, onore, il carattere. Mia madre era una
non-lavoratrice, si occupava di noi, lavava le cose una, due, tre
volte, con tanti detersivi. Era un'arte che forse non amava, ma chi
glielo ha chiesto?
Così, di mattina, nell'inizio del
giorno, mi vengono i genitori. Coglioni, da universi-lavativo avrei
voluto grattarmeli via, ma sono due alberi dai frutti misteriosi che
non sanno distinguere un turco da un cinese. Sarebbe stato
interessante, se solo mi fossi soffermato su di loro prima che si
estinguessero. La loro era una normalità veloce, il lavoro, la casa,
la macchina, i figli, la vecchiaia, ma dopotutto la Costituzione è
un vestito pensato per loro, per il bene ed il meglio di gente come
loro. Ed io ne sono stato il figlio e non ci ho capito nulla, sono
arrivato con tenerezza nel momento dell'Alzheimer e del tumore alla
vescica e li ho visti scendere nella tomba con gli artigli su quella
cazzo di costituzione. Eccola la gioventù referendaria, la
festeggiatrice di piazza, la scappante dalle botte, la biciclettante
e la camminante delle lunghe distanze. La semplicità della loro
lingua mi ingannò, a quel tempo. I miei compagni parlavano una
lingua forbita e la loro grammatica mi sembrò povera, priva di
ginnastica. Credevo davvero che avessero barattato la cultura e la
storia per un piatto di lenticchie. Come poteva essere altrimenti?
Nnò, avano, evo, eva. È tutto passato veloce come il vento, come la
panciuta bufera che, aaahhh, sta tirando un sospiro di sollievo da
vent'anni.
Mia madre Anna e mio padre Salvatore,
uno accanto all'altro, lei bassa, rotondotta e incappottata, lui
alto, largo quanto le proprie spalle e un'ombra scura con il
berretto. Sorridevano molto, ridevano delle loro battute. Lei leggeva
parecchio, romanzi, saggi, riviste. Ogni argomento le interessava e
veniva praticato nella realtà quotidiana. Ricette, giardini, erbe
selvatiche, osservazione di animali, osservazione di sentimenti umani
e televisivi. Lui andava al lavoro e guidava tanto, anche la domenica
per portarla a spasso. Mangiava tanto,ma non beveva. Suo padre
beveva. E comunque se beveva lo faceva per un motivo diverso da mio e
dal suo. Ogni generazione ha un suo significato nell'alcool. Come
tranquillamente lasciavano intuire possedevano profonda mortalità e
furono morti per tutti gli anni ed anni a venire dalla loro morte.
Io, loro figlio, questa mattina sono
qui seduto al sole, le dita intrecciate, appoggiato ad un tavolo di
plastica fuori da un locale. E' chiuso, è tutto chiuso qua intorno.
Fra non molto andrò a lavorare e qui mi piace aspettare.
Quello era il senso di moralità dei
miei genitori. Fare quello che si può per fare quello che si deve, e
tutto ciò è tanto e ne abbiamo in abbondanza. Sono quelli del
molto, del parecchio. La mia morale, più o meno, è stata questa:
fare quello che mi piace, basarmi su un'idea e su quello che ho
ereditato, costruirci una vita confrontandosi con quello che ci si
può fare, con quella cosa che mi piace, prendere le conseguenze.
Sono quello dell'abbastanza.
Ma vedete, non si tratta di vere
quantità. E' probabile che io abbia reso realtà fantasie che i miei
genitori nemmeno sognavano. Persiste tuttavia la percezione che ne
determina il significato e si può dire che non sia vero, da questo
punto di vista. Avevano maggiormente.
Per quel che riguarda la mia
esperienza, se le prospettive di possedere erano esigue pur ottenendo
di terreno molto, la complicazione era maggiore. E dunque la
motivazione grande. Il senso di invenzione per anni ci ha contagiato
e ci ha fatto sentire buoni. Perché no, alla televisione ci
mostravano musi brutti e lunghi di guerre e battaglie politiche,
somiglianti al ritratto del nonno appeso in cucina, come non sentirsi
migliori, eletti? Ci erano dati così tanti sconosciuti strumenti per
fare , uscire, conoscere, prendere. La laurea, la donna, la casa, le
case, i viaggi, la vita. Tutta un'identità da costruire e tutto
tanto tempo per farlo. Chi crollò, in quegli anni? Nessuno, nessuno.
Qualcuno certo si fulminò o rimase ferito, per umane ragioni, ma non
ci fu crollo alcuno. Ognuno fece ciò che credeva, si basò su
un'idea, un'eredità, si confrontò con le conseguenze delle proprie
scelte e si sentì un buono.
Non è forse questo che abbiamo fatto,
lanzichenecchi ringalluzziti, in quegli anni dei soldi giusti?
Anche chi ne aveva pochi li aveva
contati e bastavano per far qualcosa. Chi veniva da genitori che
risparmiavano su scarpe e vestiti, si votava all'economica idea
d'autonomia e lavorava duro. Alcuni hanno ottenuto una fata distorta
rispetto a quel che credevano, ma nella loro mente lo scheletro
dell'ideale buono anti-comunista/anti-fascista era riconoscibile e
rassicurante.
In questa mattina prima del lavoro, a
cinquantadue anni, mi sto rivedendo la vita.
Alcuni mi accusano di essere sarcastico
e salottiero. Borghese, mi chiamano, raccomandato. Questo perché ho
la facoltà di saper parlare e sapermi ben presentare. A chi poi. La
diceria della mia oziosità si fa presente ovunque. I miei amici sono
soliti invidiarmi con crudeltà. Non rinunciano a me, perché sono
bravo e li aiuto. Ma io non li chiamo, ho smesso anni fa. Mi fanno
star male, con i loro se, i loro ma, i loro parenti ed amici, i loro
definiti ideali, fastidiosi madrigali. Mi fanno sentire
insignificante, non importante. Hanno bei figli, promettenti germogli
dorati, cani sanbernardi che si chiamano Whisky o Beethoven. Loro
sono quelli come me, che volevano grattarsi via i genitori di dosso.
Sono i migliori, i ribelli, quelli con la vespa. I bailanti e gli
universitari, quelli del compromesso, del “mi basta”.
Sì, ecco il peccato che ci ha reso un
po' meno buoni, un po' più simili ai bisnonni piuttosto che ai
nostri poveri genitori: il compromesso. Ciceroni moderni abbiamo
abbracciato con disinvoltura i movimenti politici, i sindacati, la
globalizzazione, le associazioni apolitiche, le lobby multinazionali,
i movimenti noglobal. Oh oh oh quanta merda. Così di prima mattina.
E' che penso alla mia bella imperatrice stanca a 22 anni, a quella
mia piccola. La sua tragedia è metafisica. La sua identità tesa
difende i suoi confini verso le squadre del nichilismo. Lei è una
principessa dalle più alte virtù cristiane, tutte, incarnate, è
una sorpresa ed uno stupore continuo. Lei è la reazione. La reazione
a noi. È meravigliosa e nobile. Questa gioventù. Aiuto, aiuto. Ho
tanta paura a lasciarle il mio regno in eredità, così sterile e
disfatto. Ahi, ahi per il giovane che spezzato deve giungere a sanare
gli anziani. Viviamo dell'illusione di questi giovani, della loro
ingenuità. Che sani la terra, gonfi nuvole, faccia pioggia.
![]() |
| Roberto Kunsterle, "Mutazione silente 14" |
lunedì 31 ottobre 2011
Evenfindr era giunto da molti anni in quella terra, una delle uniche nelle quali gli uomini riuscissero a vivere in pace, seppur semplicemente. In quella ferita aperta tra le alte montagne, un'alcova erbosa tra nodose braccia di foresta antica, l'uomo abitava tra le famiglie dei pastori, che da generazioni si tramandavano nomi, canzoni ed agnelli partoriti dai greggi degli antenati. Evenfindr era un erborista ed un cerusico e nessuno dei pastori gli aveva mai domandato per quale motivo avesse abbandonato le case di mattoni dai pavimenti più caldi e puliti delle città lontane, che nessuno di loro aveva mai visitato. Ed infatti, nessuno conosceva la storia di Evenfindr. Non parlandone mai, mangiando formaggio e bevendo latte a colazione, pranzo e cena, l'importanza dei suoi ricordi era andata assottigliandosi, fino a diventare la magra materia di qualche noioso sogno invernale. Nella tarda mattinata di quel giorno, che si prospettava assai privo di impegni per il medico del villaggio di pastori, Evenfindr si era attardato a lungo nel proprio letto per poi aggirarsi dolorante per la grande stanza che formava la sua casa. Soltanto a quella tarda ora l'uomo infine aveva aperto la porta e fatto entrare la luce carica di goccioline d'acqua e vapore. Quel giorno la foresta aveva esalato foschia ed invaso le strade silenti del villaggio con le sue esalazioni di foglie e muschio imbevuti di acqua mista a organismi. Alzando lo sguardo verso le alte montagne che sovrastavano la piccola valle in cui si incastonava il villaggio, venne offerto alla sua vista uno spettacolo che gli parve unico. Emise un sospiro di sorpresa, che rimase sospeso a
traballargli tra i denti integri, ed in piedi dietro al portico della sua casa cercò di fissare nella memoria quella visione.
Il nitido ed elevato profilo delle montagne si
interrompeva al di sopra della linea dell’orizzonte, segnata dal seghettato ed oscuro
profilo della foresta. Nascosti da una nube grigia e continua, un denso vapore
dalla sommità piatta, gli alti dirupi apparivano separati dalla terra. La foschia era simile ad un
lago infestato dalla nebbia, plumbeo come in un giorno invernale nel quale non
si sappia distinguere tra il triste colore del cielo e delle acque,
simili a distese di acciaio fuso che fluisca libero dalla stretta del metallo,
in fuga dalla fucina di un fabbro.
Eppure, su quella distesa di grigiore d'aspetto
semiliquido non vi era alcun riflesso: le montagne erano state semplicemente
tagliate alla loro base e l’orgoglio millenario della pietra impediva loro di
cedere alle lusinghe del vento che certo a quelle altezze girovagava, e di
sventolare come bandiere, rimanendo infisse al cielo per la cima.
Evenfindr uscì dalla casa e si sedette di fronte ad essa, ancora rapito da quel panorama, appoggiò la fronte alla mano,
lisciando tra le dita i capelli neri e spettinati, tagliati male, che ricadevano sul suo viso. Un leggero sorriso gli stava nascendo sulle
labbra.
Tutto attorno ad Evenfindr era calma: gli uomini erano lontani dalle case, rinchiusi nel silenzio delle gole proprio là, in alto, dove il vapore aveva creato quello specchio senza riflesso, a far concerti per i loro greggi di pecore.
Tutto attorno ad Evenfindr era calma: gli uomini erano lontani dalle case, rinchiusi nel silenzio delle gole proprio là, in alto, dove il vapore aveva creato quello specchio senza riflesso, a far concerti per i loro greggi di pecore.
“Mastro Evenfindr! Signore!”
Una voce di donna provenne dal retro della casa.
Tutto il resto rimase inalterato, come se nulla fosse accaduto: l’aria, la brezza, che non era che un pallido simulacro del vento che addensava le nubi in lontananza, il debole sole contaminato dal grigio dell’umidità. Evenfindr si lasciò prendere dalla sensazione di esser stato a sua volta reciso dal terreno, come le montagne. Fluttuava a metri e metri da terra, perfettamente immobile, trasportato da un vento gentile che lo rispettava ed intendeva omaggiarlo con le sue danze. In basso non vedeva altro che il grigio calante dal cielo, un sipario di gocce minuscole che formavano un mosaico dai contorni confusi, il cui disegno avrebbe potuto essere riconosciuto non appena il sole si fosse affacciato ed avesse trafitto la bassa nube.
Un paio di mani strattonarono il medico e si avvinghiarono alla stoffa della sua manica, costringendolo a voltarsi ed a incontrare uno sguardo
incorniciato da un volto rotondo, zigomi serrati al di sopra di una bocca
spalancata.
“Mastro Evenfindr, venite subito!”
Evenfindr era tornato
al mondo reale, si ricordò chi fosse, per quella gente: le sue mani erano le più morbide del villaggio, il suo tocco quello che risanava le ferite e pestava le erbe fino
ad addomesticarle e costringerle a cedere l’anima per servire l’uomo. Si alzò e poggiò le dita sulle spalle della giovane, concedendole un
sorriso che non le fece tuttavia mutare espressione.
“Cosa è successo?”
Inaspettatamente la ragazza lanciò un grido, allontanò bruscamente le mani dell'uomo e cercò di gridare ancora, ma le mancò la voce. Si gettò dunque in ginocchio e si lanciò in avanti per circondare le gambe del
medico con un abbraccio.
Evenfindr si spostò ma con eccessiva lentezza, forse ancora invaso dal torpore da cui si era fatto dominare per tutta la mattina, e se la trascinò dietro. Sentì cozzare la sua testa contro le ginocchia e percepì il fremito del petto, scosso da singhiozzi che si soffocavano a vicenda, trasmettendosi alle sue gambe e facendole tremare. Appoggiò una mano sul capo della ragazza e la spinse indietro, allontanandola in fretta, trattenendosi per non balbettare un'esclamazione stizzita. Detestava i moti che gli abitanti del villaggio gli riservavano. Era un uomo timido che amava la solitudine, li toccava soltanto per medicarli, ricucirli, a limite amputare i loro arti. Non riceveva con piacere i loro gesti di gratitudine o cordoglio, il contatto con le loro lacrime o il peso della loro testa su di una spalla.
Evenfindr si spostò ma con eccessiva lentezza, forse ancora invaso dal torpore da cui si era fatto dominare per tutta la mattina, e se la trascinò dietro. Sentì cozzare la sua testa contro le ginocchia e percepì il fremito del petto, scosso da singhiozzi che si soffocavano a vicenda, trasmettendosi alle sue gambe e facendole tremare. Appoggiò una mano sul capo della ragazza e la spinse indietro, allontanandola in fretta, trattenendosi per non balbettare un'esclamazione stizzita. Detestava i moti che gli abitanti del villaggio gli riservavano. Era un uomo timido che amava la solitudine, li toccava soltanto per medicarli, ricucirli, a limite amputare i loro arti. Non riceveva con piacere i loro gesti di gratitudine o cordoglio, il contatto con le loro lacrime o il peso della loro testa su di una spalla.
“No, ti prego alzati…”
Quando si avvide che la giovane non intendeva staccarsi, Evenfindr dovette soffocare la voce in gola per non apparire eccessivamente irato, così la forzò ad allontanarsi dalle sue gambe e si inginocchiò per trovarsi alla sua altezza. Era completamente assorbita
dallo sforzo di piangere.
La ragazza sbatté i
pugni sul terreno, erano piccoli e bianchi e non si sporcarono né
generarono alcun rumore. Lasciò ricadere in basso il busto ed il capo ed appoggiò la guancia all’erba,
rivolgendo il volto rigato di lacrime ad Evenfindr.
“Signore, io dico da tutto il giorno che avremmo dovuto parlarne con
voi, subito…”
L'uomo aggrottò la fronte, appoggiò una delle mani
affusolate sulla nuca della giovane, facendola scivolare tra il collo e la terra,
sospingendola dolcemente per farla alzare.
“Parlamene adesso.”
La ragazza seguì con il collo e con il corpo il
movimento che le era imposto e rimase in ginocchio di fronte a lui. Le spalle sobbalzavano ad ogni singhiozzo, tra i quali
si affrettava a porre le parole.
“Signore, ieri mattina mia sorella è morta.”
Evenfindr sentì la propria mano, a contatto con la guancia
calda della giovane, divenire fredda. La ritirò lentamente, non riusciva a smuovere le dita. La depose sulla propria coscia, senza staccare gli occhi scuri dal volto della ragazza.
“Come è successo?”
Il pianto di lei si intensificò, tanto che la giovane
dovette coprirsi il viso con le mani.
“Sono sicura che il peggio si sarebbe potuto evitare! Invece ha perso il bambino…”
Evenfindr si lasciò sfuggire un grugnito, chiuse velocemente le mani.
“Hai appena detto che è morta.”
Non lasciò il tempo alla montanara di rispondergli, ed aggiunse con tono asciutto.
“Capisco. Ha abortito ed in seguito è morta. L’avete lasciata morire
dissanguata senza mandarmi a chiamare. Posso saperne il motivo?”
La ragazza portò con uno scatto le mani al terreno, per
appoggiarsi. In quel momento pareva trattenere il terrore. Cessò i gemiti e parlò scandendo bene le parole.
“L’abbiamo trovata in un campo, in un lago di
sangue. Delirava, sosteneva che il marito era stato sbranato, che le avevano
portato via il suo bambino. L’abbiamo trasportata a casa e quando l'abbiamo deposta a letto è rimasta improvvisamente silenziosa. Dopo qualche ora è morta…”
Evenefindr non mosse un solo dito verso di lei. Gli sembrava
che fosse diventata una statua di melma. La sua sola presenza lo disgustava.
“Chi le ha portato via il bambino?”
Non seppe perché lo aveva chiesto. In realtà, era convinto
che la risposta a quella domanda fosse una soltanto. I suoi familiari le
avevano portato via la creatura che aveva in grembo, la sua stessa vita. Per
cosa? Superstizione, la vergogna, salvaguardia dell'onore in punto di
morte... Aveva sperimentato in passato l'ira di qualche marito perché lui, medico e uomo, si era permesso di toccare sua moglie. Percepì le proprie guance che si arroventavano.
“I lupi.”
Evenfrindr quasi non udì la voce. Non si accorse che la giovane aveva parlato fino a quando non voltò gli occhi ed incontrò il suo
sguardo. Il velo di lacrime si era estinto e la sua espressione era puntellata
di piccole gemme luccicanti di terrore, che risplendevano sul fondo dei suoi occhi.
“Cosa hai detto?”
“Lei lo urlava! Urlava che i lupi che avevano portato via il
bambino!”
Il suo tono divenne acuto e le sue parole si conclusero con un gemito soffocato. Evenfindr, ancora incapace di comprendere cosa fosse accaduto, scosse il capo. Che la giovane madre che era morta fosse stata aggredita e ferita da un branco di animali della foresta? I suoi ragionamenti furono interrotti dalle parole affrettate che la ragazza stava rivolgendogli, al colmo del terrore e con la massima accoratezza.
“E ora vogliono tagliarle la testa! Io non posso, devo fare qualcosa…voi dovete fermarli, sono terrorizzati!”
Evenefindr si alzò.
“Così vogliono seppellire la testa in qualche posto
nascosto. Dove posso trovarli?”
La giovane agitò convulsamente le
braccia, in preda all'esasperazione.
“No, non devono seppellirla! Mia sorella ha ripreso a parlare e muoversi, così loro hanno paura di lei e le vogliono tagliare la testa per liberare la casa dall'infestazione dei demoni che l'hanno uccisa!”
Evenfindr percepì che il suo respiro partiva in avanti verso il luogo a cui avrebbe dovuto correre con urgenza. Così, rimasto senza fiato, lo inseguì, dirigendosi verso la casa della famiglia a cui apparteneva la ragazza.
mercoledì 26 ottobre 2011
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Un lupo ed un falco si
trovarono per caso a conversare. Il volatile spendeva molte parole ed intanto
passava il becco affilato sulle penne lisce, tinte di rosso dalla luce del
tramonto, più per accarezzarle che per pulirle.
Il lupo per lungo tempo non rispose
ai suoi richiami, si limitava a muovere lentamente lo sguardo sul prato erboso,
separato dal cielo da una sottile morbida linea, ed in questo loro movimento i
suoi occhi per una o due volte incontrarono la figura del falco. Fu in uno di
quei momenti che l’uccello si tirò su in tutta la sua altezza ed agitò le
grandi ali sollevando la polvere e creando scompiglio su quel piccolo groviglio
di sterpi sul quale si era adagiato per avvicinarsi al predatore terreno e
conversare con lui.
“Bene, si può sapere se mi
stai ascoltando, fratello dalle strane piume e dai denti
affilati? E dunque, pensi di fare ancora a lungo l’altezzoso con questa testa levigata
che viene dal cielo?"
Il lupo aprì la bocca e
lasciò scivolare la lingua tra i denti, per poi appoggiarla sul labbro,
tranquillamente sommossa dagli atti del suo respiro.
Il suo ghigno silenzioso e profondo,
simile a quello che aveva intravisto da vicino su facce umane, non fece che
aumentare la stizza dell’uccello, che chiuse le ali e alzò il nobile profilo
verso il cielo che tendeva ad imbrunire.
“Ebbene, che strano lupo ho
incontrato atterrando, stasera. Non ti ritieni forse come tutti gli altri tuoi
simili? Ti credi tanto superiore a me? Ah, pesante quadrupede. Io non conosco
l'ignobile gravità che alla sera ti sfianca le zampe. Io per tutto il
giorno mi libro nell’inconsistenza e nell’invisibilità dell’aere. Derubo della
vita gli animali terreni, che inferiori cercano rifugio nelle tane, codardi per
natura. Io non temo di vivere l’ebbrezza e raccolgo i frutti di questo mio
coraggio. Ogni giorno che vivo è glorioso.”
Il lupo reclinò di lato il lungo
capo, senza muovere le tonde pupille, che senza intensità ma con precisione mettevano a fuoco
la piccola figura del rapace. Un tale delicato movimento sembrava esser stato suggerito dal vento, che timido aveva sospinto il predatore per poter
andar oltre e continuare a pettinare l’erba dello spiazzo erboso.
“Tu credi, dunque, falco, di
essermi superiore?”
L’uccello si innalzò per una
seconda volta sulle grandi zampe artigliate, stringendo le sterpi secche tra le
unghie nere, esultante. Era riuscito infine a destare l’attenzione del mezzadro con il quale condivideva il terreno di caccia che per lunghe giornate osservava a testa china, in volo.
Annuì calorosamente,
accompagnando quel gesto con un fischio ben calibrato, vocalico e squillante,
rafforzando la sua convinzione con il nobile richiamo che contraddistingueva la
sua specie. Rise poi, come ridono i falchi, soffiando un poco dalle rigide
narici, socchiudendo gli enormi occhi e movendo la testa a destra e a sinistra.
Con quel verso, doveva aver dato a tutti i conigli ritardatari che nel crepuscolo si
dovevano aggirare ancora lì intorno un buon motivo per ritrovare velocemente la via
della tana!
“Ti ritieni superiore per la
forma del tuo corpo, che ti dona la capacità di librarti in alto, sopra la
terra nella quale, è vero, a volte ci ripariamo?”
Il lupo interruppe le
fantasticherie del falco a proposito dei conigli con il suo tono caldo e
scavato. Il suo pelo biancastro, striato di grigio e nero, vibrava leggermente
all’aria della sera, direzionato variamente dalle brezze ancora
indecise se rendere fredda la notte. Ma a parte il pelo, che veniva mosso così dall'aria nervosa, ora quieta ora che fischiava acutamente, non si
poteva dire che l’animale fosse animato da grande entusiasmo, interprete
com’era di quell’instancabile immobilismo.
Il falco grattò il terreno,
incapace invece a star fermo, mentre fissava con sguardo bieco e trionfante quel lupo dalle poche parole. Ne avrebbe demolito l’orgoglio e l’amor proprio.
“Superiore per la mia carne
ed il mio scheletro leggero, sì! Per la mia capacità di gioire di me stesso per
quello che so fare e concedermi a chiunque sappia apprezzarmi! Grande e
glorioso è il destino per i compagni delle distese aeree, che sfidano le rocce
di montagna con gli artigli! Ogni anno i nostri pochi piccoli divengono
principi, nutriti del sangue dei cuccioli dai manti di pelo che si nascondono sotto
il suolo! E poi, creatura dalle quattro zampe, conosci quel detto che sognanti
le pecore bisbigliano, quando sui più alti pascoli si arrampicano, ed hanno la
fortuna di intravederci mentre ci libriamo nel cielo? La bellezza è
nell’occhio. Questo modo di esprimersi è un po’ da giovane pecora, ma sta a
significare che la nostra condizione è anche quella d'esser belli. Che senso può avere la
vita, senza la bellezza?”
E guardava il lupo,
gonfiando il petto con discrezione, senza intender mostrar troppo che provava
grande soddisfazione ad esprimere quei concetti.
Il lupo abbassò la schiena e
si allungò, stirandosi e facendo ondulare la spina dorsale con un movimento
fluido, mentre mostrava il grande rosso della sua bocca incoronata di denti al
falco, con uno sbadiglio. Si stese poi, il muso appoggiato sulle zampe
anteriori. Alzò gli occhi dunque verso il falco, ed iniziò a parlar sottovoce, tanto che essa venne coperta, in alcuni istanti, dal rumore sferzante ed istantaneo del volo di un pipistrello.
“Senti…tu dici che la
bellezza è nell’occhio. Oppure sono le pecore a dirlo…ma comunque tu mi sembri
d’accordo con loro. Ebbene questo concetto viene presentato a me e alla mia
gente da quando sono nato, ci spregiano per il fango che appesantisce la nostra
pelliccia, per le unghie spezzate e le cicatrici che ci fanno penzolare le
sopracciglia. Quando non ero che un cucciolo, le critiche e i giudizi degli
altri animali mi facevano scappare entro la tana, offeso nel profondo
dell’animo. Desideravo di trasformarmi in una volpe o in un gallo cedrone, in
un capriolo o in un gheppio. Quanto era difficile sentirsi liberi, allora. Non volevo essere lupo, se per sempre avessi
dovuto rispondere a tali sollecitazioni per farmi strada nella foresta. Ma poi capii che un altro tipo di libertà era a disposizione: una libertà che deriva da una scoperta sulla realtà del mondo.”
Il falco, suo malgrado,
dovette tacere. Di rado rimaneva ad ascoltare il vociare degli altri animali,
che vivevano in basso, lontano dai nidi d’alta quota nei quali si riposava e
faceva colazione. Quella confidenza così intima lo lasciò un poco stupefatto.
Il lupo continuò.
“Cosa è mai
un occhio senza la fermezza dell’occhio, senza la profondità e la saggezza? Se
non ci fosse tradizione o legge che ci obbligasse, per velocizzare le nostre
vite di predatori e prede, ad apprezzare alcune caratteristiche che in molti
possiedono…verrebbe restituita ai saldi, ai coraggiosi, agli intelligenti, ai fedeli
e a tutti coloro che possiedono un grande spirito il primato che hanno nella
bellezza. Una bellezza che sta sotto il pelo. La bellezza di cui parli tu, è
quella che rende tutti i fratelli animali dei fratelli soli.”
Mentre ancora parlava, il lupo girò le orecchie ed alzò il capo, annusò distrattamente l’aria. Aprì nuovamente la bocca
mentre tornava a guardare il falco. Il sorriso del lupo non aveva niente di
provocatorio nei confronti del silenzio del volatile.
Dopo qualche istante l'uccello si riscosse, sfregò un poco un orecchio sull’ala,
prese la parola, ma con meno baldanza.
“Non avevo mai ascoltato
parole simili. Eppure, credo di capire cosa tu intendi per spirito. Sai, è una
cosa che ho conosciuto tra gli esseri umani. E’ mia abitudine spiarli. A volte,
riesco ad arrivar loro molto vicino e per qualche minuto mi trattengo a studiarne
le mosse originali. In un primo periodo mi nascondevo per osservarli quando
erano occupati in passatempi chiassosi, stupidi scherzi e qualsiasi cosa facessero di appariscente. Per caso, ho colto alcuni di loro in attimi della loro distrazione, quando in silenzio sembrano dormire ad occhi
aperti. Dormivano sognando. In quel momento ho come loro sono veramente.
Alcuni di loro. Ripieni di parole complesse che riescono a dire anche quando
non emettono suono. Credo che sia questo che intendi quando parli di spirito,
manto grigio.”
Il manto grigio del lupo
sobbalzò ripetutamente mentre l’animale rideva con gentilezza, come ad
approvare le parole appena pronunciate dal falco.
“Credo che tu abbia
osservato bene gli esseri umani. Questo fa parte del loro grande mistero. Alcuni dei miei antenati fecero di quegli esseri il loro branco. Ma
quelli, non sono più lupi. Quei nostri fratelli hanno
fatto del pensiero dell’uomo il loro. Fanno la guardia alle pecore e giocano
con i cuccioli umani, si dimenticano dei loro simili. Noi, siamo lupi. I nostri
pensieri sono solo nostri. Di ciascun lupo. Non sentirai mai un lupo confessare
quello che sente mentre viene sorpreso in una trappola o viene trascinato al macello. Il silenzio è il miglior modo per andarsene.”
“Una volta ho ascoltato una storia, una delle poche, a proposito di un lupo del secolo scorso che si lasciò morire dopo che la sua compagna era stata uccisa da un uomo. E' davvero possibile una cosa del genere?”
Era una domanda che sorse
spontanea ed improvvisa al falco, visto il parallelo che era sorto con gli esseri umani. Il
lupo chiuse gli occhi, o forse li abbassò soltanto. Il blu del
crepuscolo aveva imbevuto ogni cosa, tranne il bianco latteo del globo lunare
che si era reso evidente nel cielo.
“Quando la mia lupa chiama
il mio nome, io odo i rumori del mondo. Riconosco la voce della madre Terra.
Quando lei pronuncia il mio nome, allora so di essere giunto in un luogo dove
non esiste solo la mia voce. Quando lei mi chiama con la voce dell’amore.”
Il falco fece grandi i suoi
occhi, stupito.
“Perché, lupo, tu hai un
nome?”
L’animale annuì, mentre si
lasciava andare disteso su un fianco.
“Sì.”
“E qual è?”
“Perduto.”
La sorpresa del falco aumentò.
“Ma che razza di nome è?”
“E’ un bel nome. All’interno
del mio nome sta la ricerca ed infine il ricongiungimento. E’
un bel nome e mi rende felice."
“Devo andare, Perduto. L’ora
è già tarda.”
Perduto annuì, ma si fece serio.
"Stai attento, falco ben leggero. Io conosco il fango, vi ho camminato e so vestirmi di pensieri colorati per togliermelo di dosso. Ma tu, se un giorno precipitassi in un pantano, come ti libereresti da quelle libbre che intrappolerebbero le tue piume?"
"Chiamerei i lupi. Ma chissà, forse loro non mi aiuterebbero. Forse mi divorerebbero."
"Così piccolo. Sarebbe un pasto ben misero. Sarebbe uccidere per cattiveria. Non si fa."
Il lupo Perduto rimase per
un attimo immobile, quindi uggiolò e si protese le zampe verso l’uccello,
abbassando le orecchie triangolari.
“Dimmi, non ti sarai offeso per le cose che ho detto? Non sentir intaccato il tuo orgoglio.
Saper volare tanto in alto è meraviglioso. A volte sogno di saper volare. Muovo le zampe e cammino lassù, nell’azzurro, appena sotto le nuvole.”
“Vedi, sai anche volare.”
Il lupo tacque, mentre il
falco si allontanava allungando qualche passo impacciato con le corte e grandi zampe.
“Non so volare. Ma…forse un
giorno lo farò.”
Il falco ridacchiò. Desiderava
allontanarsi dal lupo e finire quella conversazione, tuttavia non si sentiva
appesantito dalle parole che erano state spese. Il lupo gli aveva mostrato
aspetti della sua specie che non conosceva, avrebbe potuto rifletterci sopra.
Sbatté le ali, con la solita forza della giovane età. Spingendo con
le zampe si alzò un poco, si trattenne a quella piccola altezza, aumentò la
forza. A poco a poco si confuse con il cielo nero. Quando fu scomparso
dalla vista, il lupo Perduto alzò la testa verso il cielo e produsse un
lungo ululato, al quale rispose il falco con un richiamo squillante.
Così si
salutarono, dopo il lungo dialogo avvenuto sulla terra, il lupo Perduto ed il
falco.
Perduto attese il ritorno
della propria compagna, con la quale si era dato appuntamento per la notte
nella radura erbosa nascosta dalle lunghe braccia degli alberi del bosco di
montagna. Quando la compagna di Perduto giunse a lui, i due si salutarono e
passarono un po’ di tempo a rotolarsi sull’erba, esorcizzando con i giochi leggeri la lunga attesa
che li aveva separati .
Il falco, su in aria, di nuovo
nella dimensione dell’ebbrezza e del dominio del corpo, presto si dimenticò
delle parole che aveva scambiato con il lupo.
Ma questo non vuol dire che, per
un qualche motivo, non potrebbe non ricordarsene in seguito. Magari al
prossimo incontro, che avverrà nell’aria, quando il lupo Perduto imparerà a
volare.
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