Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post

martedì 15 ottobre 2013

Macchie d'acqua



Quando avevano invitato Alice a vivere in casa con loro, i genitori avevano chiesto a Gaspare di amarla.
Gaspare non fu ispirato in tal senso fin dall’inizio: osservava la giovane orfana come se fosse una mosca. Aveva l’impressione che si posasse sui mobili, sul cibo, sulle mani e che si aggirasse per le stanze con una velocità (del pensiero) che a loro che vi abitavano da tanti anni era del tutto sconosciuta.
La richiesta dei genitori era suscitata dalla pietà di cui erano convinti che Alice dovesse essere oggetto; tuttavia il motivo di tale obbligo gli era rimasta a lungo incomprensibile visto che non aveva ascoltato la sua triste storia.
Alice non era bella, non proveniva da una terra lontana, non sospirava: avrebbe potuto entrare in casa con il titolo di inserviente e nessuno di loro, tanto meno i suoi genitori, si sarebbero accorti di lei o del suo vissuto.
Un evento del passato legava suo padre al padre di Alice e doveva bastare per rispettarla: se fossi nei panni di mio padre mi sarei comportato allo stesso modo, si diceva Gaspare, facendo l’equazione della morale, pur non conoscendo l’argomento in questione.
Durante le prime settimane Alice si dimostrò abbastanza solitaria, guadagnandosi gli appellativi di riservata e timida; tuttavia in breve tempo strinse amicizia con la vecchia nonna di Gaspare, una donna che lui non considerava di maggior valore della cuffia ricamata che giaceva sui suoi radi capelli, visto che nella maggior parte delle occasioni si dimostrava incapace di proferir parola. Dopo che Alice ebbe preso l’abitudine di sedere accanto a lei, i familiari furono costretti mutare opinione sul livello di partecipazione alla realtà della vecchia: l’anziana signora rispondeva ad Alice, a patto che lei le si rivolgesse cantando.
Gaspare si accorse per ultimo, dopo che i genitori gli ebbero manifestato il loro stupore, che le due chiacchieravano tra loro, canticchiando a mezza voce. Fu allora che le rivolse la parola per la prima volta: era curioso di sapere come aveva partorito quell’idea.
I grandi aedi dell’antichità ricordavano lunghissimi poemi a memoria grazie alla musica: li cantavano, ma non avrebbero forse saputo mettere per scritto o scandirli senza ritmo. Le parole rimangono nella musica più a lungo di quanto non rimangano nella nostra razionalità.
Gaspare scoprì che Alice era istruita: non era andata a scuola ma era stata la pupilla di un vecchio professore che abitava nel suo paese, che le aveva insegnato il mondo attraverso la poesia e la letteratura. Così Alice raccontava tutto come se si trattasse di un argomento degno di un’ode.
In un primo momento Gaspare rise come si ride quando si ascolta una barzelletta già sentita, ma poi si accorse che i suoi lunghi discorsi non lo stancavano e questa fu già un’ammissione potente. L’amore per lei nacque progressivamente, inizialmente senza passione ma con una sete inestinguibile di vederla e sentirla parlare.
Quando glielo disse, lei gli confessò che ricambiava e Gaspare scoprì che Alice gli appariva bella, irresistibile. Percepiva il fremito sulla superficie delle mani di Alice, pronte ad accarezzarlo fino a consumarsi, e si abbandonò ad un sentimento d’amore che lo faceva sentire, al contempo, un lattante ed un vecchio.
Decisero di sposarsi, con l’approvazione ma con la preoccupazione dei genitori di Gaspare: amavano Alice ed avevano invitato il figlio a fare altrettanto, ma il cambiamento del giovane rampollo lasciava intravedere loro che il suo destino, che appariva deciso fin dalla sua nascita, era profondamente mutato. Per loro, in quel momento, risultava imprevedibile: il ragazzo voleva lavorare e trasferirsi con la giovane moglie nella cittadina dalla quale lei proveniva.
Cominciare con un magro stipendio e da un luogo provinciale: per Gaspare la questione era molto più affascinante e non la avrebbe mai definita con tale parole.
Voleva cominciare la loro vita, con Alice, dai luoghi che le avevano dato i natali: conoscere quelle dune e gli snelli alberi alla cui ombra lei era cresciuta ed infine era giunta fino a lui.
Era certo che da quel punto sarebbero giunti al luogo successivo del loro amore.
Quel luminoso settembre del 1920 si sposarono e ancor freschi della festa, profumati di borotalco e lavanda, giunsero ad abitare nella stanza che per la prima volta era interamente loro. Avevano abitato per qualche settimana nella casa dei genitori di lui ed avevano dormito insieme nella stanza che Gaspare aveva occupato fin dall’epoca in cui era stato capace di dormire da solo.
Quella stanza, soprattutto durante la notte, rivelava molto di ciò che Gaspare era stato, un bambino, fino a poco tempo prima: l’ombra dei ninnoli e degli appendiabiti sui quali, per un periodo eterno, erano stati disposti, in un ordine da esposizione universale, i suoi completini ed i suoi accappatoini, proiettavano la loro ombra sulle pareti.
Durante le loro chiacchierate notturne i due solevano tenere un lume acceso e la voce di Gaspare rallentava e diveniva nostalgica, mentre il suo pensiero dava un nome ed una data di nascita a tutte quelle cose con le quali era cresciuto, che non gli appartenevano ma che erano state sue servitrici. Alice lo ascoltava, alzava il braccio magro e le indicava, si aggirava per la stanza con i piedi leggeri, veloce come una zanzara, li toccava, chiedendo a lui di raccontare il motivo per il quale quel carillon, quel soldatino a cavallo era rimasto proprio lì, cristallizzato sul suo scrittoio, irrigidito per la lunga attesa di un ordine. L’odore di quella stanza, dolce come quello degli unguenti per il bagno, ispirava a Gaspare racconti che difficilmente avrebbe creduto di poter richiamare alla memoria, con i quali condì l’attesa che li avrebbe infine portati in Toscana, nella terra natale di lei, nella piccola cittadina sul lago, vicino alla tenuta nel cui grande parco pascolavano dromedari, non nella sua casa perché lei non ne aveva.
La stanza che affittarono, con un anticipo fornito dai suoi genitori, era spoglia e lontana dalla strada. Vi giungevano, pianissimo, i rumori degli animali del padule, degli agricoltori al lavoro, di qualche carrozza come quella sulla quale erano giunti.


A volte cerco di immaginare la pineta ed il mare dall’alto, con gli occhi di un uccello: deve apparire così diversa rispetto a come la viviamo a questo livello. Superate le montagne, si scende un po’ e ci si lascia alle spalle il sole appena sorto: dal cielo, l’alternarsi delle dune e degli specchi d’acqua sembra una bandiera scintillante, estesa per chilometri, che poggia sull’invitante verde della vegetazione. Dal basso, non possiamo vedere quello scintillare: dimentichiamo la forza del talismano, fino a che non ci alziamo nuovamente in volo. L’incantesimo, l’attrazione non ricompare fino alla prossima migrazione, quando la stagione ci riporta al di là delle Apuane, sulla costa.


Queste sue parole si ripeteva Gaspare, la notte, quando abbracciato ad Alice ascoltava il lento, quasi impercettibile movimento del lago. La casa era di un’amica di Alice e Gaspare si affezionò ben presto all’odore di quelle stanze, che originava dalla cucina e si intestardiva, distraendo tutte le loro attività, all’ora dei pasti, richiamandoli come due topolini in trappola.
Il padre della padrona era proprietario di una serra e pescatore. Non di rado cacciava anche, con un vecchio fucile che aveva ereditato e che continuava ad odorare di polvere da sparo molti giorni dopo che aveva sparato. Così, quando Gaspare scrutava quell’arnese, appeso alla parete, come un qualsiasi ornamento, provava un senso di sospetto misto a reverenza quale si prova di fronte ad una belva che sommessamente preannuncia il proprio ruggito.
Il pensionante lo portò a pesca, la mattina presto e qualche volta durante la notte. Gaspare non aveva difficoltà a sopportare la lunga attesa; a volte confondeva la veglia con il sogno e si scuoteva, si dava uno schiaffo, allora si accorgeva di essere completamente sveglio e credeva di vedere qualcosa di meraviglioso, incomparabile: le lucciole infarcivano le sponde del lago come balconi addobbati a festa, ma con maggiore dolcezza ed irriverenza dei lumi umani, spengendosi e nascondendosi alla vista per lunghi minuti, come sorrisi mal celati di bambine. Il riflesso dei punti luminosi si fondeva in nastri baluginanti, che scorrevano sulla superficie dell’acqua bassa e nera. A volte Gaspare immaginava di poter leggere quei caratteri aramaici e scovarvi la bibbia dei pesci, degli aironi, delle ranocchie: grandi ed inafferrabili verità sulla vita che sta in mezzo, tra l’acqua e la terra.
Alice aveva ripreso il mestiere al quale era stata iniziata da piccolina: la sarta. Confezionava abiti costosi o a modici prezzi. Quando venne la notizia che era tornata, la sarta che le aveva insegnato la andò a trovare e le offerse il lavoro. Con i loro primi risparmi, comprarono una bicicletta e così insieme a volte si recavano nella piccola cittadina alla fine della strada che attraversava l’infinita pineta. La bicicletta di Gaspare ondeggiava, dirottata dai colpi di vento o dalla distrazione, mentre Alice stringeva le dita attorno al metallo freddo del manubrio e raccontava a Gaspare le storie di quel luogo così piccolo da essere raggiunto da echi di storie e gesta lontane, così trasfigurati dalla distanza da diventare immaginazione. Alle volte, inventava per lui qualche verso e lo canticchiava, un po’ fuori tono.


L’airone ornato di brace, di
Invisibili raggi dipinto, dall’
Alto come ombra calava, così
Coma fa un frammento di bandiera,
ormai libero, lento va sul vento
pietra immateriale adagiata
sul dorso delle onde magnifiche.
Immobile, è un giunco adesso
Un’erba bianca con foglie sottili
Che si confonde con i più comuni
Riflessi, l’ infisso nell’acqua…


Grazie alla bicicletta, Gaspare trovò un lavoretto come corriere e cominciò ad andare ad imparare il mestiere dal tipografo. Tutto si era stabilito molto velocemente: vivere di nuovo in autonomia aveva stimolato il lato pratico di Alice, che aveva guidato con maestria i primi passi di Gaspare attraverso la gente che conosceva e che poteva aiutarli.
Una sera, Alice e Gaspare si spinsero a passeggiare fin dentro la pineta, vicino alla spiaggia, tanto da poter udire il rumoreggiare placido del mare. Alice si fermò e chiese a Gaspare di tornare indietro: aveva freddo e paura di spingersi oltre dopo il calare del sole.
Gaspare rise e la tirò a sé, sospingendola poi perché proseguisse, ma lei si tirò indietro e si allontanò di qualche passo. Ripeté che non intendeva proseguire, che conosceva la pineta e non voleva arrischiarsi durante la notte.
“Conosci la pineta, di giorno. Non sei te che mi hai parlato della pioggia e dell’aria notturna che è così idilliaca tra i pini sotto la luce della luna?”
“Non sono io, è stato un poeta. Non voglio andare, torno a casa.”
“Non pensavo che avresti mai avuto paura di fare qualcosa insieme a me.”
“Sei irragionevole. Non ho intenzione di seguirti. Se vuoi andare, vai, io me ne torno a casa. Sei davvero un bambino.”
La guardò: lei appariva più acerba dei due, malgrado avessero la stessa età. Ma era più saggia e lui…il suo aspetto di uomo poteva non far intuire il suo spirito.
Gaspare in risposta le sorrise, non aveva altro modo per esprimere ciò che lei suscitava in lui e lo prosciugava di ogni parola. Se solo avesse avuto il coraggio di cantare in risposta, come lo aveva avuto sua nonna…
Alice si allontanò e sparì sul sentiero: Gaspare era ormai solo ma non si sentì abbandonato. Si voltò verso gli alberi, in direzione dello stormire acuto dei grilli che si nascondevano in basso, chiuse gli occhi ed inspirò l’odore degli ultimi camuciori che veniva trasportato dal vento dai cespugli vicini. Aprendo gli occhi, ormai abituato al buio, distinse le macchie di luce che velocemente si spostavano tra gli alberi: erano i riflessi della luna nelle pozze che frammentate si ricongiungevano tra loro durante l’autunno, con la pioggia.
La cercherò qui, la mia Alice, pensò, anzi, cantò nella sua mente.
Si è allontanata da me e non so dove la incontrerò ma esplorerò il mondo per trovarla. A cominciare da questo piccolo mondo. A cominciare dai pini snelli che fanno posto ad alberi più grandi, alle querce ed ai tigli che proiettano l’ombra di una nuvola, dall’istante in cui il cormorano riemerge dall’acqua, dall’immobilità dell’airone che è amico dell’orizzonte, dalla casa per le barche sfasciata, che sta sprofondando. Dal porticciolo di canne di bambù, dalla stalla dei cavalli che a volte viene invasa dal fango, dalle ninfee che incontri a sorpresa in un piccolo stagno vicinissimo al mare, dalla piccola conchiglia che si impiglia tra le dita mentre cammini.
Mentre pensava a tutte queste cose, camminava, scandendo i passi con il ritmo musicale di quelle parole, riconoscendo ciò che diceva dentro di sé all’esterno, immerso nella luce della luna. Toccando le fronde degli alberi, le sue mani divennero fresche, bagnate dalla prima rugiada, quella ancora segreta, che gli uomini non incontrano, ed i suoi orecchi si fecero più sensibili ai rumori degli altri che vegliavano e si spostavano durante la notte: un cinghiale, una cornacchia, alcuni daini. Gaspare si stupì di poter essere così silenzioso e di mimetizzarsi tanto, nel buio. Si sentiva spronato nell’andare avanti, superò i fossi ed infine sentì la cedevolezza della sabbia sotto i piedi. Era così: la spiaggia era il sorriso argentato della pineta, baciato dal mare che si protendeva e si ritirava, così impaziente da avanzare in continuazione. Gaspare si inginocchiò ed accarezzò la sabbia, alzò il capo e vide la luna, quasi piena, che splendeva in alto, nel cielo, dal punto in cui Alice immaginava di guardare il padule dall’alto, avvicinandosi alla costa da terre lontane.
Eccoti, mia cara.
Sorrise alla luna: finalmente l’aveva trovata. Ora non gli restava che attendere che atterrasse sulle terre scintillanti per poi alzarsi nuovamente in volo con lei e migrare.
Tornò sui suoi passi e la trovò, lì: nel loro letto, Alice dormiva. Carezzò il suo viso pallido, che sembrava splendere di luce propria, come la luna, come la aveva vista nel cielo, dopo che era sorta dalla pineta. 




giovedì 30 agosto 2012

E' un capitolo primo: Klara e la storia


Parigi, 1949

Klara era molto giovane: questo era chiaro a tutti.
Era giunta a Parigi da pochi mesi, grazie alla donazione di un lontano parente che viveva negli Stati Uniti, desideroso di essere il benefattore di quella piccola macchiolina europea.
Quell’uomo di famiglia e d’impresa le aveva proposto di attraversare l’oceano e raggiungere la sua casa, le sue proprietà, perché ne potesse usufruire come una figlia generata dalla sua carne.
Klara aveva rifiutato: desiderava rimanere quanto più vicino possibile al luogo dove era nata e rimanere in ascolto per tutto il tempo in cui sarebbe stata ancora giovane. Viveva in attesa di un piccolo segnale di resa da parte di quella distesa di terre e persone, cercava nei loro volti la tenerezza ed il rilassamento della vecchiaia. Amava molto coloro che le erano rimasti accanto e non era ansiosa che diventassero vecchi e morissero: desiderava ardentemente che piegassero il collo e posassero la testa sulla sua spalla, chiudendo gli occhi, come dei guerrieri che si fossero finalmente arresi alla speranza e ne subissero le dolci conseguenze. Il futuro a quel punto sarebbe arrivato a loro con i lenti passi di una ballerina classica ad inizio atto, alta e lineare, che imita con graziosi gesti la goffaggine ed il disorientamento di chi si trova in terra sconosciuta.
Il lontano parente americano le aveva scritto che era rimasto molto colpito dalla sua risposta, dalla poesia di cui le sue parole erano intrise. Scrisse che era certo che quell’elevazione delle sue modalità espressive era dovuto alla sua storia ed al motivo della sua sofferenza.
Il luogo nel quale lei si era sviluppata rendeva straordinario il suo modo di esprimere tali pensieri ed aspettative e concluse rimarcando – si trattava della prima persona che glielo diceva – che era davvero giovane. Klara rilesse quella parola diverse volte: in quel termine il lontano congiunto aveva concentrato tutta l’enfasi del suo stupore. Nelle righe seguenti lui chiedeva che cosa le sarebbe piaciuto fare, in Europa, nell’attesa che le riserve di chi aveva intorno si sciogliessero in quella primavera dell’anima, che sarebbe giunta inaspettatamente in pieno inverno.
Klara rispose che sognava di studiare canto a Parigi.
Amava cantare, suonare, ballare. La musica per lei, ed il racconto attraverso la musica, erano motivo di grande gioia.
Il vecchio ebreo, che custodiva ed elargiva ad i nipoti d’oltre oceano i dolci ricordi di una sinagoga polacca in cui le donne e gli uomini cantavano divinamente, pianse sulle pagine della lettera di Klara e le rispose che le avrebbe inviato il denaro necessario per trasferirsi a Parigi ed iniziare i suoi studi.
Klara accettò, non aveva niente se non sé stessa, il corpo e la mente, ed era abituata a ricevere ed a vivere grazie ai doni gratuiti degli altri. Aveva assistito alla morte di coloro che non avevano accettato la generosità altrui. Rispose dunque con un laconico sì, come una sposina predestinata, senza profondersi in ringraziamenti, visto che il lontano parente aveva mostrato piacere nel constatare che lei era una creatura straordinaria.
Quando giunse a Parigi fu accolta da una famiglia che era stata contattata dal parente americano.
Le affittarono una stanza nella loro casa e la aiutarono a trovare un lavoretto. Klara cominciò a prendere lezioni di canto e si iscrisse al conservatorio. I suoi spiriti erano molto ardenti ed difficile valutare oggettivamente se avesse del talento, perché la sua volontà e la sua struggente vitalità oscuravano tutte le doti che da lei potevano sgorgare con naturalezza come da una sorgente. La famiglia che la ospitava la amava, malgrado la trattasse con una sorta di reverenziale timore, come se Klara fosse un automa il cui meccanismo di funzionamento mistico fosse per loro oggetto di studio e motivo di fascinazione. La ragazza incontrò difficoltà simili anche con alcuni dei suoi professori: in molti si lasciavano trasportare dal pregiudizio, esagerandone le qualità positive o negative. La professoressa di armonia la accusava continuamente, interrompendo ogni sua esecuzione: sosteneva che la sua storia non consisteva una giustificazione per la mancanza di esercizio e di doti musicali. Non si vergognava di esplicitare testardamente la sua impressione, ostentando un atteggiamento educatore, rimproverandola per la sua pigrizia, tratteggiandola come un imperdonabile e lascivo vizio capitale, e rimarcando ogni sua difficoltà. Klara pianse nella sua stanza a causa di quelle parole e concluse la giornata certa che quella donna nascondesse una fede nel partito nazista ed un odio contro l’ebreo. Cambiò professore di armonia e non volle più avere niente a che fare con quella donna, che omettendo di osservare la sua dedizione ed i suoi progressi la accusava di difettare sia nell’impegno che nel talento, contro i fatti.
Klara era molto carina ed alcuni conoscenti la invitarono a cantare nei loro locali. Molti avventori ne furono affascinati per la sua abilità con il pianoforte e la sua audacia nell’accostare la bocca ad un clarinetto. Le chiesero come si chiamava e l’assonanza esotica e dura del suo nome li fece rimanere di sasso.
Klara Kalovi continuava a lavorare e due o tre volte la settimana cantava e suonava nei locali. Conobbe molte persone e tutte manifestavano il loro stupore verso la sua persona concentrandola in quelle due parole, proprio come aveva fatto il lontano parente: sei giovane.
Avevano nostalgia della giovinezza e vedevano in lei l’ideale dell’incostanza, della vaghezza, della gioia effimera della bellezza. Klara riconosceva di essere giovane, e si sorprendeva a sua volta, perché questo fatto era in contrasto con ogni sua precedente previsione: aveva compiuto diciotto anni quando pochi anni prima era quasi certa che sarebbe morta. Aveva avuto la scabbia e la polmonite. Era diventata pazza per la stanchezza e l’umiliazione. Aveva lavorato con le sue piccole mani sporche.
Alle persone non sfuggivano le cifre numeriche tatuate sul suo polso. Klara non aveva mai parlato con nessuno di quella parte della sua vita e temeva il momento in cui avrebbe dovuto farlo.
Aveva paura che d’improvviso si sarebbe accorta che non era giovane, ma vecchia, incapace di gioire e cantare, un corpo provato dalla ricerca della riabilitazione dei sensi.
Viveva la vita a Parigi con tutta l’intensità della condannata a morte, come era avvezza a fare. Baciava gli uomini come se avesse dovuto dir loro addio il giorno seguente, era ingorda di sapere e di libri, studiava fino alla tarda ora in cui era venuta l’ora di coricarsi.
Si vestiva semplicemente e non applicava particolari abbellimenti sulla sua persona: se amava godere, al contrario non amava mangiare, provava una sorta di diffidente avversione per il cibo, soprattutto se solido, e per questo motivo era molto magra. I vestiti che indossava le cadevano addosso come una seconda pelle sgualcita, dai colori tenui e mai sgargianti. L’unica originalità che si permetteva erano cappotti e cappelli: d’inverno indossava una pesante pelliccia e si copriva la testa e le orecchie con grandi copricapi o turbanti. Questo suo modo di vestire era interpretato come stravaganza, è così giovane, dicevano, anche se Klara sceglieva quegli abiti impegnativi per un gran senso del freddo. Era freddolosissima e se usciva di casa con la testa scoperta aveva la sensazione di star per svenire.
Klara entrò a far parte di alcuni circoli di universitari. La divertiva ascoltarli parlare di arte e letteratura, confrontava quelle lezioni gratuite a quelle che le erano impartite dai suoi professori, a scuola, e le trovava infinitamente migliori. Chiedeva ai suoi amici di ripetere i nomi difficili e di rinfrescarle la memoria su argomenti che avevano discusso durante gli incontri precedenti e loro rispondevano a quelle domande con trasporto ed abnegazione. Sapevano che Klara veniva dalla Polonia, avevano sbirciato la serie di numeri sul suo polso tagliente e coccolavano con le loro attenzioni e la loro pazienza l’immagine della sua magrezza di usignolo, che tanto bene si accordava con la sua voce paradisiaca. Era la più giovane di loro, la più audace, la più ingenua, la più decisa. Se voleva qualcosa, anche fosse la soddisfazione della propria ignoranza, la chiedeva senza vergogna, perché ciò di cui le importava era soltanto la propria realizzazione.

La domanda le fu posta una sera in cui si trovava a casa di un amico. Avevano cenato tutti assieme, bevendo e scherzando. Klara aveva cantato per loro, accompagnando con la sua voce da mezzosoprano il coro degli studenti, guidandoli attraverso il testo della canzone senza ostentare le sue doti di comando ed il suo carisma.
Dopo cena tutti gli invitati si spostarono nel grande salotto, le cui pareti erano completamente occupate da librerie, che ospitavano una collezione ammirevole di volumi. Di fronte al caminetto bianco si apriva una grande porta finestra attraverso la quale si accedeva dalla terrazza: da lì si godeva di una bella vista di Parigi. Quando tutti si furono seduti, il padrone di casa andò verso la finestra e la spalancò, lasciando entrare la fresca aria primaverile dentro la stanza. Tutti espressero la loro ammirazione, come se soltanto adesso potessero osservare la città che al buio si manifestava come una costellazione, e si avvicinarono all’apertura, chi trascinando chi sollevando la sedia.
Klara rimase dov’era, lontana dalla terrazza. L’aria fredda della notte non le ispirava nessun desiderio di vicinanza e le generava un tremito.
Forse la domanda fu ispirata dal suo controllato immobilismo, che non si concedeva al tremore, forse dalla sua figura longilinea che era rimasta in penombra, illuminata soltanto dalle luci delle lampade.
“Klara, parlaci della tua vita nel campo di concentramento.”
Klara non rispose.  Non sentiva timidezza né orgoglio: niente che le impedisse di parlare. Era quello che aveva sempre temuto. Ma non appena iniziò a parlare, capì che qualcuno era giunto a salvarla nel momento del bisogno.
“Quando ero bambina, vivevo con mia madre e mio padre a Varsavia. Eravamo una grande famiglia e vivevamo felici. Ricordo che un giorno giunse a vivere con noi il nipote di mio padre. Per me fu come se fosse giunto il fratello maggiore dopo un lungo viaggio. Ricordo che prima della guerra mia madre, le sue sorelle e zie prepararono una grande cena e furono invitati tutti i parenti e gli amici che vivevano a Varsavia. Io non avevo voglia di aiutarla, così mi nascosi in giardino. Mi addormentai nascosta in un cespuglio. Fu mio cugino a svegliarmi e per divertirmi mi mise in testa un’idea: mi disse che avrei dovuto inventare una storia e raccontargliela l’indomani. Ricordo che per tutta la sera intervistai i parenti e gli amici musicisti: li feci suonare per me uno per uno. Saltavo in mezzo a loro mentre suonavano i duetti. Tutto era musica, quella sera, e la mia storia fu ebbra di musica. Nel momento di coricarmi ero sfinita: la mia storia era affollatissima di personaggi e canzoni ma io non riuscivo a formularla. La mattina seguente confessai a mio cugino il deludente epilogo: lui fu molto dolce e mi disse che il mio era stato il miglior risultato possibile. In molti riuscivano a decidere la loro storia in una sera soltanto, è un privilegio di pochi invece rimanere nell’attesa ed osservare il mondo più a lungo, facendo crescere la storia come un giardino. Mi disse che la mia storia sarebbe sbocciata nella stagione primaverile. Mi disse che avrei dovuto sempre ricordare i personaggi che avevo scelto ed osservare le loro gesta, apparentemente sconclusionate, per il tempo che sarebbe bastato. La mia era una storia in divenire.”
Sorrise al ricordare suo cugino Adam. Aveva voglia di abbracciarlo e carezzare quei suoi riccioli selvaggi. Nella stanza attorno a lei era silenzio. Una storia su un argomento del genere non avrebbe potuto essere interrotta, per quanto assurda e scollegata dalla realtà.
“Poco tempo dopo, noi ebrei di Varsavia fummo costretti ad indossare una stella gialla sui vestiti. Non potevamo entrare nei ristoranti, passeggiare nei parchi, camminare sul marciapiede. I miei genitori ed io fummo costretti a trasferirci nel ghetto. Mio padre morì. I tedeschi ci fecero uscire tutti dalle case e io persi mia madre. Giunsi da sola al campo di concentramento. Non è stato facile sopravvivere, a causa della violenta fisicità di quel luogo. Ho nuotato per anni su un’onda lunga, che non si è mai infranta, fino a quando non ci hanno liberato. Molti di noi sono impazziti, accecati dal dolore e dalle privazioni. Erano muti, smettevano di mangiare, non ci riconoscevano più. Io ero molto forte e disumana. Io ho continuato ad immaginare la mia storia di musicisti e musica. Ho continuato a pensare a mio cugino Adam, quasi ogni sera mi sono addormentata pensando al fatto che il giorno dopo gli avrei raccontato un nuovo episodio. I personaggi che avevo individuato la sera della grande cena erano lì, attorno a me: il rabbino, il cantore, il violinista rom, il trombettista che ha perso il l’amore, il direttore d’orchestra, il contralto dalla bella bocca carnosa e drammatica…I personaggi erano brutti e sporchi, vestiti male e tristi, ma erano lì, attorno a me. La storia era secca, al momento, ma in divenire.”
Klara sospirò profondamente e qualcuno tra gli ascoltatori la imitò, forse commosso.
“Volete sentire la storia che raccontavo a mio cugino Adam?”
Qualcuno annuì, senza parlare.
“La storia narra di un medico. E’ la storia di una bambina, siate magnanimi, ve ne risparmierò i particolari più infantili. C’era una volta un medico. Essendo giovane e senza conoscenze, dovette ingegnarsi per trovare dei dipendenti da assumere a poco prezzo nel suo ospedale. Lesse sul giornale che il teatro della città aveva chiuso i battenti e decise di andar ad offrire un posto di segretaria ad una delle artiste che aveva perduto il lavoro. Disse loro che avrebbero svolto i colloqui sul palco, ormai vuoto da spettacoli. Dovette esaminare attrici, acrobate, mangiatrici di spade, clownesse e cantanti. Una gli recitò la patetica morte di un’innamorata, mentre fingeva di rispondere al telefono, una fissò un appuntamento mentre si contorceva, tutta sotto sopra, un’altra lo chiamò, Dottore! Dottore, un’emergenza! Concludendo con una nota acutissima da valchiria wagneriana. Il medico stava per gettare la spugna quando una gentile signorina si fece avanti e si propose come segretaria. Era stata licenziata dal coro del teatro ed era in cerca di miglior fortuna. Lui prese la palla al balzo ed assunse la signorina alle sue dipendenze. Ben presto fece di lei il suo braccio destro: la signorina ammansiva i pazienti impegnandoli in cori patriottici, domava i vecchi capricciosi cantando le loro canzoni preferite e calmava i bambini isterici con dolci nenie. Ben presto l’ospedale fu tanto gremito che il dottore dovette cercare altro personale. Naturalmente affidò il compito alla signorina, che si affrettò ad assumere tutti i musicisti del vecchio teatro. Così, l’ospedale divenne il tempio della musica: ogni reparto aveva una sua orchestrina, i pazienti cantavano accompagnati dalla musica del violino e del contrabbasso, i bambini ricoverati erano istruiti sull’uso dello strumento. Il successo della struttura fu enorme ed il medico fu chiamato dal sindaco per ricevere i complimenti per la geniale trovata con la quale lui aveva inventato un nuovo tipo di ospedale…”
Klara si fermò perché si accorse che una delle sue amiche stava piangendo. La guardò a lungo, prima di riuscire a dirle qualcosa.
“Non devi piangere, è una storia buffa!”
Il padrone di casa raggiunse l’amica e la abbracciò, accogliendo sulla propria spalla i suoi singhiozzi, quindi rivolse un sorriso mansueto a Klara.
“E’ vero, Klara. È solo che la tua storia è molto dura. La nostra amica si è messa nei tuoi panni ed ha provato dolore. Ti siamo molto vicini e soffriamo con te.”
Klara continuò a guardare la ragazza scossa dai singhiozzi. Il suo amico aveva ragione: la storia era buffa ma trattandosi della sua storia era dura. La storia del medico e della signorina era buffa ed ingenua, non avrebbe potuto far piangere nessuno, ma soltanto uno sciocco avrebbe potuto credere che si trattava della storia del medico e della segretaria. Era la storia di Klara. Eppure, Klara avrebbe voluto che la sua amica si asciugasse le lacrime grazie all’intuizione che quella ridicola storia rappresentava un’ancora di salvezza alla realtà, l’amata realtà di Klara. Se solo la ragazza avesse potuto vedere la faccia, rugosa come una pergamena, della nonna Sarah, che aveva una voce tanto flebile e commuovente da ricordare quella di una bambina, oppure i baffi dello zio Konrad che ondeggiavano selvaggiamente, come due serpi, mentre lui suonava la viola, o l’audacia del piccolo Filip che malgrado le sue dita fossero corte e paffute cercava di spodestare il suo anziano padre e dominare la sua fisarmonica, o ancora le sorelle Anna ed Elisheva che cantavano come due angeli ma nel mezzo della canzone scoppiavano a ridere come due iene e non la smettevano più, tanto che rotolavano a terra, mentre la musica continuava…
Klara era consapevole di essere l’unica superstite di quella concitata orchestra che aveva visto la luce quella sera, nella sua casa di Varsavia, alla cena offerta dai suoi genitori. All’epoca, le era permesso di cantare come è permesso a tutti i bambini e nessuno le chiedeva di essere coerente, bastava che vivesse e si divertisse, aggirandosi liberamente tra quei musicisti e scegliendo ogni momento un nuovo favorito a cui ispirare le sue scelte future.
La sua famiglia era sterminata ed aveva rivisto alcuni di loro nel campo di concentramento: si trattava di incontri sfuggenti e di scambi di parole poco approfondite, prive di coraggio. Nessuno aveva voglia di parlare con Klara, una bambina senza genitori che avrebbe potuto lasciarli da un momento all’altro. Nessuno dei suoi eroi aveva il suo strumento con sé: erano folli e stanchi, pieni di pulci. Eppure la visione di quei visi familiari, di quelle mani che un tempo si erano contorte sullo strumento loro amico le regalava un istante di ebbrezza e di aspettativa, che si spandeva sui nodi delle sue deboli forze e donava loro nuova robustezza. Aveva immaginato che la sorte degli altri personaggi della sua storia (della cugina Halina e di suo figlio Moses, dei fratelli Jurek e Stefan…) fosse stata del tutto simile e così, giorno dopo giorno, il teatro era stato smantellato e tutti i musicisti si erano trovati nel campo di concentramento, nudi ed affamati. I loro strumenti erano stati venduti sulle bancarelle in cambio di un pezzo di pane, di una coperta, il teatro era stato dimenticato e le bombe ed i cannoni non lo avevano risparmiato, ciechi di fronte a quella reliquia a cui nessun uomo faceva più attenzione. Klara aveva scrutato per anni al di sopra delle teste che affollavano il campo, mentre lavorava: lei aveva la fortuna di sapere in anticipo che sarebbe giunto il dottore, così avrebbe giocato d’astuzia, per il bene di tutti, ed avrebbe fatto in modo di presentarsi in modo consono per essere assunta per il posto di segretaria, accedere al mondo lindo dell’ospedale e poi fondare una nuova orchestra.
Sapeva che la maggior parte di coloro che avevano ispirato la sua fantasia erano morti o non avrebbero mai più suonato. Non appena uscita dal campo, questo pensiero l’aveva resa triste. Poco tempo dopo essere stata liberata fu trovata da suo cugino Adam.
Lui stette a lungo con lei, in ospedale, insistette affinché lei gli raccontasse quella storia che tanti anni prima lei aveva detto esser ancora incompiuta e non adatta all’ascolto di un pubblico.
Dapprima Klara si era molto irritata a causa di questa richiesta, gli aveva chiesto di andarsene ed aveva mostrato indifferenza. Un istinto irresistibile le suggeriva di tenere nascosta la storia ad Adam, di non confidarla mai a lui né a nessun altro. Presto sarebbe uscita dall’ospedale e sarebbe tornata alla sua vita, una vita senza famiglia, amici né orchestre.
Di fronte all’insistenza del cugino, Klara aveva ceduto ed aveva confessato il motivo delle sue rimostranze.
“Provo molto dolore. Tutti coloro che erano musicisti nella mia storia sono morti. Li ho visti consumarsi.”
Adam la aveva abbracciata e le aveva baciato la fronte come se la pelle di Klara fosse una cosa sacra. Klara aveva tremato e poi aveva percepito il segno umido di quel bacio in mezzo alla propria fronte, come se lui vi avesse dipinto qualcosa.
“Sono felice che tu abbia conservato quei nostri musicisti nella tua storia.”
Klara aveva pianto, disperata.
“Sono rimasti i musicisti, le maschere della mia fantasia. Le persone sono morte.”
Adam aveva parlato a lungo. Le aveva detto che molti anni prima lei aveva scelto un manipolo di musicisti ubriachi per quella storia che doveva soltanto divertirla. La scelta era stata tanto azzeccata che i musicisti erano rimasti con lei per molti anni ancora. Aveva riconosciuto i loro volti e le loro mani anche in assenza degli strumenti. Aveva provato nostalgia per la loro musica, aveva desiderato cantare.
Le chiese se si ricordava come era nata quella storia.
Lei disse di no e lui le raccontò di una bambina che gli aveva detto di aver sognato, dopo aver dormito sul prato. Lui le chiese che sensazione le aveva trasmesso, quel sogno, e lei aveva risposto: che ho voglia di cantare.
Il canto è una cosa che viene prima di noi, Klara.
Così le aveva detto.
La musica noi la raccogliamo ma esiste anche oltre i confini dell’uomo.
Klara pensò all’inumano campo, che si trovava ben oltre i suoi confini. Pensò al silenzio orribile, alle orchestre animate dai prigionieri su cui grava una condanna senza giustificazione. Quella era la musica dell’inferno, quello era un impasto che le soffocava la mente.
Adam le aveva toccato il cuore, con una mano. Premette le dita sullo sterno, con decisione.
Klara, la tua storia sta andando. La tua storia sei te. È cominciata quando hai sognato, è cominciata quando hai avuto voglia di cantare. Tu non hai mai smesso di aver voglia di cantare, non hai mai smesso di cercare chi suonasse.
L’unica speranza contro la diseredazione è fare della storia la nostra storia. Tu hai rifiutato quella terribile storia che ogni giorno ti si propinava ed hai vissuto la tua storia. Sei sopravvissuta. La tua storia è qui, tu sei qui. Vivila. Raccontami.
In quel momento Adam stava piangendo. Klara lo aveva osservato, senza muovere nemmeno un dito per asciugare quelle lacrime. Erano le lacrime di un giudice buono, che le annunciava il proscioglimento, che la avrebbe abbracciata una volta che la seduta fosse stata tolta. Osservò con intensità quelle lacrime trasparenti, avrebbe voluto berle, nutrirsene, impastare la propria bocca con il liquido che proveniva dai suoi occhi. Si sentiva bene, di fronte al cugino piangente, protetta dalla sua guida, dalla storia che lui diceva essere sua.
Glielo disse e lui smise immediatamente di piangere ed invece sorrise. Le disse che era stato istruito, in tal senso, da uno spirito incontrato nell’immenso e sterminato bosco. Gli insegnamenti di quel folletto gli avevano salvato la vita in più di un occasione.
Ed ecco che inizia un’altra storia, la tua, gli disse Klara, ed entrambi furono felici di aver parlato e di essersi ritrovati.
Klara si alzò ed andò vicino alla sua amica, mentre il padrone di casa le lasciava lo spazio dovuto, la abbracciò e la baciò su una guancia, teneramente.
“Su, su, non piangere. È la mia storia, lo so. È la storia che mi ha salvato, è una storia in divenire.”
La ragazza alzò verso il suo volto uno sguardo inargentato di lacrime, parlò, scossa dai singhiozzi.
“E cosa succederà ora?”
Klara sorrise e le accarezzò i capelli. Tutti gli invitati si erano riuniti attorno a loro, attendevano con impazienza che Klara condividesse con loro un pronostico. La giovane cantante si sentì molto felice: erano catturati dalla sua storia. Adam ne sarebbe stato soddisfatto: quello era un segno che il racconto dei musicisti stava crescendo su un fertile terreno.
Quando avrai un pubblico, proverai il piacere di sentire la tua storia vivere.
Aveva ragione, come sempre. I suoi consigli, e quelli del suo folletto silvestre, non sbagliavano mai in fatto di storie.
“Ho voglia di guadagnare di più e studiare di più. Ma più che altro, ho voglia di cantare. Sarebbe bello formare un’orchestrina. Qualche elemento qui a Parigi lo potrei trovare. Ho contatti con un parente americano. Sarebbe bello andare in America e scoprire qualcosa sulla musica che fanno là. Cantare nei loro locali, sperimentare nuovi strumenti.”
Strinse tra le dita la mano della ragazza, che non piangeva più, ma splendeva di pianto mentre sorrideva intensamente, e si eresse in piedi, invitando gli altri a seguirla, con un gesto eloquente del braccio.
“Andiamo, siete tutti invitati! Vi assumeremo in ospedale e poi tutti insieme in tournèe negli Stati Uniti!”
I suoi amici risero e Klara si unì a loro, felice ma allo stesso tempo un po’ scossa. Dopotutto, era la prima volta che raccontava quella storia. Qualcuno avrebbe potuto accusarla di leggerezza. Avrebbero potuto pensare che aveva tralasciato i fatti e tratteggiato in modo fantasioso i suoi ricordi soltanto per conquistarsi la simpatia di quella compagnia. Chi erano questi accusatori?
Klara li immaginava cilindrici, alti, ed impugnavano una frusta. Li conosceva bene e sapeva che potevano essere mortali. Ma in quel caso, sapeva anche cosa rispondere loro: non mancava di rispetto a se stessa per una questione di vanità. Impugnava l’unico modo utile che le avevano insegnato per sopravvivere, a parte bere e mangiare. Cosa c’era di vergognoso in questo? Avrebbe dovuto dispiacersi di essere individuale, diversa dagli altri? Aveva combattuto con una divisa a righe e con tutte le arpie che popolavano gli incubi per non ridursi ad un granello di terra e l’ideologia del lutto non l’avrebbe avuta vinta. Non si fidava di chi oggi ostentava un lutto: un domani avrebbe desiderato seppellire lei e tutti coloro che erano diversi, per nuovo motivo, venuto alla luce con l'ingannatore sembiante di un bimbo.
Alcuni degli accusatori avevano tuttavia un aspetto diverso: si trattava della coppia francese che le affittava la stanza, della professoressa di armonia, degli avventori dei pub, delle amiche di scuola, dei fidanzati. Alcuni di loro sorridevano, inteneriti, di fronte al suo modo di essere, e sospiravano, ricolmi di ammirazione: sei giovane. Questo non sarebbe durato per sempre. L’influsso del suo aspetto sarebbe venuto meno e mano a mano il ricordo del campo si sarebbe affievolito nella mente dei suoi alleati. Contemporaneamente, le righe verticali della sua divisa sarebbero riaffiorate dalla sua pelle e niente sarebbe valso a nasconderle. La serie numerica sul polso avrebbe luccicato, come Lucifero, invitando amici e conoscenti ad una festa che non era un concerto. Non le avrebbero chiesto di cantare, le avrebbero chiesto, con il solo sguardo, di non essere sconveniente e non risvegliare la tristezza, di non attardarsi nei pensieri e di agire, di non distinguersi dalla massa per futili motivi. Le avrebbero chiesto di dimenticare, non appena il puzzo di cenere e polvere si fosse alzato dalle loro città, portato via dal vento.
Klara era certa che sarebbe accaduto: la sentiva come una maledizione a tempo, rodata da secoli, nei quali le vittime, i carnefici ed i misfatti erano scivolati via dalla mente di tutti.
Klara avrebbe combattuto: non si trattava semplicemente della Storia, tanto ineluttabile e disumana. Si trattava della sua storia ed in quella sua storia lei avrebbe rifiutato le accuse ingiuste ed avrebbe continuato a raccontare, a coltivare quelle piante e quei fiori nell’alternarsi delle stagioni.
Alla fine della serata Klara uscì dalla casa dell’amico e si avviò a piedi verso l’ospedale. Il dottore l’attendeva dietro l’angolo, appoggiato ad un lampione. Klara non fu sorpresa di vederlo ma allo stesso tempo se ne sentì affascinata: era così bello, con il volto magro incorniciato da una nuvola di fumo, mentre la debole luce arancione del mozzicone incandescente si irradiava sui suoi lineamenti.
“Non pensavo che saresti venuto a prendermi.”
“Ho finito il turno ed ho pensato che non sarebbe stato conveniente farti accompagnare a casa da uno di quei tuoi amici artistici.”
“Ma io sono sempre andata da sola fino a casa.”
“Non stasera. Sono un medico e preferisco prevenire che curare.”
Il dottore le offrì il braccio e si misero a camminare sul marciapiede, l’uno accanto all’altra.
“Sai, l’ospedale va bene, avremo bisogno di nuovo personale. Avrei piacere che fossi tu ad occupartene, ma non sono certo che sia una buona idea.”
“Ma certo che lo è! Lo farò con molto piacere, tesoro!”
“Infermieri, biologi…sei una cantante, per quanto buon senso tu possa avere, dove credi di poterli andare a scovare?”
“Ho già in mente qualcuno. Provare per credere.”
“Va bene. Credo che in fondo tu meriti la mia fiducia.”
Klara rise e gli dette un bacio sulla guancia, alzandosi sulla punta dei piedi.
“Sai, stasera abbiamo parlato di mio cugino Adam. Credo che dovrei scrivergli.”
“Quel matto, quel bel matto. Sì scrivigli. È da quando ti sei addormentata sul prato che non sento la sua voce. Avrei piacere di conversare un po’ con lui. Avrei voglia di chiedergli cosa sia la fantasia, cosa la realtà. Ho una certa difficoltà nel distinguerle. Forse perché sono un prodotto della fantasia e fa parte della normalità della mia vita provare questo disagio.”
“Ti assicuro che anche per me è così.”
“Ma allora siamo uguali. È davvero difficile riuscire a distinguere. Scrivi a tuo cugino, ti prego, vorrei sentire il suo parere.”




martedì 28 febbraio 2012

La Tempesta, scena I


Cosa fa continuare il mondo? Chi porta costoro alla riproduzione? Ben chiara è per costoro la tecnica ed il modo. Gli alberi silenziosi lo fanno, generano boschi. Noi cosa generiamo? Noi? Braccia disgiunte e occhi sfrenati, bazzecole. Che noia i social network. Alito e voce mentre si bacia, questo mi piace. Ora non sono felice, non tranquillo. In questo posto non ho pace. Questo posto è molto grande, contiene la città, il paese, la vita. Puttana. Vivo l’esilio con sterilità. Desidero molto tornare in quel posto, ma mi accorgo che non si tratta di desiderio. Ho confuso desiderio e memoria. Non posso desiderare un luogo con le sue regole ed i suoi lillà se mai è esistito. Credo di ricordare quando vivevo, desideravo quel luogo e compiere azioni con il lucido intento. Leggere, sfogliare, parlare, cacare. Dopotutto l’antico esiglio si è manifestato, non fu posto come verdetto. Nessuno disse, non uno fece. La terra sterile, vi s’infrange la pioggia, ha mostrato i suoi non-germogli io ne ho percepito la menomazione. In quell’inizio il velo dei salotti e dell’immobile notte hanno annaffiato il mio sguardo.
Ma credetemi, credetemi, io ben so che non è qualità mia, questa.
Vivo su di un terreno che la carestia riarse e spogliò, mi avvento sull’asino con gli altri contradaioli, ma io sono Fausto, io sono prospero.
Ho cinquant’anni.
I miei pensieri sono semplici. Anzi no, sono difficili.
Ho una figlia. Lei sono i piccoli fiori su un albero al freddo. Io amo chiamarla Pulcheria quando mi chiede se è grassa. Lei a volte si comporta come se indossasse una catena. È difficile scrivere una storia, così.
Ora sono nel mattino seduto alla luce, dietro ad un tavolo di plastica. Il locale è uno di quelli aperti alla sera, adesso è chiuso. Tutte le sedie disposte a schiera, riordinate, le plastiche nei bidoni, i bisogni notturni addormentati. Io sono uscito al mattino per respirare un po’ d’aria, sono le sette e sono seduto qui. La struttura di questa mattina è molto semplice, è per questo che ho voluto cominciare da qua. Non c’è molto da dire, sono uscito, presto, tutto è pronto nel mio ufficio perché melodie affrante si intonino da sole, rotolando sui muri in dimensioni altre, verticali.
Io sono uscito, ho camminato fino a questa via desolata e mi sono seduto. Fumo una sigaretta dopo colazione, al fresco. Il vento è gentile, gli elementi semplici non sono toccati dal traboccare umano. Eppure dall’intonaco delle case sento colare la fatica di chi si alza, assonnato. Io sono ho sonno, ho dormito abbastanza. È difficile, davvero difficile decidere che ci sia qualcosa da dire, da raccontare. È questione di volontà? Quella non manca, perché dubitare. Ma cos’è questo? Un racconto, un pensiero? Sono un personaggio, o cosa? Chi mi ha creato non lo sa. Il mio dio non sa di quale sostanza io sia fatto.
No, davvero, fatemi una linguaccia, passate e fatemi una linguaccia. Io sono qui che attendo e non so ancora per quanto. Ed anche la fiducia forse l’ho confusa, forse in realtà questa mentre aspetto è memoria. Mi sollazzo con la tecnica mentre aspetto, correggo un pensiero con un altro e mi sembra d’esser bravo. Ma davvero non c’è nulla di reale in quest’isola che voglia disturbarmi?
Com’è il mondo ora? E’ come un sasso. È una cosa come quelle cose che noi umani creiamo. Cose che non muoiono, finiscono nelle discariche quando non vengono più utilizzate. Di questo mi vergogno, ne partecipo e non sono felice, malgrado abbia tutti i motivi per esserlo.
Sono un medico, uno psichiatra. Porto la barba e sono alto. Mia moglie è morta, questo mi dà dolore. Non ho trovato mai un’altra donna con cui avrei voluto vivere. Vivo con mia figlia, ora, per quanto la ami vorrei che se ne andasse. Ha un’età nella quale vorrei vederla ribollire di attività. In merito a lei la mia fantasia si fa più prolifica, sofisticata. I pensieri acquistano struttura, soggetto, predicato, carne. Vorrei che i frutti dei suoi sforzi non fossero così legati al sopravvento della ragione sul giudizio, mi piacerebbe che un plauso terreno e presente proiettasse la sua luce sul suo futuro e le desse forza. La mia Pulcheria è un poco debole ma non me ne vergogno. Dei suoi metodi di contenimento ne sono rimasti pochi, fuma, si mangia le unghie, un poco si nasconde dietro abiti dai colori spenti. Ma la sento parlare ed è spinta, è lodevole, è coraggiosa. È debole ma è coraggiosa. Vedete, mi basta nominarla per partire in quinta ed acquisire un linguaggio poetico.
Poesia. La utilizzo con i miei pazienti.
Sperimentiamo il transfert, spesso. Me lo prendo, con decisione. Voglio proteggerli dai farmaci, dalle droghe, dalla dipendenza. Sono una spugna d’acqua, per loro, fatto della stessa materia nella quale annegano, ma la assorbo. Li abituo a fidarsi di me, dunque di loro, del mondo. Li invito a parlarmi in versi, li inizio al metro e alla figure retoriche, quando son pronti. Il linguaggio poetico è più vicino a tutto ciò che di immaginifico ed allusivo esiste nell’essere umano. È più facile parlare, per loro, se si fanno convincere. Non è più facile per me, ogni volta è una nuova sfida. Faccio questo, nella mia vita.
Ascolto la radio, la notte, mentre le fate zanzare vibrano fuori dal finestrino dell’automobile. Ascolto le voci metafisiche, mi perdo dietro alle sfingi disegnate dalle trattazioni, ripeto senza emettere suono le preghiere degli emettitori. Principalmente ascolto le loro parole e poi la musica che hanno inteso descrivere. Mi segno su un taccuino gli autori che mi colpiscono. Li chiamo, nella mia mente, “costellazioni”. Come le sindromi che costituiscono chiaramente degli enti indipendenti ma che non possono essere puntualmente descritte sotto certi aspetti ritenuti fondamentali per la classificazione. Quale, il motivo? La nostra ignoranza, scarsa conoscenza. Stessa cosa vale per i jazzisti, i cantanti, gli sperimentatori che come fantasmi si aggirano attorno alle sindromi elettrocliniche. Amo l’astronomia. Mia madre era tutto, era astronoma. Conosceva il cielo e me lo descriveva, con le parole con cui si descrive ciò che non si può vedere. Dove viviamo non ci sono grattacieli e palazzi imperterriti che nascondono le sommità ai passanti, ma molta luce, negli ultimi anni di carattere arancione, ed oscura le notti. Di giorno il cielo azzurro o grigio, di notte la bruma.
Quando mi annoio controllo la mail. Non ho uno smart-phone, non mi interessa. Ho un piccolo cellulare molto anonimo, ci telefono a mia figlia, mi chiamano alcuni pazienti ed amici. Basta. A mio padre ne sarebbe piaciuto uno. Era uno tecnica e cuore. Era convinto che i suoi figli avrebbero fatto molti soldi. Avrebbe voluto che io ne avessi uno, forse ne avrebbe voluto uno per sé, con pudore, un misto di indipendenza ed incapacità. Lui ha sempre lavorato molto per i soldi. Tornava a casa la sera tardi ma poi la ristrutturava, ne comprava un'altra. Un balletto così, molto stimolante, lo riempiva di parole. I miei genitori erano molti diversi da come sono io. Il lavoro è sempre stato carico di un significato morale in questo paese, non so negli altri, una sacra cosa da cui sgorga vita, onore, il carattere. Mia madre era una non-lavoratrice, si occupava di noi, lavava le cose una, due, tre volte, con tanti detersivi. Era un'arte che forse non amava, ma chi glielo ha chiesto?
Così, di mattina, nell'inizio del giorno, mi vengono i genitori. Coglioni, da universi-lavativo avrei voluto grattarmeli via, ma sono due alberi dai frutti misteriosi che non sanno distinguere un turco da un cinese. Sarebbe stato interessante, se solo mi fossi soffermato su di loro prima che si estinguessero. La loro era una normalità veloce, il lavoro, la casa, la macchina, i figli, la vecchiaia, ma dopotutto la Costituzione è un vestito pensato per loro, per il bene ed il meglio di gente come loro. Ed io ne sono stato il figlio e non ci ho capito nulla, sono arrivato con tenerezza nel momento dell'Alzheimer e del tumore alla vescica e li ho visti scendere nella tomba con gli artigli su quella cazzo di costituzione. Eccola la gioventù referendaria, la festeggiatrice di piazza, la scappante dalle botte, la biciclettante e la camminante delle lunghe distanze. La semplicità della loro lingua mi ingannò, a quel tempo. I miei compagni parlavano una lingua forbita e la loro grammatica mi sembrò povera, priva di ginnastica. Credevo davvero che avessero barattato la cultura e la storia per un piatto di lenticchie. Come poteva essere altrimenti? Nnò, avano, evo, eva. È tutto passato veloce come il vento, come la panciuta bufera che, aaahhh, sta tirando un sospiro di sollievo da vent'anni.
Mia madre Anna e mio padre Salvatore, uno accanto all'altro, lei bassa, rotondotta e incappottata, lui alto, largo quanto le proprie spalle e un'ombra scura con il berretto. Sorridevano molto, ridevano delle loro battute. Lei leggeva parecchio, romanzi, saggi, riviste. Ogni argomento le interessava e veniva praticato nella realtà quotidiana. Ricette, giardini, erbe selvatiche, osservazione di animali, osservazione di sentimenti umani e televisivi. Lui andava al lavoro e guidava tanto, anche la domenica per portarla a spasso. Mangiava tanto,ma non beveva. Suo padre beveva. E comunque se beveva lo faceva per un motivo diverso da mio e dal suo. Ogni generazione ha un suo significato nell'alcool. Come tranquillamente lasciavano intuire possedevano profonda mortalità e furono morti per tutti gli anni ed anni a venire dalla loro morte.
Io, loro figlio, questa mattina sono qui seduto al sole, le dita intrecciate, appoggiato ad un tavolo di plastica fuori da un locale. E' chiuso, è tutto chiuso qua intorno. Fra non molto andrò a lavorare e qui mi piace aspettare.
Quello era il senso di moralità dei miei genitori. Fare quello che si può per fare quello che si deve, e tutto ciò è tanto e ne abbiamo in abbondanza. Sono quelli del molto, del parecchio. La mia morale, più o meno, è stata questa: fare quello che mi piace, basarmi su un'idea e su quello che ho ereditato, costruirci una vita confrontandosi con quello che ci si può fare, con quella cosa che mi piace, prendere le conseguenze. Sono quello dell'abbastanza.
Ma vedete, non si tratta di vere quantità. E' probabile che io abbia reso realtà fantasie che i miei genitori nemmeno sognavano. Persiste tuttavia la percezione che ne determina il significato e si può dire che non sia vero, da questo punto di vista. Avevano maggiormente.
Per quel che riguarda la mia esperienza, se le prospettive di possedere erano esigue pur ottenendo di terreno molto, la complicazione era maggiore. E dunque la motivazione grande. Il senso di invenzione per anni ci ha contagiato e ci ha fatto sentire buoni. Perché no, alla televisione ci mostravano musi brutti e lunghi di guerre e battaglie politiche, somiglianti al ritratto del nonno appeso in cucina, come non sentirsi migliori, eletti? Ci erano dati così tanti sconosciuti strumenti per fare , uscire, conoscere, prendere. La laurea, la donna, la casa, le case, i viaggi, la vita. Tutta un'identità da costruire e tutto tanto tempo per farlo. Chi crollò, in quegli anni? Nessuno, nessuno. Qualcuno certo si fulminò o rimase ferito, per umane ragioni, ma non ci fu crollo alcuno. Ognuno fece ciò che credeva, si basò su un'idea, un'eredità, si confrontò con le conseguenze delle proprie scelte e si sentì un buono.
Non è forse questo che abbiamo fatto, lanzichenecchi ringalluzziti, in quegli anni dei soldi giusti?
Anche chi ne aveva pochi li aveva contati e bastavano per far qualcosa. Chi veniva da genitori che risparmiavano su scarpe e vestiti, si votava all'economica idea d'autonomia e lavorava duro. Alcuni hanno ottenuto una fata distorta rispetto a quel che credevano, ma nella loro mente lo scheletro dell'ideale buono anti-comunista/anti-fascista era riconoscibile e rassicurante.
In questa mattina prima del lavoro, a cinquantadue anni, mi sto rivedendo la vita.
Alcuni mi accusano di essere sarcastico e salottiero. Borghese, mi chiamano, raccomandato. Questo perché ho la facoltà di saper parlare e sapermi ben presentare. A chi poi. La diceria della mia oziosità si fa presente ovunque. I miei amici sono soliti invidiarmi con crudeltà. Non rinunciano a me, perché sono bravo e li aiuto. Ma io non li chiamo, ho smesso anni fa. Mi fanno star male, con i loro se, i loro ma, i loro parenti ed amici, i loro definiti ideali, fastidiosi madrigali. Mi fanno sentire insignificante, non importante. Hanno bei figli, promettenti germogli dorati, cani sanbernardi che si chiamano Whisky o Beethoven. Loro sono quelli come me, che volevano grattarsi via i genitori di dosso. Sono i migliori, i ribelli, quelli con la vespa. I bailanti e gli universitari, quelli del compromesso, del “mi basta”.
Sì, ecco il peccato che ci ha reso un po' meno buoni, un po' più simili ai bisnonni piuttosto che ai nostri poveri genitori: il compromesso. Ciceroni moderni abbiamo abbracciato con disinvoltura i movimenti politici, i sindacati, la globalizzazione, le associazioni apolitiche, le lobby multinazionali, i movimenti noglobal. Oh oh oh quanta merda. Così di prima mattina. E' che penso alla mia bella imperatrice stanca a 22 anni, a quella mia piccola. La sua tragedia è metafisica. La sua identità tesa difende i suoi confini verso le squadre del nichilismo. Lei è una principessa dalle più alte virtù cristiane, tutte, incarnate, è una sorpresa ed uno stupore continuo. Lei è la reazione. La reazione a noi. È meravigliosa e nobile. Questa gioventù. Aiuto, aiuto. Ho tanta paura a lasciarle il mio regno in eredità, così sterile e disfatto. Ahi, ahi per il giovane che spezzato deve giungere a sanare gli anziani. Viviamo dell'illusione di questi giovani, della loro ingenuità. Che sani la terra, gonfi nuvole, faccia pioggia.  

Roberto Kunsterle, "Mutazione silente 14"


lunedì 31 ottobre 2011

Primo Movimento.



Evenfindr era giunto da molti anni in quella terra, una delle uniche nelle quali gli uomini riuscissero a vivere in pace, seppur semplicemente. In quella ferita aperta tra le alte montagne, un'alcova erbosa tra nodose braccia di foresta antica, l'uomo abitava tra le famiglie dei pastori, che da generazioni si tramandavano nomi, canzoni ed agnelli partoriti dai greggi degli antenati. Evenfindr era un erborista ed un cerusico e nessuno dei pastori gli aveva mai domandato per quale motivo avesse abbandonato le case di mattoni dai pavimenti più caldi e puliti delle città lontane, che nessuno di loro aveva mai visitato. Ed infatti, nessuno conosceva la storia di Evenfindr. Non parlandone mai, mangiando formaggio e bevendo latte a colazione, pranzo e cena, l'importanza dei suoi ricordi era andata assottigliandosi, fino a diventare la magra materia di qualche noioso sogno invernale. Nella tarda mattinata di quel giorno, che si prospettava assai privo di impegni per il medico del villaggio di pastori, Evenfindr si era attardato a lungo nel proprio letto per poi aggirarsi dolorante per la grande stanza che formava la sua casa. Soltanto a quella tarda ora l'uomo infine aveva aperto la porta e fatto entrare la luce carica di goccioline d'acqua e vapore. Quel giorno la foresta aveva esalato foschia ed invaso le strade silenti del villaggio con le sue esalazioni di foglie e muschio imbevuti di acqua mista a organismi.  Alzando lo sguardo verso le alte montagne che sovrastavano la piccola valle in cui si incastonava il villaggio, venne offerto alla sua vista uno spettacolo che gli parve unico. Emise un sospiro di sorpresa, che rimase sospeso a traballargli tra i denti integri, ed in piedi dietro al portico della sua casa cercò di fissare nella memoria quella visione.
Il nitido ed elevato profilo delle montagne si interrompeva al di sopra della linea dell’orizzonte, segnata dal seghettato ed oscuro profilo della foresta. Nascosti da una nube grigia e continua, un denso vapore dalla sommità piatta, gli alti dirupi apparivano separati dalla terra. La foschia era simile ad un lago infestato dalla nebbia, plumbeo come in un giorno invernale nel quale non si sappia distinguere tra il triste colore del cielo e delle acque, simili a distese di acciaio fuso che fluisca libero dalla stretta del metallo, in fuga dalla fucina di un fabbro.
Eppure, su quella distesa di grigiore d'aspetto semiliquido non vi era alcun riflesso: le montagne erano state semplicemente tagliate alla loro base e l’orgoglio millenario della pietra impediva loro di cedere alle lusinghe del vento che certo a quelle altezze girovagava, e di sventolare come bandiere, rimanendo infisse al cielo per la cima.
Evenfindr uscì dalla casa e si sedette di fronte ad essa, ancora rapito da quel panorama, appoggiò la fronte alla mano, lisciando tra le dita i capelli neri e spettinati, tagliati male, che ricadevano sul suo viso. Un leggero sorriso gli stava nascendo sulle labbra. 
Tutto attorno ad Evenfindr era calma: gli uomini erano lontani dalle case, rinchiusi nel silenzio delle gole proprio là, in alto, dove il vapore aveva creato quello specchio senza riflesso, a far concerti per i loro greggi di pecore.


“Mastro Evenfindr! Signore!”


Una voce di donna provenne dal retro della casa. 
Tutto il resto rimase inalterato, come se nulla fosse accaduto: l’aria, la brezza, che non era che un pallido simulacro del vento che addensava le nubi in lontananza, il debole sole contaminato dal grigio dell’umidità. Evenfindr si lasciò prendere dalla sensazione di esser stato a sua volta reciso dal terreno, come le montagne. Fluttuava a metri e metri da terra, perfettamente immobile, trasportato da un vento gentile che lo rispettava ed intendeva omaggiarlo con le sue danze. In basso non vedeva altro che il grigio calante dal cielo, un sipario di gocce minuscole che formavano un mosaico dai contorni confusi, il cui disegno avrebbe potuto essere riconosciuto non appena il sole si fosse affacciato ed avesse trafitto la bassa nube.
Un paio di mani strattonarono il medico e si avvinghiarono alla stoffa della sua manica, costringendolo a voltarsi ed a incontrare uno sguardo incorniciato da un volto rotondo, zigomi serrati al di sopra di una bocca spalancata.
“Mastro Evenfindr, venite subito!”
Evenfindr era tornato al mondo reale, si ricordò chi fosse, per quella gente: le sue mani erano le più morbide del villaggio, il suo tocco quello che risanava le ferite e pestava le erbe fino ad addomesticarle e costringerle a cedere l’anima per servire l’uomo. Si alzò e poggiò le dita sulle spalle della giovane, concedendole un sorriso che non le fece tuttavia mutare espressione.
“Cosa è successo?”
Inaspettatamente la ragazza lanciò un grido, allontanò bruscamente le mani dell'uomo e cercò di gridare ancora, ma le mancò la voce. Si gettò dunque in ginocchio e si lanciò in avanti per circondare le gambe del medico con un abbraccio. 
Evenfindr si spostò ma con eccessiva lentezza, forse ancora invaso dal torpore da cui si era fatto dominare per tutta la mattina, e se la trascinò dietro. Sentì cozzare la sua testa contro le ginocchia e percepì il fremito del petto, scosso da singhiozzi che si soffocavano a vicenda, trasmettendosi alle sue gambe e facendole tremare. Appoggiò una mano sul capo della ragazza e la spinse indietro, allontanandola in fretta, trattenendosi per non balbettare un'esclamazione stizzita. Detestava i moti che gli abitanti del villaggio gli riservavano. Era un uomo timido che amava la solitudine, li toccava soltanto per medicarli, ricucirli, a limite amputare i loro arti. Non riceveva con piacere i loro gesti di gratitudine o cordoglio, il contatto con le loro lacrime o il peso della loro testa su di una spalla.
“No, ti prego alzati…”
Quando si avvide che la giovane non intendeva staccarsi, Evenfindr dovette soffocare la voce in gola per non apparire eccessivamente irato, così la forzò ad allontanarsi dalle sue gambe e si inginocchiò per trovarsi alla sua altezza. Era completamente assorbita dallo sforzo di piangere.
La ragazza sbatté i pugni sul terreno, erano piccoli e bianchi e non si sporcarono né generarono alcun rumore. Lasciò ricadere in basso il busto ed il capo ed appoggiò la guancia all’erba, rivolgendo il volto rigato di lacrime ad Evenfindr.
“Signore, io dico da tutto il giorno che avremmo dovuto parlarne con voi, subito…”
L'uomo aggrottò la fronte, appoggiò una delle mani affusolate sulla nuca della giovane, facendola scivolare tra il collo e la terra, sospingendola dolcemente per farla alzare.
“Parlamene adesso.”
La ragazza seguì con il collo e con il corpo il movimento che le era imposto e rimase in ginocchio di fronte a lui. Le spalle sobbalzavano ad ogni singhiozzo, tra i quali si affrettava a porre le parole.
“Signore, ieri mattina mia sorella è morta.”
Evenfindr sentì la propria mano, a contatto con la guancia calda della giovane, divenire fredda. La ritirò lentamente, non riusciva a smuovere le dita. La depose sulla propria coscia, senza staccare gli occhi scuri dal volto della ragazza.
“Come è successo?”
Il pianto di lei si intensificò, tanto che la giovane dovette coprirsi il viso con le mani.
“Sono sicura che il peggio si sarebbe potuto evitare! Invece ha perso il bambino…”
Evenfindr si lasciò sfuggire un grugnito, chiuse velocemente le mani.
“Hai appena detto che è morta.”
Non lasciò il tempo alla montanara di rispondergli, ed aggiunse con tono asciutto.
“Capisco. Ha abortito ed in seguito è morta. L’avete lasciata morire dissanguata senza mandarmi a chiamare. Posso saperne il motivo?”
La ragazza portò con uno scatto le mani al terreno, per appoggiarsi. In quel momento pareva trattenere il terrore. Cessò i gemiti e parlò scandendo bene le parole.
“L’abbiamo trovata in un campo, in un lago di sangue. Delirava, sosteneva che il marito era stato sbranato, che le avevano portato via il suo bambino. L’abbiamo trasportata a casa e quando l'abbiamo deposta a letto è rimasta improvvisamente silenziosa. Dopo qualche ora è morta…”
Evenefindr non mosse un solo dito verso di lei. Gli sembrava che fosse diventata una statua di melma. La sua sola presenza lo disgustava.
“Chi le ha portato via il bambino?”
Non seppe perché lo aveva chiesto. In realtà, era convinto che la risposta a quella domanda fosse una soltanto. I suoi familiari le avevano portato via la creatura che aveva in grembo, la sua stessa vita. Per cosa? Superstizione, la vergogna, salvaguardia dell'onore in punto di morte... Aveva sperimentato in passato l'ira di qualche marito perché lui, medico e uomo, si era permesso di toccare sua moglie. Percepì le proprie guance che si arroventavano.
“I lupi.”
Evenfrindr quasi non udì la voce. Non si accorse che la giovane aveva parlato fino a quando non voltò gli occhi ed incontrò il suo sguardo. Il velo di lacrime si era estinto e la sua espressione era puntellata di piccole gemme luccicanti di terrore, che risplendevano sul fondo dei suoi occhi.
“Cosa hai detto?”
“Lei lo urlava! Urlava che i lupi che avevano portato via il bambino!”
Il suo tono divenne acuto e le sue parole si conclusero con un gemito soffocato. Evenfindr, ancora incapace di comprendere cosa fosse accaduto, scosse il capo. Che la giovane madre che era morta fosse stata aggredita e ferita da un branco di animali della foresta? I suoi ragionamenti furono interrotti dalle parole affrettate che la ragazza stava rivolgendogli, al colmo del terrore e con la massima accoratezza.
“E ora vogliono tagliarle la testa! Io non posso, devo fare qualcosa…voi dovete fermarli, sono terrorizzati!”
Evenefindr si alzò.
“Così vogliono seppellire la testa in qualche posto nascosto. Dove posso trovarli?”
La giovane agitò convulsamente le braccia, in preda all'esasperazione.
“No, non devono seppellirla! Mia sorella ha ripreso a parlare e muoversi, così loro hanno paura di lei e le vogliono tagliare la testa per liberare la casa dall'infestazione dei demoni che l'hanno uccisa!”
Evenfindr percepì che il suo respiro partiva in avanti verso il luogo a cui avrebbe dovuto correre con urgenza. Così, rimasto senza fiato, lo inseguì, dirigendosi verso la casa della famiglia a cui apparteneva la ragazza.


mercoledì 26 ottobre 2011

Un lupo ed un falco si trovarono per caso a conversare.


Un lupo ed un falco si trovarono per caso a conversare. Il volatile spendeva molte parole ed intanto passava il becco affilato sulle penne lisce, tinte di rosso dalla luce del tramonto, più per accarezzarle che per pulirle. 
Il lupo per lungo tempo non rispose ai suoi richiami, si limitava a muovere lentamente lo sguardo sul prato erboso, separato dal cielo da una sottile morbida linea, ed in questo loro movimento i suoi occhi per una o due volte incontrarono la figura del falco. Fu in uno di quei momenti che l’uccello si tirò su in tutta la sua altezza ed agitò le grandi ali sollevando la polvere e creando scompiglio su quel piccolo groviglio di sterpi sul quale si era adagiato per avvicinarsi al predatore terreno e conversare con lui.
“Bene, si può sapere se mi stai ascoltando, fratello dalle strane piume e dai denti affilati? E dunque, pensi di fare ancora a lungo l’altezzoso con questa testa levigata che viene dal cielo?"
Il lupo aprì la bocca e lasciò scivolare la lingua tra i denti, per poi appoggiarla sul labbro, tranquillamente sommossa dagli atti del suo respiro. 
Il suo ghigno silenzioso e profondo, simile a quello che aveva intravisto da vicino su facce umane, non fece che aumentare la stizza dell’uccello, che chiuse le ali e alzò il nobile profilo verso il cielo che tendeva ad imbrunire.
“Ebbene, che strano lupo ho incontrato atterrando, stasera. Non ti ritieni forse come tutti gli altri tuoi simili? Ti credi tanto superiore a me? Ah, pesante quadrupede. Io non conosco l'ignobile gravità che alla sera ti sfianca le zampe. Io per tutto il giorno mi libro nell’inconsistenza e nell’invisibilità dell’aere. Derubo della vita gli animali terreni, che inferiori cercano rifugio nelle tane, codardi per natura. Io non temo di vivere l’ebbrezza e raccolgo i frutti di questo mio coraggio. Ogni giorno che vivo è glorioso.”
Il lupo reclinò di lato il lungo capo, senza muovere le tonde pupille, che senza intensità ma con precisione mettevano a fuoco la piccola figura del rapace. Un tale delicato movimento sembrava esser stato suggerito dal vento, che timido aveva sospinto il predatore per poter andar oltre e continuare a pettinare l’erba dello spiazzo erboso.
“Tu credi, dunque, falco, di essermi superiore?”
L’uccello si innalzò per una seconda volta sulle grandi zampe artigliate, stringendo le sterpi secche tra le unghie nere, esultante. Era riuscito infine a destare l’attenzione del mezzadro con il quale condivideva il terreno di caccia che per lunghe giornate osservava a testa china, in volo. 
Annuì calorosamente, accompagnando quel gesto con un fischio ben calibrato, vocalico e squillante, rafforzando la sua convinzione con il nobile richiamo che contraddistingueva la sua specie. Rise poi, come ridono i falchi, soffiando un poco dalle rigide narici, socchiudendo gli enormi occhi e movendo la testa a destra e a sinistra. Con quel verso, doveva aver dato a tutti i conigli ritardatari che nel crepuscolo si dovevano aggirare ancora lì intorno un buon motivo per ritrovare velocemente la via della tana!
“Ti ritieni superiore per la forma del tuo corpo, che ti dona la capacità di librarti in alto, sopra la terra nella quale, è vero, a volte ci ripariamo?”
Il lupo interruppe le fantasticherie del falco a proposito dei conigli con il suo tono caldo e scavato. Il suo pelo biancastro, striato di grigio e nero, vibrava leggermente all’aria della sera, direzionato variamente dalle brezze ancora indecise se rendere fredda la notte. Ma a parte il pelo, che veniva mosso così dall'aria nervosa, ora quieta ora che fischiava acutamente, non si poteva dire che l’animale fosse animato da grande entusiasmo, interprete com’era di quell’instancabile immobilismo.
Il falco grattò il terreno, incapace invece a star fermo, mentre fissava con sguardo bieco e trionfante quel lupo dalle poche parole. Ne avrebbe demolito l’orgoglio e l’amor proprio.
“Superiore per la mia carne ed il mio scheletro leggero, sì! Per la mia capacità di gioire di me stesso per quello che so fare e concedermi a chiunque sappia apprezzarmi! Grande e glorioso è il destino per i compagni delle distese aeree, che sfidano le rocce di montagna con gli artigli! Ogni anno i nostri pochi piccoli divengono principi, nutriti del sangue dei cuccioli dai manti di pelo che si nascondono sotto il suolo! E poi, creatura dalle quattro zampe, conosci quel detto che sognanti le pecore bisbigliano, quando sui più alti pascoli si arrampicano, ed hanno la fortuna di intravederci mentre ci libriamo nel cielo? La bellezza è nell’occhio. Questo modo di esprimersi è un po’ da giovane pecora, ma sta a significare che la nostra condizione è anche quella d'esser belli. Che senso può avere la vita, senza la bellezza?”
E guardava il lupo, gonfiando il petto con discrezione, senza intender mostrar troppo che provava grande soddisfazione ad esprimere quei concetti.
Il lupo abbassò la schiena e si allungò, stirandosi e facendo ondulare la spina dorsale con un movimento fluido, mentre mostrava il grande rosso della sua bocca incoronata di denti al falco, con uno sbadiglio. Si stese poi, il muso appoggiato sulle zampe anteriori. Alzò gli occhi dunque verso il falco, ed iniziò a parlar sottovoce, tanto che essa venne coperta, in alcuni istanti, dal rumore sferzante ed istantaneo del volo di un pipistrello.
“Senti…tu dici che la bellezza è nell’occhio. Oppure sono le pecore a dirlo…ma comunque tu mi sembri d’accordo con loro. Ebbene questo concetto viene presentato a me e alla mia gente da quando sono nato, ci spregiano per il fango che appesantisce la nostra pelliccia, per le unghie spezzate e le cicatrici che ci fanno penzolare le sopracciglia. Quando non ero che un cucciolo, le critiche e i giudizi degli altri animali mi facevano scappare entro la tana, offeso nel profondo dell’animo. Desideravo di trasformarmi in una volpe o in un gallo cedrone, in un capriolo o in un gheppio. Quanto era difficile sentirsi liberi, allora. Non volevo essere lupo, se per sempre avessi dovuto rispondere a tali sollecitazioni per farmi strada nella foresta. Ma poi capii che un altro tipo di libertà era a disposizione: una libertà che deriva da una scoperta sulla realtà del mondo.”
Il falco, suo malgrado, dovette tacere. Di rado rimaneva ad ascoltare il vociare degli altri animali, che vivevano in basso, lontano dai nidi d’alta quota nei quali si riposava e faceva colazione. Quella confidenza così intima lo lasciò un poco stupefatto. Il lupo continuò.
“Cosa è mai un occhio senza la fermezza dell’occhio, senza la profondità e la saggezza? Se non ci fosse tradizione o legge che ci obbligasse, per velocizzare le nostre vite di predatori e prede, ad apprezzare alcune caratteristiche che in molti possiedono…verrebbe restituita ai saldi, ai coraggiosi, agli intelligenti, ai fedeli e a tutti coloro che possiedono un grande spirito il primato che hanno nella bellezza. Una bellezza che sta sotto il pelo. La bellezza di cui parli tu, è quella che rende tutti i fratelli animali dei fratelli soli.”
Mentre ancora parlava, il lupo girò le orecchie ed alzò il capo, annusò distrattamente l’aria. Aprì nuovamente la bocca mentre tornava a guardare il falco. Il sorriso del lupo non aveva niente di provocatorio nei confronti del silenzio del volatile.
Dopo qualche istante l'uccello si riscosse, sfregò un poco un orecchio sull’ala, prese la parola, ma con meno baldanza.
“Non avevo mai ascoltato parole simili. Eppure, credo di capire cosa tu intendi per spirito. Sai, è una cosa che ho conosciuto tra gli esseri umani. E’ mia abitudine spiarli. A volte, riesco ad arrivar loro molto vicino e per qualche minuto mi trattengo a studiarne le mosse originali. In un primo periodo mi nascondevo per osservarli quando erano occupati in passatempi chiassosi, stupidi scherzi e qualsiasi cosa facessero di appariscente. Per caso, ho colto alcuni di loro in  attimi della loro distrazione, quando in silenzio sembrano dormire ad occhi aperti. Dormivano sognando. In quel momento ho come loro sono veramente. Alcuni di loro. Ripieni di parole complesse che riescono a dire anche quando non emettono suono. Credo che sia questo che intendi quando parli di spirito, manto grigio.”
Il manto grigio del lupo sobbalzò ripetutamente mentre l’animale rideva con gentilezza, come ad approvare le parole appena pronunciate dal falco.
“Credo che tu abbia osservato bene gli esseri umani. Questo fa parte del loro grande mistero. Alcuni dei miei antenati fecero di quegli esseri il loro branco. Ma quelli, non sono più lupi. Quei nostri fratelli hanno fatto del pensiero dell’uomo il loro. Fanno la guardia alle pecore e giocano con i cuccioli umani, si dimenticano dei loro simili. Noi, siamo lupi. I nostri pensieri sono solo nostri. Di ciascun lupo. Non sentirai mai un lupo confessare quello che sente mentre viene sorpreso in una trappola o viene trascinato al macello. Il silenzio è il miglior modo per andarsene.”
“Una volta ho ascoltato una storia, una delle poche, a proposito di un lupo del secolo scorso che si lasciò morire dopo che la sua compagna era stata uccisa da un uomo. E' davvero possibile una cosa del genere?”
Era una domanda che sorse spontanea ed improvvisa al falco, visto il parallelo che era sorto con gli esseri umani. Il lupo chiuse gli occhi, o forse li abbassò soltanto. Il blu del crepuscolo aveva imbevuto ogni cosa, tranne il bianco latteo del globo lunare che si era reso evidente nel cielo.
“Quando la mia lupa chiama il mio nome, io odo i rumori del mondo. Riconosco la voce della madre Terra. Quando lei pronuncia il mio nome, allora so di essere giunto in un luogo dove non esiste solo la mia voce. Quando lei mi chiama con la voce dell’amore.”
Il falco fece grandi i suoi occhi, stupito.
“Perché, lupo, tu hai un nome?”
L’animale annuì, mentre si lasciava andare disteso su un fianco.
“Sì.”
“E qual è?”
“Perduto.”
La sorpresa del falco aumentò.
“Ma che razza di nome è?”
“E’ un bel nome. All’interno del mio nome sta la ricerca ed infine il ricongiungimento. E’ un bel nome e mi rende felice."
“Devo andare, Perduto. L’ora è già tarda.”
Perduto annuì, ma si fece serio. 
"Stai attento, falco ben leggero. Io conosco il fango, vi ho camminato e so vestirmi di pensieri colorati per togliermelo di dosso. Ma tu, se un giorno precipitassi in un pantano, come ti libereresti da quelle libbre che intrappolerebbero le tue piume?"
"Chiamerei i lupi. Ma chissà, forse loro non mi aiuterebbero. Forse mi divorerebbero."
"Così piccolo. Sarebbe un pasto ben misero. Sarebbe uccidere per cattiveria. Non si fa."
Il lupo Perduto rimase per un attimo immobile, quindi uggiolò e si protese le zampe verso l’uccello, abbassando le orecchie triangolari.
“Dimmi, non ti sarai offeso per le cose che ho detto? Non sentir intaccato il tuo orgoglio. Saper volare tanto in alto è meraviglioso. A volte sogno di saper volare. Muovo le zampe e cammino lassù, nell’azzurro, appena sotto le nuvole.”
“Vedi, sai anche volare.”
Il lupo tacque, mentre il falco si allontanava allungando qualche passo impacciato con le corte e grandi zampe.
“Non so volare. Ma…forse un giorno lo farò.”
Il falco ridacchiò. Desiderava allontanarsi dal lupo e finire quella conversazione, tuttavia non si sentiva appesantito dalle parole che erano state spese. Il lupo gli aveva mostrato aspetti della sua specie che non conosceva, avrebbe potuto rifletterci sopra. 
Sbatté le ali, con la solita forza della giovane età. Spingendo con le zampe si alzò un poco, si trattenne a quella piccola altezza, aumentò la forza. A poco a poco si confuse con il cielo nero. Quando fu scomparso dalla vista, il lupo Perduto alzò la testa verso il cielo e produsse un lungo ululato, al quale rispose il falco con un richiamo squillante. 
Così si salutarono, dopo il lungo dialogo avvenuto sulla terra, il lupo Perduto ed il falco.
Perduto attese il ritorno della propria compagna, con la quale si era dato appuntamento per la notte nella radura erbosa nascosta dalle lunghe braccia degli alberi del bosco di montagna. Quando la compagna di Perduto giunse a lui, i due si salutarono e passarono un po’ di tempo a rotolarsi sull’erba, esorcizzando con i giochi leggeri la lunga attesa che li aveva separati . 
Il falco, su in aria, di nuovo nella dimensione dell’ebbrezza e del dominio del corpo, presto si dimenticò delle parole che aveva scambiato con il lupo. 
Ma questo non vuol dire che, per un qualche motivo, non potrebbe non ricordarsene in seguito. Magari al prossimo incontro, che avverrà nell’aria, quando il lupo Perduto imparerà a volare.