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domenica 6 gennaio 2013
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Adam sedette sull’erba e passò le dita sulla superficie
dei piccoli fiori che risaltavano come capocchie colorate.
Incrociò le braccia e si distese, inclinando lentamente la
schiena magra all’indietro, rimirando il cielo al di sopra di lui ed
individuando con curiosità le nuvole e gli uccelli migratori che ancora si
attardavano sopra alla città.
L’autunno era lento e solerte, con un soffio svogliato
incrinava ogni traccia d’estate e la lasciava languire, attenendo che si
spegnesse di sua spontanea volontà, priva ormai di ogni speranza e dimentica
dei semi che i frutti avevano nascosto, sotto le macerie della primavera, nel
terreno.
A contatto con la terra e l’erba, inumidite dagli sospiri
dei vegetali che, riconoscendo l’abituale imbrunire della notte, trasudavano
milioni di perle trasparenti, il corpo di Adam fu percorso da un forte brivido.
Chiuse gli occhi, con un sospiro: si era rifugiato nel silenzio del giardino
nella speranza di udire il battito, situato profondamente, ormai quasi
irriconoscibile, del cuore antico, di pietre e mattoni, della città dove aveva
vissuto quegli ultimi lunghi mesi. Era certo che i suoi abitanti fin dalla
nascita traessero nutrimento dalla linfa vitale che quel cuore costante
elargiva, con la sua forza di sorgente, mantenendo in piedi palazzi, facendo
zampillare fontane, scorrere marciapiedi e rotaie del treno.
I cittadini correvano di qua e di là, chiacchierando nella
loro lingua come se si trattasse di una lingua assoluta ed impeccabile,
ascoltavano canzoni, accompagnate da orchestre di ogni tipo, bevevano e
mangiavano, poco interessati a tutto ciò che avveniva al di fuori delle mura,
della chiesa, della biblioteca, dell’osteria e così via.
Così i diversi mondi, animati dalla stessa linfa, non si
incontravano in nessuna stagione per bruciare le messi secche ed augurare un
futuro nuovo e non riciclato.
Adam osservava questa situazione con una certa, crescente
ansia: aveva viaggiato fin da bambino, parlava tedesco, russo ed yiddish, oltre
che il polacco. Non conosceva quale fosse la lingua dei propri genitori: suo
padre alternava il tedesco, il polacco e lo yiddish. Non era tuttavia un gran
trasformista: ogni sua frase era ritmata da un marcato accento che richiamava
l’attenzione sulla sua voce ovunque lui fosse, richiedendo tutta la sua
pazienza ed il suo impegno per rendere le parole ed il loro significato
altrettanto forti quanto quel ritmo dissonante. Suo padre pronunciava il
proprio nome e quello dei suoi familiari, compreso il suo, Adam, con inflessioni
contrastanti, come se lui stesso fosse confuso a proposito della propria lingua
originaria. Non era così per i nonni, che avevano vissuto per lungo tempo
insieme a loro: parlavano yiddish, tra loro e con chiunque altro. Adam era
molto predisposto ad imparare in breve tempo molte altre lingue, udendole
parlare dagli uomini delle varie nazioni, aiutato in un primo momento dai loro
gesti e dalle loro espressioni. Così si era istruito, soltanto ascoltando, sui
rudimenti del ceco, del moldavo e di alcuni strani dialetti che aveva sentito
in Germania. Per lui era un passatempo che non avrebbe scambiato con nessun
altro al mondo e quando rimaneva in silenzio amava far circolare nella propria
mente vocaboli ed espressioni nelle varie lingue, ricreando un turbine di
bandiere fatte da caratteri. Questa era una dimensione liberatoria che aveva
covato per lunghi anni dentro di sé ed in qualche modo lo aveva preservato
dall’austera vigilanza che era imposta a lui e alla sua famiglia.
Avevano vissuto a Berlino sin da quando era piccolo, città
nella quale avevano piantato tende provvisorie i nonni paterni, che erano
giunti in Germania con il progetto di dirigersi verso Amsterdam. Mantenendo
quel proposito, i nonni avevano vissuto trent’anni a Berlino con la valigia sotto
il letto. Il padre di Adam li aveva raggiunti credendo di viaggiare sulla
spinta della marea montante, contava di creare a Berlino una base dalla quale
riuscire a guadagnarsi un lasciapassare per una vita girovaga, visitando
atenei, università, confrontandosi con studiosi di molto lontano. Si trattava
di un sogno conforme al suo ideale di intellettuale moderno: la cosa più
importante per quell’uomo era lo studio e la comunicazione della propria
serendipità e dopo che si fu stabilito a Berlino lavorò come segretario,
contabile, operaio, deformando il proprio corpo ed affievolendo la propria
vista come un cavaliere intrepido in cerca. Con fatica riuscì a diventare
professore in una scuola secondaria. Fu il suo primo incarico e neanche
l’ultimo perché non di rado perdeva il lavoro ed era costretto a ricominciare
da capo. Il padre di Adam era stato molto infelice allora ed in quel periodo tornò nella cittadina dove era nato e sposò una giovane compaesana, la
madre del suo unico figlio. Adam ricordava che spesso litigavano ed in quelle
occasioni lei era solita accusarlo di averla sposata e portata a Berlino
soltanto perché aveva bisogno di una donna che lavasse le sue camice, perché
egli aveva timore dello scherno dei presidi ed dei colleghi tedeschi, che forse
sussurravano dietro alle sue spalle: che odore! Perché non si era sposato una
tedesca, allora?
Adam sorrise, era certo che suo padre avesse amato molto
la mamma. La trattava e la usava come se si trattasse di un gioiello e quando
la abbracciava timidamente, senza mai stringerla, la chiamava zucchero e
strofinava il naso contro la sua guancia.
La vita a Berlino era costellata di piccoli ricordi che
avevano in potere di intenerirlo, tuttavia Adam non sarebbe ritornato in quella
città per niente al mondo. Trasferendosi a Varsavia aveva reciso i suoi legami
con quella città dove insieme a suo padre aveva dovuto far balletti come un
saltimbanco da una scuola all’altra, pregare perché gli fosse ceduto il passo.
Stentava a provare gratitudine o nostalgia per i loro amici tedeschi: la
sensazione di essere altro rispetto a loro, in senso strettamente razziale,
aveva lasciato un sapore di rancido nella sua bocca. Era cresciuto a Berlino ma
si sentiva di esser cresciuto in un altro luogo, sebbene questo processo fosse
avvenuto a sua insaputa. Dopotutto, una volta giunto in Polonia, aveva scoperto
di avere gambe, braccia e testa, elementi che aveva dubitato di possedere o che
erano rimasti nascosti per i lunghi anni di quella militanza in terra
germanica. A Varsavia la vita non era così insopportabile. Lo zio con il quale
viveva e la sua famiglia erano rilassati ed estroversi, cittadini con un piede
su una zolla di campagna, paurosi topolini colti, agricoltori impeccabili della
propria costanza.
Gli abitanti della città gli sembravano vivere in uno
stato di soporifera ebbrezza, grazie alla quale esploravano le possibilità
della loro terra e della loro personalità, sempre più sicuri ed egoisti. Adam
osservava con paura il profilo della città e temeva il sorgere di quei
pinnacoli ben conosciuti e che potevano rendere grigia la vita. Diffidava di
ogni slancio patriottico, nel suo intimo ne era inorridito: era stato costretto
ad allontanarsi dal paese nel quale era cresciuto a causa della dirompente
passione dei tedeschi per la loro nazionalità. Inoltre amava le sue lingue, che
gli permettevano di esprimere gli stessi concetti con suoni e parole diverse,
sfumando verbi e tempi alla maniera del pittore, roteando pennelli sulla lingua
ed indugiando su una tela grande, sulla quale erano rappresentati il cielo, la
terra, il mare, il sottosuolo e gli alberi, dalla loro cima su cui dormivano e
vivevano gli uccelli, al tronco al quale si appoggiavano gli innamorati, alle
radici che elaborano pazientemente la vita, nel buio della tomba.
Se la vita glielo avesse permesso, avrebbe aperto una
libreria sulla grande piazza e sarebbe campato vendendo libri scritti in tutte
le lingue. Avrebbe disposto accanto, sullo stesso scaffale, il manoscritto in
lingua originale e le sue traduzioni migliori, da lui personalmente scelte.
Così, quando un cliente avrebbe espresso il desiderio di comprare un certo
romanzo, lui gli avrebbe domandato:
In quale lingua? Whelcher Sprache? 'yn ww’ás şpr’ak? w jakim języku? Dans quelle langue?
Socchiuse
gli occhi rivolti verso il cielo, richiamato dal verso di alcuni uccelli
ritardatari, che dall’altezza dei loro nidi non si curavano delle notizie di un
inverno imminente. Il cielo era ormai molto scuro ed era capace di immaginare
l’esatta posizione delle stelle, malgrado il loro chiarore non fosse ancora ben
definito. Avrebbe voluto scommettere ed attendere la loro apparizione, per
vincere, visto che con un solo battito di palpebra avrebbe potuto far apparire
una di quelle luci di fronte al suo occhio. Allungò le braccia attorno al corpo
e le stirò, girando il collo da una parte all’altra, pronto ad alzarsi e
raggiungere gli altri, quando si accorse che ciò che con le dita stava
toccando, alla sua destra, non era la foglia particolarmente soffice
proveniente da uno dei cespugli, ma dei ciuffi di capelli umani. Si voltò in
quella direzione e riconobbe la sagoma appallottolata di un bambino che
riposava, respirando profondamente, rannicchiato tra le frasche di uno dei
cespugli che erano sparsi per il prato, ai piedi di un giovane cedro. I suoi
capelli erano lisci e lunghi, raccolti in una lunga treccia che aveva perduto
il proprio laccino e dunque si avviava al disfacimento. I ciuffi liberi,
ondulati come un gruppo di serpentelli, si diradavano come dei raggi,
percorrendo il breve spazio di prato che separava Adam dal cedro.
Adam
si girò, appoggiando il torace al terreno, e si aiutò con i gomiti ad avanzare
verso il bambino. Quando gli fu appresso, allungò il capo per sorpassare la sua
spalla, che nascondeva il volto, e riconobbe il viso alabastrino e dai
lineamenti sottili della piccola nipote di sua padre, Klara.
Le
soffiò in un orecchio e la bambina mugulò, infastidita, quindi, quando lui ebbe
smesso, alzò un braccio e cercò di farlo allontanare, puntandoglielo alla
faccia.
Adam
prese in una mano l’intero avambraccio di Klara e lo tenne fermo con dolcezza,
quindi soffiò di nuovo nell’orecchio della bambina, che questa volta si rigirò
con uno scatto repentino sulla schiena e poi su un fianco, liberando il braccio
dalla presa e alzando il capo, fissando Adam con uno sguardo che costituiva un
avvertimento della sua possibile collera. Adam rise e portò le mani di fronte
alla faccia, allungando il volto in un’espressione che voleva imitare lo
spavento, mentre Klara si metteva in piedi e si spolverava il vestito con
entrambe le mani.
"Non
stavo dormendo.”
Adam
le puntò un dito sulla pancia, quindi affondò, gonfiando le guance e fissandola
con gli occhi sgranati. Klara si allontanò con un balzo e strillò, agitando poi
le braccia contro di lui.
"Sei
uno scemo! Mi dai sempre noia! Stavo dormendo!”
Adam
aggrottò le sopracciglia, con fare insospettito.
"Ma
non hai appena detto che non stavi dormendo?”
Klara
alzò lo sguardo, posizionandolo al di sopra di lui, sul tetto della casa a poca
distanza da loro, alla fine del prato, quindi alzò anche le braccia,
allungandole verso il cielo, completando quel movimento con un grande
sbadiglio.
"Invece dormivo. Ho fatto un sogno, ma era più bello di quelli che
faccio di notte, nel mio letto.”
Adam sorrise e
dandole la schiena portò a sua volta lo sguardo sulla casa: intravedeva le
sagome scure che si affrettavano ad accendere le lampade nella cucina e nella
sala da pranzo, passando attraverso le nuvole di fumo che salivano ben dense e
bianche dalle padelle e commentando a gran voce gli odori ed i sapori della
cena che si preparava.
"E’ naturale. I sogni che si fanno a letto sono sogni da letto. I
sogni che si fanno sul treno sono sogni da treno. I sogni fatti sul prato sono
i sogni del prato.”
La bambina rise
ed emise un grido divertito, si abbassò e strappò alcuni fili d’erba. Dopo
averli trattenuti tra le mani e fissati da vicino li lanciò in aria, facendo
volteggiare le braccia ed il corpo.
"I sogni
del prato, i sogni del prato! Ho sognato insieme al prato?”
Adam sporse le
labbra, fingendosi dubbioso, quindi annuì con un fare non troppo convinto.
"Potrebbe
anche essere. Ci sono spiriti in tutti i luoghi che sono fatti di pensiero e se
abbandoniamo la logica, il mondo della veglia, possiamo vedere con i loro
occhi.”
"Anch’io!
Anch’io!”
"Cosa hai
sognato?”
Klara smise di
saltare e si portò le dita alla bocca, bagnando di saliva i polpastrelli.
"Non lo so.”
Adam sorrise e
si alzò, le andò vicino e la prese per mano, conducendola poi con sè verso la
casa.
"Ma certo,
certo che non lo sai. "
"Mi
piacerebbe ricordarmelo.”
"Ma certo.
Magari te lo ricorderai tra qualche tempo. A volte, i sogni li dimentichiamo.
Ma possiamo divertirci nel frattempo servendoci della sensazione che ci hanno
lasciato. Possiamo inventare una storia!”
"Sì!”
"Bene!
Allora, che sensazione ti ha lasciato questo sogno che non ricordi?”
"Che ho
voglia di cantare.”
"Ottimo.
Ora pensa bene ad un personaggio che ha tanta voglia di cantare. Chi potrebbe
essere?”
"Una
segretaria.”
Adam rise,
imitato quasi immediatamente da Klara.
"Beh, una
segretaria ha sicuramente più voglia di cantare rispetto ad una cantante
lirica.”
"E poi?”
"Mi
racconterai il resto della storia domattina. Stasera mangeremo tanto e tutti
gli zie e gli zii canteranno fino a notte fonda. Tu guardali bene e cerca di
trarre ispirazione. Ricorda sempre però che si tratta di un gioco. È molto
importante divertirsi, fa parte delle regole. Ora corriamo a cercare la
segretaria!”
Cominciarono a
correre, Klara saltava in alto nel tentativo di non farsi trascinare da quel
parente tanto più alto di lei e nel mentre apriva un braccio verso l’esterno,
fendendo l’aria, modulando un mugolio vibrante con le labbra e la lingua per
imitare un aeroplano.
I due entrarono
in casa ed immediatamente la madre di Klara, che stringeva tra le mani i manici
di un’enorme pentola, la protese verso di loro facendola pericolosamente
oscillare, si rivolse alla bambina chiedendole dove si fosse nascosta per tutto
il pomeriggio, poi alzò lo sguardo sul ragazzo, minacciandolo sotto voce di
impegnarlo con i preparativi della cena se un episodio del genere si fosse
ripetuto. Adam andò verso di lei e prese a sua volta i manici della pentola tra
le mani, tirandola verso di sè senza che lei cedesse la presa.
"Ottimo!
Morivo dalla voglia che una di voi vestali del cappone e della teglia imburrata
cedeste a uno di noi uomini il mantice per ravvivare il fuoco che arde nell’ara
dell’acquolina!”
Molte delle
donne si voltarono verso di lui e gli fecero segno di andarsene, scuotendo il
capo e sbuffando al suono a quelle parole.
"Che
spreco di fiato, Kalovi, solo per prenderci in giro!”
La madre di
Klara tirò verso di sè la pentola ed Adam si lasciò trascinare in avanti da
quel gesto repentino, piombando sulle ginocchia davanti a lei ed appoggiando il
mento alla sua pancia.
"Oh,
Sofjia, Sofjia, io farei qualsiasi cosa per esserti utile!”
"Razza di
buffone!”
Sofja lo spinse
indietro, arrossendo e trattenendo il riso mentre tutte le donne presenti nella
stanza, compresa la minuscola Klara, si distraevano per un attimo dalla loro
mansione e si fermavano a ridere, con gli occhi socchiusi, colte da
un’improvvisa ed inaspettata ondata di tenerezza verso il giovane che proveniva
dalla Germania.
Sofja le guardò
tutte, increspando gli angoli della bocca, quindi rivolse di nuovo lo sguardo
ad Adam, alzando un sopracciglio.
"Guarda
che cosa hai fatto.”
"Proprio
niente! Perchè ti stupisci, ritieni forse le tue consorelle delle vecchie scope
incapaci di scuotersi come le scintille originate da una marmitta?”
Un brusio
divertito sorse nuovamente dalla turba di donne indaffarate, qualche mano si
attardò ad accarezzare una piuma bianca prima di staccarla con decisione, un
mestolo ondeggiò con grazia mentre il polso si fermava a pensare nel bel mezzo
della piroetta, un mento compariva sul fondo di un viso che si era alzato ha un
ripiano infarinato.
Klara stava
saltando dietro alle spalle di Adam, che era rimasto seduto con le ginocchia a
terra, e si dava saltuariamente uno slancio verso l’altro appoggiando le mani
alle sue scapole. Sofja cercò di richiamare la sua attenzione con un gesto
della mano, indicandole lo spazio compreso nella cucina, ma Klara si nascose
dietro alle spalle del giovane.
"Klara!
Cosa ne diresti di aiutare un po’? Vuoi giocare tutto il giorno?”
"Sì.
Giocare e poi mangiare.”
Adam appoggiò
la sua risposta annuendo con aria seria, fino a che Sofja non si avvicinò a lui
ed allungò un colpo lieve sulla sua testa ricciuta.
"Bene!
Allora Adam farà le veci di Klara e mi aiuterà!”
Klara irruppe
in un grido di gioia ed in pochi secondi si allontanò da loro e scomparve lungo
il corridoio. Sofja sospirò, facendo poi segno ad Adam di alzarsi ed
avvicinarsi alla pentola che aveva appoggiato su un angolo del tavolo.
"Sarà
andata diritta ad infastidire suo padre. Ma lui tollera qualsiasi scherzo da
Klara. Per fortuna non sa che sei tu l’ideatore di tutti i suoi scherzi più
elaborati!”
Adam si sporse
al di sopra della pentola e mostrò la lingua ad un cumulo di patate da
sbucciare, mentre Sofja gli metteva un coltello tra le mani. Voltò la testa
verso di lei e sorrise con aria innocente, mostrandole il coltello mentre
mascherava la voce con un tono quasi femmineo.
"Quale
patata vuole che uccida, mia signora?”
Sofja gli girò
la testa, sgranando gli occhi ed alzandosi sulle punte, fremendo di rabbia.
"Basta!
Per quale motivo devi fare il buffone tutto il tempo?”
Adam alzò le
spalle ed agguantò una patata, cominciò a sbucciarla lentamente, assumendo d’un
colpo un espressione molto calma e rilassata.
"E’ il
minimo. Cosa potrei fare per te e lo zio, che mi ospitate nella vostra casa
come se fossi il fratellone di Klara? Sarò il vostro saltimbanco. Per quanto
possa farvi piangere di rabbia, almeno vi farò ridere in egual misura.”
Sofja aggrottò
la fronte e si avvicinò a lui, abbassando la voce per parlare.
"Ma che
argomento. Come se tu ci fossi d’impaccio. Lascia che te lo dica, un altro uomo
in casa di questi tempi non è che una benedizione. Chiedilo a tutte queste
donne, ognuna di queste che si trovano nella stanza. Hanno figli piccoli,
genitori anziani, un solo uomo che può garantire protezione a loro e a tutti
questi deboli agnellini. Pagherebbero perchè giungesse un nipote grande a stare
in casa loro.”
Sofja non era
donna da dichiarazioni dirette di affetto: era stata educata a ragionare in
termini economici e di razionamento, per cui chi la conosceva sapeva che ogni
concessione, espressa attraverso le parole, a gesti o con le azioni, di cui si
faceva interprete erano un segno di grande considerazione. Ciò che aveva appena
confidato ad Adam era la pura verità e desiderava che lui la conoscesse perchè
non avesse il sospetto di costituire un peso alla loro famiglia. Il concetto di
utilità si costituiva per Sofja all’interno del territorio dell’affettività:
tendeva a ritenere utili soltanto i propri parenti o amici. Per lei chiedere un
favore pratico era quasi equivalente a domandare una dimostrazione di affetto.
Adam, vivendo
con lo zio e sua moglie Sofja da alcuni mesi, si era accorto di questa
particolarità caratteriale e si era divertito a sperimentare i risultati
dell’estrema gentilezza con cui si prodigava per Sofja e sua figlia Klara. In
poco tempo Sofja, che non era molto più vecchia di lui, era arrivata quasi ad
includerlo nel proprio grembo ed a partorirlo così com’era, già grande e fatto,
con le proprie idee e la propria barba. Lo vestiva e lo nutriva, gli affidava
Klara e teneva di conto la sua opinione.
Adam aveva temuto che lo zio potesse ingelosirsi, dopotutto Sofja non
aveva nemmeno dieci anni più di lui, così aveva ben presto confidato all’uomo
che incontrare una donna come lei aveva finalmente ricolmato il suo desiderio
di conoscere una donna che assomigliasse a sua madre e di poter dare a lei
quello che non aveva potuto dare a quella debole creatura, scomparsa
prematuramente. Lo zio era rimasto molto commosso da questo pensiero e gli
aveva cantato una canzone che si ispirava al grande amore del figlio per i
genitori. | Varsavia |
giovedì 30 agosto 2012
Parigi, 1949
Klara era molto giovane: questo era chiaro a tutti.
Era giunta a Parigi da pochi mesi, grazie alla donazione
di un lontano parente che viveva negli Stati Uniti, desideroso di essere il
benefattore di quella piccola macchiolina europea.
Quell’uomo di famiglia e d’impresa le aveva proposto di
attraversare l’oceano e raggiungere la sua casa, le sue proprietà, perché ne
potesse usufruire come una figlia generata dalla sua carne.
Klara aveva rifiutato: desiderava rimanere quanto più
vicino possibile al luogo dove era nata e rimanere in ascolto per tutto il
tempo in cui sarebbe stata ancora giovane. Viveva in attesa di un piccolo
segnale di resa da parte di quella distesa di terre e persone, cercava nei loro
volti la tenerezza ed il rilassamento della vecchiaia. Amava molto coloro che
le erano rimasti accanto e non era ansiosa che diventassero vecchi e morissero:
desiderava ardentemente che piegassero il collo e posassero la testa sulla sua
spalla, chiudendo gli occhi, come dei guerrieri che si fossero finalmente
arresi alla speranza e ne subissero le dolci conseguenze. Il futuro a quel
punto sarebbe arrivato a loro con i lenti passi di una ballerina classica ad
inizio atto, alta e lineare, che imita con graziosi gesti la goffaggine ed il
disorientamento di chi si trova in terra sconosciuta.
Il lontano parente americano le aveva scritto che
era rimasto molto colpito dalla sua risposta, dalla poesia di cui le sue parole
erano intrise. Scrisse che era certo che quell’elevazione delle sue modalità
espressive era dovuto alla sua storia ed al motivo della sua sofferenza.
Il luogo nel quale lei si era sviluppata rendeva
straordinario il suo modo di esprimere tali pensieri ed aspettative e concluse
rimarcando – si trattava della prima persona che glielo diceva – che era
davvero giovane. Klara rilesse quella parola diverse volte: in quel termine il
lontano congiunto aveva concentrato tutta l’enfasi del suo stupore. Nelle righe
seguenti lui chiedeva che cosa le sarebbe piaciuto fare, in Europa, nell’attesa
che le riserve di chi aveva intorno si sciogliessero in quella primavera
dell’anima, che sarebbe giunta inaspettatamente in pieno inverno.
Klara rispose che sognava di studiare canto a
Parigi.
Amava cantare, suonare, ballare. La musica per
lei, ed il racconto attraverso la musica, erano motivo di grande gioia.
Il vecchio ebreo, che custodiva ed elargiva ad i
nipoti d’oltre oceano i dolci ricordi di una sinagoga polacca in cui le donne e
gli uomini cantavano divinamente, pianse sulle pagine della lettera di Klara e
le rispose che le avrebbe inviato il denaro necessario per trasferirsi a Parigi
ed iniziare i suoi studi.
Klara accettò, non aveva niente se non sé stessa,
il corpo e la mente, ed era abituata a ricevere ed a vivere grazie ai doni
gratuiti degli altri. Aveva assistito alla morte di coloro che non avevano
accettato la generosità altrui. Rispose dunque con un laconico sì, come una
sposina predestinata, senza profondersi in ringraziamenti, visto che il lontano
parente aveva mostrato piacere nel constatare che lei era una creatura
straordinaria.
Quando giunse a Parigi fu accolta da una famiglia
che era stata contattata dal parente americano.
Le affittarono una stanza nella loro casa e la
aiutarono a trovare un lavoretto. Klara cominciò a prendere lezioni di canto e
si iscrisse al conservatorio. I suoi spiriti erano molto ardenti ed difficile
valutare oggettivamente se avesse del talento, perché la sua volontà e la sua
struggente vitalità oscuravano tutte le doti che da lei potevano sgorgare con
naturalezza come da una sorgente. La famiglia che la ospitava la amava,
malgrado la trattasse con una sorta di reverenziale timore, come se Klara fosse
un automa il cui meccanismo di funzionamento mistico fosse per loro oggetto di
studio e motivo di fascinazione. La ragazza incontrò difficoltà simili anche
con alcuni dei suoi professori: in molti si lasciavano trasportare dal
pregiudizio, esagerandone le qualità positive o negative. La professoressa di
armonia la accusava continuamente, interrompendo ogni sua esecuzione: sosteneva
che la sua storia non consisteva una giustificazione per la mancanza di
esercizio e di doti musicali. Non si vergognava di esplicitare testardamente la
sua impressione, ostentando un atteggiamento educatore, rimproverandola per la
sua pigrizia, tratteggiandola come un imperdonabile e lascivo vizio capitale, e
rimarcando ogni sua difficoltà. Klara pianse nella sua stanza a causa di quelle
parole e concluse la giornata certa che quella donna nascondesse una fede nel
partito nazista ed un odio contro l’ebreo. Cambiò professore di armonia e non
volle più avere niente a che fare con quella donna, che omettendo di osservare
la sua dedizione ed i suoi progressi la accusava di difettare sia nell’impegno
che nel talento, contro i fatti.
Klara era molto carina ed alcuni conoscenti la
invitarono a cantare nei loro locali. Molti avventori ne furono affascinati per
la sua abilità con il pianoforte e la sua audacia nell’accostare la bocca ad un
clarinetto. Le chiesero come si chiamava e l’assonanza esotica e dura del suo
nome li fece rimanere di sasso.
Klara Kalovi continuava a lavorare e due o tre
volte la settimana cantava e suonava nei locali. Conobbe molte persone e tutte
manifestavano il loro stupore verso la sua persona concentrandola in quelle due
parole, proprio come aveva fatto il lontano parente: sei giovane.
Avevano nostalgia della giovinezza e vedevano in
lei l’ideale dell’incostanza, della vaghezza, della gioia effimera della
bellezza. Klara riconosceva di essere giovane, e si sorprendeva a sua volta,
perché questo fatto era in contrasto con ogni sua precedente previsione: aveva
compiuto diciotto anni quando pochi anni prima era quasi certa che sarebbe
morta. Aveva avuto la scabbia e la polmonite. Era diventata pazza per la
stanchezza e l’umiliazione. Aveva lavorato con le sue piccole mani sporche.
Alle persone non sfuggivano le cifre numeriche
tatuate sul suo polso. Klara non aveva mai parlato con nessuno di quella parte
della sua vita e temeva il momento in cui avrebbe dovuto farlo.
Aveva paura che d’improvviso si sarebbe accorta
che non era giovane, ma vecchia, incapace di gioire e cantare, un corpo provato
dalla ricerca della riabilitazione dei sensi.
Viveva la vita a Parigi con tutta l’intensità
della condannata a morte, come era avvezza a fare. Baciava gli uomini come se
avesse dovuto dir loro addio il giorno seguente, era ingorda di sapere e di
libri, studiava fino alla tarda ora in cui era venuta l’ora di coricarsi.
Si vestiva semplicemente e non applicava
particolari abbellimenti sulla sua persona: se amava godere, al contrario non
amava mangiare, provava una sorta di diffidente avversione per il cibo,
soprattutto se solido, e per questo motivo era molto magra. I vestiti che
indossava le cadevano addosso come una seconda pelle sgualcita, dai colori
tenui e mai sgargianti. L’unica originalità che si permetteva erano cappotti e
cappelli: d’inverno indossava una pesante pelliccia e si copriva la testa e le
orecchie con grandi copricapi o turbanti. Questo suo modo di vestire era
interpretato come stravaganza, è così giovane, dicevano, anche se Klara
sceglieva quegli abiti impegnativi per un gran senso del freddo. Era
freddolosissima e se usciva di casa con la testa scoperta aveva la sensazione
di star per svenire.
Klara entrò a far parte di alcuni circoli di
universitari. La divertiva ascoltarli parlare di arte e letteratura,
confrontava quelle lezioni gratuite a quelle che le erano impartite dai suoi
professori, a scuola, e le trovava infinitamente migliori. Chiedeva ai suoi
amici di ripetere i nomi difficili e di rinfrescarle la memoria su argomenti
che avevano discusso durante gli incontri precedenti e loro rispondevano a
quelle domande con trasporto ed abnegazione. Sapevano che Klara veniva dalla
Polonia, avevano sbirciato la serie di numeri sul suo polso tagliente e
coccolavano con le loro attenzioni e la loro pazienza l’immagine della sua
magrezza di usignolo, che tanto bene si accordava con la sua voce paradisiaca.
Era la più giovane di loro, la più audace, la più ingenua, la più decisa. Se
voleva qualcosa, anche fosse la soddisfazione della propria ignoranza, la
chiedeva senza vergogna, perché ciò di cui le importava era soltanto la propria
realizzazione.
La domanda le fu posta una sera in cui si trovava
a casa di un amico. Avevano cenato tutti assieme, bevendo e scherzando. Klara
aveva cantato per loro, accompagnando con la sua voce da mezzosoprano il coro
degli studenti, guidandoli attraverso il testo della canzone senza ostentare le
sue doti di comando ed il suo carisma.
Dopo cena tutti gli invitati si spostarono nel
grande salotto, le cui pareti erano completamente occupate da librerie, che
ospitavano una collezione ammirevole di volumi. Di fronte al caminetto bianco
si apriva una grande porta finestra attraverso la quale si accedeva dalla
terrazza: da lì si godeva di una bella vista di Parigi. Quando tutti si furono
seduti, il padrone di casa andò verso la finestra e la spalancò, lasciando
entrare la fresca aria primaverile dentro la stanza. Tutti espressero la loro
ammirazione, come se soltanto adesso potessero osservare la città che al buio
si manifestava come una costellazione, e si avvicinarono all’apertura, chi
trascinando chi sollevando la sedia.
Klara rimase dov’era, lontana dalla terrazza.
L’aria fredda della notte non le ispirava nessun desiderio di vicinanza e le
generava un tremito.
Forse la domanda fu ispirata dal suo controllato
immobilismo, che non si concedeva al tremore, forse dalla sua figura longilinea
che era rimasta in penombra, illuminata soltanto dalle luci delle lampade.
“Klara, parlaci della tua vita nel campo di
concentramento.”
Klara non rispose. Non sentiva timidezza né orgoglio: niente che le impedisse di
parlare. Era quello che aveva sempre temuto. Ma non appena iniziò a parlare,
capì che qualcuno era giunto a salvarla nel momento del bisogno.
“Quando ero bambina, vivevo con mia madre e mio
padre a Varsavia. Eravamo una grande famiglia e vivevamo felici. Ricordo che un
giorno giunse a vivere con noi il nipote di mio padre. Per me fu come se fosse
giunto il fratello maggiore dopo un lungo viaggio. Ricordo che prima della
guerra mia madre, le sue sorelle e zie prepararono una grande cena e furono
invitati tutti i parenti e gli amici che vivevano a Varsavia. Io non avevo
voglia di aiutarla, così mi nascosi in giardino. Mi addormentai nascosta in un
cespuglio. Fu mio cugino a svegliarmi e per divertirmi mi mise in testa
un’idea: mi disse che avrei dovuto inventare una storia e raccontargliela
l’indomani. Ricordo che per tutta la sera intervistai i parenti e gli amici
musicisti: li feci suonare per me uno per uno. Saltavo in mezzo a loro mentre
suonavano i duetti. Tutto era musica, quella sera, e la mia storia fu ebbra di
musica. Nel momento di coricarmi ero sfinita: la mia storia era affollatissima
di personaggi e canzoni ma io non riuscivo a formularla. La mattina seguente
confessai a mio cugino il deludente epilogo: lui fu molto dolce e mi disse che
il mio era stato il miglior risultato possibile. In molti riuscivano a decidere
la loro storia in una sera soltanto, è un privilegio di pochi invece rimanere
nell’attesa ed osservare il mondo più a lungo, facendo crescere la storia come
un giardino. Mi disse che la mia storia sarebbe sbocciata nella stagione
primaverile. Mi disse che avrei dovuto sempre ricordare i personaggi che avevo
scelto ed osservare le loro gesta, apparentemente sconclusionate, per il tempo
che sarebbe bastato. La mia era una storia in divenire.”
Sorrise al ricordare suo cugino Adam. Aveva voglia
di abbracciarlo e carezzare quei suoi riccioli selvaggi. Nella stanza attorno a
lei era silenzio. Una storia su un argomento del genere non avrebbe potuto
essere interrotta, per quanto assurda e scollegata dalla realtà.
“Poco tempo dopo, noi ebrei di Varsavia fummo
costretti ad indossare una stella gialla sui vestiti. Non potevamo entrare nei
ristoranti, passeggiare nei parchi, camminare sul marciapiede. I miei genitori
ed io fummo costretti a trasferirci nel ghetto. Mio padre morì. I tedeschi ci
fecero uscire tutti dalle case e io persi mia madre. Giunsi da sola al campo di
concentramento. Non è stato facile sopravvivere, a causa della violenta
fisicità di quel luogo. Ho nuotato per anni su un’onda lunga, che non si è mai
infranta, fino a quando non ci hanno liberato. Molti di noi sono impazziti, accecati
dal dolore e dalle privazioni. Erano muti, smettevano di mangiare, non ci
riconoscevano più. Io ero molto forte e disumana. Io ho continuato ad
immaginare la mia storia di musicisti e musica. Ho continuato a pensare a mio
cugino Adam, quasi ogni sera mi sono addormentata pensando al fatto che il
giorno dopo gli avrei raccontato un nuovo episodio. I personaggi che avevo
individuato la sera della grande cena erano lì, attorno a me: il rabbino, il
cantore, il violinista rom, il trombettista che ha perso il l’amore, il
direttore d’orchestra, il contralto dalla bella bocca carnosa e drammatica…I
personaggi erano brutti e sporchi, vestiti male e tristi, ma erano lì, attorno
a me. La storia era secca, al momento, ma in divenire.”
Klara sospirò profondamente e qualcuno tra gli
ascoltatori la imitò, forse commosso.
“Volete sentire la storia che raccontavo a mio
cugino Adam?”
Qualcuno annuì, senza parlare.
“La storia narra di un medico. E’ la storia di una
bambina, siate magnanimi, ve ne risparmierò i particolari più infantili. C’era
una volta un medico. Essendo giovane e senza conoscenze, dovette ingegnarsi per
trovare dei dipendenti da assumere a poco prezzo nel suo ospedale. Lesse sul
giornale che il teatro della città aveva chiuso i battenti e decise di andar ad
offrire un posto di segretaria ad una delle artiste che aveva perduto il
lavoro. Disse loro che avrebbero svolto i colloqui sul palco, ormai vuoto da
spettacoli. Dovette esaminare attrici, acrobate, mangiatrici di spade,
clownesse e cantanti. Una gli recitò la patetica morte di un’innamorata, mentre
fingeva di rispondere al telefono, una fissò un appuntamento mentre si
contorceva, tutta sotto sopra, un’altra lo chiamò, Dottore! Dottore,
un’emergenza! Concludendo con una nota acutissima da valchiria wagneriana. Il
medico stava per gettare la spugna quando una gentile signorina si fece avanti
e si propose come segretaria. Era stata licenziata dal coro del teatro ed era
in cerca di miglior fortuna. Lui prese la palla al balzo ed assunse la
signorina alle sue dipendenze. Ben presto fece di lei il suo braccio destro: la
signorina ammansiva i pazienti impegnandoli in cori patriottici, domava i
vecchi capricciosi cantando le loro canzoni preferite e calmava i bambini
isterici con dolci nenie. Ben presto l’ospedale fu tanto gremito che il dottore
dovette cercare altro personale. Naturalmente affidò il compito alla signorina,
che si affrettò ad assumere tutti i musicisti del vecchio teatro. Così,
l’ospedale divenne il tempio della musica: ogni reparto aveva una sua orchestrina,
i pazienti cantavano accompagnati dalla musica del violino e del contrabbasso,
i bambini ricoverati erano istruiti sull’uso dello strumento. Il successo della
struttura fu enorme ed il medico fu chiamato dal sindaco per ricevere i
complimenti per la geniale trovata con la quale lui aveva inventato un nuovo
tipo di ospedale…”
Klara si fermò perché si accorse che una delle sue
amiche stava piangendo. La guardò a lungo, prima di riuscire a dirle qualcosa.
“Non devi piangere, è una storia buffa!”
Il padrone di casa raggiunse l’amica e la abbracciò,
accogliendo sulla propria spalla i suoi singhiozzi, quindi rivolse un sorriso
mansueto a Klara.
“E’ vero, Klara. È solo che la tua storia è
molto dura. La nostra amica si è messa nei tuoi panni ed ha provato dolore. Ti
siamo molto vicini e soffriamo con te.”
Klara continuò a guardare la ragazza scossa dai
singhiozzi. Il suo amico aveva ragione: la storia era buffa ma trattandosi
della sua storia era dura. La storia del medico e della signorina era
buffa ed ingenua, non avrebbe potuto far piangere nessuno, ma soltanto uno
sciocco avrebbe potuto credere che si trattava della storia del medico e della
segretaria. Era la storia di Klara. Eppure, Klara avrebbe voluto che la sua
amica si asciugasse le lacrime grazie all’intuizione che quella ridicola storia
rappresentava un’ancora di salvezza alla realtà, l’amata realtà di Klara. Se
solo la ragazza avesse potuto vedere la faccia, rugosa come una pergamena,
della nonna Sarah, che aveva una voce tanto flebile e commuovente da ricordare
quella di una bambina, oppure i baffi dello zio Konrad che ondeggiavano
selvaggiamente, come due serpi, mentre lui suonava la viola, o l’audacia del
piccolo Filip che malgrado le sue dita fossero corte e paffute cercava di
spodestare il suo anziano padre e dominare la sua fisarmonica, o ancora le
sorelle Anna ed Elisheva che cantavano come due angeli ma nel mezzo della
canzone scoppiavano a ridere come due iene e non la smettevano più, tanto che
rotolavano a terra, mentre la musica continuava…
Klara era consapevole di essere l’unica superstite
di quella concitata orchestra che aveva visto la luce quella sera, nella sua
casa di Varsavia, alla cena offerta dai suoi genitori. All’epoca, le era
permesso di cantare come è permesso a tutti i bambini e nessuno le chiedeva di
essere coerente, bastava che vivesse e si divertisse, aggirandosi liberamente
tra quei musicisti e scegliendo ogni momento un nuovo favorito a cui ispirare
le sue scelte future.
La sua famiglia era sterminata ed aveva rivisto
alcuni di loro nel campo di concentramento: si trattava di incontri sfuggenti e
di scambi di parole poco approfondite, prive di coraggio. Nessuno aveva voglia
di parlare con Klara, una bambina senza genitori che avrebbe potuto lasciarli
da un momento all’altro. Nessuno dei suoi eroi aveva il suo strumento con sé:
erano folli e stanchi, pieni di pulci. Eppure la visione di quei visi
familiari, di quelle mani che un tempo si erano contorte sullo strumento loro
amico le regalava un istante di ebbrezza e di aspettativa, che si spandeva sui
nodi delle sue deboli forze e donava loro nuova robustezza. Aveva immaginato
che la sorte degli altri personaggi della sua storia (della cugina Halina e di
suo figlio Moses, dei fratelli Jurek e Stefan…) fosse stata del tutto simile e
così, giorno dopo giorno, il teatro era stato smantellato e tutti i musicisti
si erano trovati nel campo di concentramento, nudi ed affamati. I loro
strumenti erano stati venduti sulle bancarelle in cambio di un pezzo di pane,
di una coperta, il teatro era stato dimenticato e le bombe ed i cannoni non lo
avevano risparmiato, ciechi di fronte a quella reliquia a cui nessun uomo
faceva più attenzione. Klara aveva scrutato per anni al di sopra delle teste
che affollavano il campo, mentre lavorava: lei aveva la fortuna di sapere in
anticipo che sarebbe giunto il dottore, così avrebbe giocato d’astuzia, per il
bene di tutti, ed avrebbe fatto in modo di presentarsi in modo consono per
essere assunta per il posto di segretaria, accedere al mondo lindo dell’ospedale
e poi fondare una nuova orchestra.
Sapeva che la maggior parte di coloro che avevano
ispirato la sua fantasia erano morti o non avrebbero mai più suonato. Non
appena uscita dal campo, questo pensiero l’aveva resa triste. Poco tempo dopo
essere stata liberata fu trovata da suo cugino Adam.
Lui stette a lungo con lei, in ospedale,
insistette affinché lei gli raccontasse quella storia che tanti anni prima lei
aveva detto esser ancora incompiuta e non adatta all’ascolto di un pubblico.
Dapprima Klara si era molto irritata a causa di
questa richiesta, gli aveva chiesto di andarsene ed aveva mostrato
indifferenza. Un istinto irresistibile le suggeriva di tenere nascosta la
storia ad Adam, di non confidarla mai a lui né a nessun altro. Presto sarebbe
uscita dall’ospedale e sarebbe tornata alla sua vita, una vita senza famiglia,
amici né orchestre.
Di fronte all’insistenza del cugino, Klara aveva
ceduto ed aveva confessato il motivo delle sue rimostranze.
“Provo molto dolore. Tutti coloro che erano
musicisti nella mia storia sono morti. Li ho visti consumarsi.”
Adam la aveva abbracciata e le aveva baciato la
fronte come se la pelle di Klara fosse una cosa sacra. Klara aveva tremato e
poi aveva percepito il segno umido di quel bacio in mezzo alla propria fronte,
come se lui vi avesse dipinto qualcosa.
“Sono felice che tu abbia conservato quei nostri
musicisti nella tua storia.”
Klara aveva pianto, disperata.
“Sono rimasti i musicisti, le maschere della mia
fantasia. Le persone sono morte.”
Adam aveva parlato a lungo. Le aveva detto che
molti anni prima lei aveva scelto un manipolo di musicisti ubriachi per quella
storia che doveva soltanto divertirla. La scelta era stata tanto azzeccata che
i musicisti erano rimasti con lei per molti anni ancora. Aveva riconosciuto i
loro volti e le loro mani anche in assenza degli strumenti. Aveva provato
nostalgia per la loro musica, aveva desiderato cantare.
Le chiese se si ricordava come era nata quella
storia.
Lei disse di no e lui le raccontò di una bambina
che gli aveva detto di aver sognato, dopo aver dormito sul prato. Lui le chiese
che sensazione le aveva trasmesso, quel sogno, e lei aveva risposto: che ho
voglia di cantare.
Il canto è una cosa che viene prima di noi, Klara.
Così le aveva detto.
La musica noi la raccogliamo ma esiste anche oltre
i confini dell’uomo.
Klara pensò all’inumano campo, che si trovava ben
oltre i suoi confini. Pensò al silenzio orribile, alle orchestre animate dai
prigionieri su cui grava una condanna senza giustificazione. Quella era la
musica dell’inferno, quello era un impasto che le soffocava la mente.
Adam le aveva toccato il cuore, con una mano.
Premette le dita sullo sterno, con decisione.
Klara, la tua storia sta andando. La tua storia
sei te. È cominciata quando hai sognato, è cominciata quando hai avuto voglia
di cantare. Tu non hai mai smesso di aver voglia di cantare, non hai mai smesso
di cercare chi suonasse.
L’unica speranza contro la diseredazione è fare
della storia la nostra storia. Tu hai rifiutato quella terribile storia
che ogni giorno ti si propinava ed hai vissuto la tua storia. Sei
sopravvissuta. La tua storia è qui, tu sei qui. Vivila. Raccontami.
In quel momento Adam stava piangendo. Klara lo
aveva osservato, senza muovere nemmeno un dito per asciugare quelle lacrime.
Erano le lacrime di un giudice buono, che le annunciava il proscioglimento, che
la avrebbe abbracciata una volta che la seduta fosse stata tolta. Osservò con
intensità quelle lacrime trasparenti, avrebbe voluto berle, nutrirsene,
impastare la propria bocca con il liquido che proveniva dai suoi occhi. Si
sentiva bene, di fronte al cugino piangente, protetta dalla sua guida, dalla
storia che lui diceva essere sua.
Glielo disse e lui smise immediatamente di
piangere ed invece sorrise. Le disse che era stato istruito, in tal senso, da
uno spirito incontrato nell’immenso e sterminato bosco. Gli insegnamenti di
quel folletto gli avevano salvato la vita in più di un occasione.
Ed ecco che inizia un’altra storia, la tua, gli
disse Klara, ed entrambi furono felici di aver parlato e di essersi ritrovati.
Klara si alzò ed andò vicino alla sua amica,
mentre il padrone di casa le lasciava lo spazio dovuto, la abbracciò e la baciò
su una guancia, teneramente.
“Su, su, non piangere. È la mia storia, lo so. È la
storia che mi ha salvato, è una storia in divenire.”
La ragazza alzò verso il suo volto uno sguardo
inargentato di lacrime, parlò, scossa dai singhiozzi.
“E cosa succederà ora?”
Klara sorrise e le accarezzò i capelli. Tutti gli
invitati si erano riuniti attorno a loro, attendevano con impazienza che Klara
condividesse con loro un pronostico. La giovane cantante si sentì molto felice:
erano catturati dalla sua storia. Adam ne sarebbe stato soddisfatto: quello era un
segno che il racconto dei musicisti stava crescendo su un fertile terreno.
Quando avrai un pubblico, proverai il piacere di
sentire la tua storia vivere.
Aveva ragione, come sempre. I suoi consigli, e quelli del
suo folletto silvestre, non sbagliavano mai in fatto di storie.
“Ho voglia di guadagnare di più e studiare di più.
Ma più che altro, ho voglia di cantare. Sarebbe bello formare un’orchestrina.
Qualche elemento qui a Parigi lo potrei trovare. Ho contatti con un parente
americano. Sarebbe bello andare in America e scoprire qualcosa sulla musica che
fanno là. Cantare nei loro locali, sperimentare nuovi strumenti.”
Strinse tra le dita la mano della ragazza, che non
piangeva più, ma splendeva di pianto mentre sorrideva intensamente, e si eresse
in piedi, invitando gli altri a seguirla, con un gesto eloquente del braccio.
“Andiamo, siete tutti invitati! Vi assumeremo in
ospedale e poi tutti insieme in tournèe negli Stati Uniti!”
I suoi amici risero e Klara si unì a loro, felice
ma allo stesso tempo un po’ scossa. Dopotutto, era la prima volta che
raccontava quella storia. Qualcuno avrebbe potuto accusarla di leggerezza.
Avrebbero potuto pensare che aveva tralasciato i fatti e tratteggiato in modo
fantasioso i suoi ricordi soltanto per conquistarsi la simpatia di quella
compagnia. Chi erano questi accusatori?
Klara li immaginava cilindrici, alti, ed
impugnavano una frusta. Li conosceva bene e sapeva che potevano essere mortali.
Ma in quel caso, sapeva anche cosa rispondere loro: non mancava di rispetto a
se stessa per una questione di vanità. Impugnava l’unico modo utile che le
avevano insegnato per sopravvivere, a parte bere e mangiare. Cosa c’era di
vergognoso in questo? Avrebbe dovuto dispiacersi di essere individuale, diversa
dagli altri? Aveva combattuto con una divisa a righe e con tutte le arpie che
popolavano gli incubi per non ridursi ad un granello di terra e l’ideologia del
lutto non l’avrebbe avuta vinta. Non si fidava di chi oggi ostentava un lutto:
un domani avrebbe desiderato seppellire lei e tutti coloro che erano diversi,
per nuovo motivo, venuto alla luce con l'ingannatore sembiante di un bimbo.
Alcuni degli accusatori avevano tuttavia un
aspetto diverso: si trattava della coppia francese che le affittava la stanza,
della professoressa di armonia, degli avventori dei pub, delle amiche di
scuola, dei fidanzati. Alcuni di loro sorridevano, inteneriti, di fronte al suo
modo di essere, e sospiravano, ricolmi di ammirazione: sei giovane. Questo
non sarebbe durato per sempre. L’influsso del suo aspetto sarebbe venuto meno e
mano a mano il ricordo del campo si sarebbe affievolito nella mente dei suoi
alleati. Contemporaneamente, le righe verticali della sua divisa sarebbero
riaffiorate dalla sua pelle e niente sarebbe valso a nasconderle. La serie
numerica sul polso avrebbe luccicato, come Lucifero, invitando amici e
conoscenti ad una festa che non era un concerto. Non le avrebbero chiesto di
cantare, le avrebbero chiesto, con il solo sguardo, di non essere sconveniente
e non risvegliare la tristezza, di non attardarsi nei pensieri e di agire, di
non distinguersi dalla massa per futili motivi. Le avrebbero chiesto di
dimenticare, non appena il puzzo di cenere e polvere si fosse alzato dalle loro
città, portato via dal vento.
Klara era certa che sarebbe accaduto: la sentiva
come una maledizione a tempo, rodata da secoli, nei quali le vittime, i
carnefici ed i misfatti erano scivolati via dalla mente di tutti.
Klara avrebbe combattuto: non si trattava
semplicemente della Storia, tanto ineluttabile e disumana. Si trattava della sua
storia ed in quella sua storia lei avrebbe rifiutato le accuse ingiuste ed
avrebbe continuato a raccontare, a coltivare quelle piante e quei fiori
nell’alternarsi delle stagioni.
Alla fine della serata Klara uscì dalla casa
dell’amico e si avviò a piedi verso l’ospedale. Il dottore l’attendeva dietro
l’angolo, appoggiato ad un lampione. Klara non fu sorpresa di vederlo ma allo
stesso tempo se ne sentì affascinata: era così bello, con il volto magro
incorniciato da una nuvola di fumo, mentre la debole luce arancione del
mozzicone incandescente si irradiava sui suoi lineamenti.
“Non pensavo che saresti venuto a prendermi.”
“Ho finito il turno ed ho pensato che non sarebbe
stato conveniente farti accompagnare a casa da uno di quei tuoi amici
artistici.”
“Ma io sono sempre andata da sola fino a casa.”
“Non stasera. Sono un medico e preferisco
prevenire che curare.”
Il dottore le offrì il braccio e si misero a
camminare sul marciapiede, l’uno accanto all’altra.
“Sai, l’ospedale va bene, avremo bisogno di nuovo
personale. Avrei piacere che fossi tu ad occupartene, ma non sono certo che sia
una buona idea.”
“Ma certo che lo è! Lo farò con molto piacere,
tesoro!”
“Infermieri, biologi…sei una cantante, per quanto
buon senso tu possa avere, dove credi di poterli andare a scovare?”
“Ho già in mente qualcuno. Provare per credere.”
“Va bene. Credo che in fondo tu meriti la mia
fiducia.”
Klara rise e gli dette un bacio sulla guancia,
alzandosi sulla punta dei piedi.
“Sai, stasera abbiamo parlato di mio cugino Adam.
Credo che dovrei scrivergli.”
“Quel matto, quel bel matto. Sì scrivigli. È da
quando ti sei addormentata sul prato che non sento la sua voce. Avrei piacere
di conversare un po’ con lui. Avrei voglia di chiedergli cosa sia la fantasia,
cosa la realtà. Ho una certa difficoltà nel distinguerle. Forse perché sono un
prodotto della fantasia e fa parte della normalità della mia vita provare
questo disagio.”
“Ti assicuro che anche per me è così.”
“Ma allora siamo uguali. È davvero difficile
riuscire a distinguere. Scrivi a tuo cugino, ti prego, vorrei sentire il suo
parere.”
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