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mercoledì 23 ottobre 2013

Una recensione sbagliata: A un cerbiatto somiglia il mio amore, di D. Grossman

Questa non è la storia di un grande amore; non parla nemmeno di belle persone.
Non scava nella profondità di una psicologia intricata, le parole di questa storia non ritraggono l’umanità nel suo grande mistero, rivelando ciò che tutti speriamo di scoprire, un giorno, prima che sia troppo tardi.
Si tratta di un’illusione, questa, che il libro smentisce. Come se ad ogni pagina l’autore, David Grossman, si sporgesse sopra le righe, con la spazzola bionda dei suoi capelli ed i suoi azzurri occhi ingranditi dalle lenti, e sussurrasse, tra il dispiaciuto ed il soddisfatto: non è questo, vero, ciò che speravi di trovare? Ho vissuto la stessa esperienza con tutti i libri di Grossman, anche se non nego che lui resta uno dei miei autori preferiti.

David Grossman ritratto mentre mi appare tra le righe.
Vedi alla voce amore, Che tu sia per me il coltello: forse il segreto dell’illusione è l’allusione del titolo. Solitamente non ci aspettiamo che lo straniamento si annidi in quello che siamo abituati a ritenere una stringata sinossi della trama e del significato del libro: perché l’autore non dovrebbe conformarsi naturalmente a quel titolo – a quel nome proprio – con il quale egli stesso ha deciso di battezzare la sua creatura? L’errore e la sensazione che lo scrittore abbia voluto deliberatamente ingannarci ci inducono forse a tirare troppo presto le conclusioni sul libro in questione, perché in fondo ci hanno insegnato fin da bambini che chi tradisce il proprio nome cela il male, proprio come il Diavolo, che si chiamava Lucifero.
Beh, non fatelo, non con questo libro, che non è un’opera malefica concepita per disturbare il nostro buon umore, ma il fedele racconto di un’esperienza che viviamo tutti i giorni: sognare, desiderare di non destarsi dal sogno ed inevitabilmente, alla fine, cedere alla veglia ed alla crudele luce della vita.
A un cerbiatto somiglia il mio amore. Di David Grossman.
L’analogia con il sogno ed il risveglio, in fondo, funziona fin dal titolo. Questa frase suggerisce uno stato sognante, l’innamoramento; immediatamente immaginiamo di pronunciarla in modo trasognato, sospirante. Dove abbiamo imparato così bene a leggere una frase del genere, ad attribuirla ad un amante e non alla mamma di Bambi? Dai libri, ovviamente – nel caso di qualcuno, dai film. Una frase del genere sarebbe stata una battuta perfetta per Giulietta Capuleti, la più sventurata e romantica fanciulla dal 1594.
Vengo al dunque: qual è la più romantica delle scene della Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet? Proprio quella in cui i due amanti e sposi si stanno per risvegliare, all’alba che segue la loro prima ed ultima notte passata insieme, e maledicono la luce perché capiscono che il sogno, il loro agognato sogno d’amore, è finito. Giulietta cerca addirittura di ingannare Romeo e se stessa: è la civetta, non l’allodola, è ancora notte, è ancora notte, è ancora sogno. Alla fine, i due amanti riescono davvero a rendere il loro sogno eterno, procurandosi l’eterno sonno.
Va bene, A un cerbiatto somiglia il mio amore, non Romeo e Giulietta – chiedo venia, ma come ho inteso precisare nel titolo del post, si tratta di una recensione sbagliata.
Come la si legge sul libro, la storia: tre ragazzi si conoscono in una notte di coprifuoco, all’interno di un ospedale. Non possono né muoversi, perché sono malati, né vedersi, perché è buio, e non è rimasto nessuno nello stabile oltre a loro. La situazione è fuori dal comune ed il ragazzo A si innamora della ragazza A, ma la ragazza A si innamora del ragazzo B. I tre in seguito continuano a frequentarsi e la storia si muoverà sempre nello spazio triangolare che si è creato tra loro.
Tutti e tre i personaggi principali hanno modo, nel lungo romanzo, di aprirci la mente su temi importanti relativi alle loro storie personali: i fantasmi adolescenziali, la paura del terrorismo – la storia ha luogo in Israele – , la disabilità di un figlio, l’orrore della guerra, la fine di un matrimonio.
Eppure questi personaggi ci deludono: la ragazza A, Orah, in particolare. Più i capitoli trascorrono, più si ha la sensazione che la mala fimmina del ragazzo A, Avram, si riveli più superficiale di quanto lo stesso autore si aspettasse quando le ha dato vita in quel primo capitolo. Per quanto mi senta disillusa nei confronti di Orah, devo riconoscere due grandi pregi di questo seccante personaggio: la grande fisicità – se mi capita di provare ad immaginarla, posso quasi vederla – che le è conferita dalla carica emotiva che gravita a pochi millimetri dalla sua chioma rossa, come un’areola; d’altra parte si trova l’amore e la compassione per i suoi figli che lei riesce a far provare a chi legge le sue parole.
Anche per quel che riguarda il ragazzo A ed il ragazzo B, Avram e Ilan, si lasciano facilmente giudicare dal lettore per il loro amore – o non-amore – che appare scarsamente giustificato; sono completamente privi di epica e non ispirano (quasi) alcuna comprensione, vista la loro poco accattivante condotta.
Se lo avete appena comprato e siete incappati in questa recensione spero che siate arrivati fino a questo punto prima di buttarlo nel ripostiglio delle scope.
Se così non è stato, per favore, andate a recuperarlo, perché questo è il momento in cui confesserò che questo libro mi piace, non ho remore nel definirlo un libro bello, bello – sì, proprio così, bello due volte – e che vale la pena leggere.
Non perché parla di caratteri superlativi, di amore, di guerra, delle conseguenze di queste esperienze umane che, se vogliamo, sono state riscritte e rilette in tutte le salse.
Grossman è riuscito nell’intento di stupire e di scrivere qualcosa di completamente innovativo.
Grossman ha descritto un sogno di una notte, un ventennale dormiveglia ed infine un doloroso risveglio.
Il primo capitolo, nel quale i tre protagonisti, al buio, vengono a conoscenza l’uno dell’altro, è sublime. Soltanto il primo capitolo potrebbe valere il prezzo del volume, ammettendo che tutti gli altri potrebbero risultare nettamente inferiori rispetto alle aspettative. L'autore abolisce le virgolette del discorso diretto e ciò che leggiamo è ciò che i ragazzi pensano, si dicono a voce alta e che costituisce la realtà in quella notte di buio, bombardamento, assenza, tragedia, paura di morire.
Avram è il primo a parlare, ad abbandonare la forma del silenzioso embrione nel buio del ventre ospedaliero, e per tutto il libro rimaniamo con la sensazione che sia lui il creatore: Avram ha adescato Orah in una notte in cui poteva anche tacere, Avram accetta l’amore non corrisposto, Avram accetta la scommessa che lo porterà alla tortura, Avram rende possibile il viaggio di Orah con il suo consenso a seguirla.
Avram prova per primo – ben prima di noi, che stiamo ancora divorando quel superbo primo capitolo – che la realtà che sta vivendo non è altro che un sogno, che sarà deteriorato dalla realtà. Immagina il nome della ragazza che non può vedere e quello per lui è pieno di significato, eleva il suo spirito fino alle stelle; quando le chiede il suo vero nome, rimane deluso nell’apprendere la verità e quello è il primo segno riconoscibile del risveglio.
Credendo di trovarsi ancora nel territorio del sogno i tre protagonisti compiono molti errori, alcuni dei quali ci appaiono inspiegabili, eppure non dovrebbero, visto che anche noi sogniamo e nei nostri sogni compiamo con naturalezza le più bizzarre stramberie. La logica di Avram, Orah e Ilan è quella del sogno e li porta, come sonnambuli, a scontrarsi con il muro che delimita il mondo reale, cioè le tragedie della guerra, dei figli, della morte.
All’inizio del racconto, un’Orah adulta chiama per il figlio militare un taxi condotto da un amico di famiglia, un musulmano palestinese, per accompagnarlo al punto di raccolta dell’esercito israeliano: quando l’uno vede l’altro, entrambi vivono con profondo stupore e costernazione l’errore della donna, che sul momento non si spiega come abbia potuto commettere una leggerezza tanto imbarazzante. La furia di Orah ha inizio proprio dopo quel viaggio in macchina: Orah si agita nel lenzuolo, ha capito che è ora di svegliarsi, sta suonando la sveglia. Anche la sveglia di Avram suona: Orah fa squillare continuamente il suo telefono, il suo campanello, fino a che lui stesso non è chiamato a compiere con lei la lunga marcia che li condurrà al doloroso frutteto della realtà, al quale non possiamo sottrarci grazie all’incantesimo del sonno, la cui potenza non risiede nella capacità di controllare o cambiare gli eventi ma nel farci credere che possiamo evitarli senza tener conto di dove si trova il nostro corpo e quello di coloro che amiamo.

domenica 14 aprile 2013

Una recensione sbagliata: Terra chiama Roth.

A leggere Joseph Roth ho avuto esattamente questa sensazione: che Roth si fosse messo silenziosamente e fluentemente a scrivere sul suo quaderno, durante una mite serata di aprile, direttamente sul mio scrittoio. Alle prime luci dell'alba, che si fosse alzato ed allontanato percorrendo le strade ancora addormentate, guidato dal canto degli uccelli. Quando mi sono svegliata, ho trovato le sue parole, lì, e mi sono stupita che potesse essersi già allontanato tanto. Dove sei, Joseph? Come è possibile che le tue parole, adagiate con grazia sulle pagine, siano ancora così fresche, come se fossero state concepite dalla sua mente soltanto un momento fa? E' incredibile: è un libro caldo, tiepido come la sensazione che si ha toccando con la mano la pelle di un uomo. C'è qualcosa di immortale in quel modo di scrivere, qualcosa fatto di spirito. Sono pagine che hanno continuato a scriversi, a partire dal 1925, tutti i giorni, fino ad adesso, e continuano a suonare, in divenire.
Il libro che ho amato di più, tra quelli che ho letto - La Cripta dei Cappuccini, Ebrei Erranti, Le Città Bianche, La Ribellione e la Leggenda del Santo Bevitore - è stato le Città Bianche: si tratta di quello che noi oggi chiameremmo un reportage giornalistico sui luoghi storici del Sud della Francia, come uno di quello di cui godiamo, pubblicati nella sezione della cultura dei nostri quotidiani, raccolti e scritti da Paolo Rumiz.
E' un libro breve, significativo e coinvolgente per tutta la sua lunghezza. Nella breve "introduzione", virgolettata perché in realtà non è in discontinuità con il resto del libro, Roth parla di sé: si definisce un giovane di trent'anni e si descrive in funzione della sua giovane età, della sua esperienza in guerra e di cosa il suo nuovo impiego, il giornalismo, ha significato per lui. Per quel che riguarda questo ultimo punto, egli ci confida che questo ha costituito per lui una svolta, cioè mettersi in viaggio, uscire dalla Germania, il paese nel quale un ragazzo come lui vede rappresentata fin troppo visceralmente la sua identità come quella di un perdigiorno, per di più ebreo, con tutto ciò che all'epoca significava e che egli racconta in Ebrei Erranti con la tenerezza mista ad l'incredulità che ci ispirano tutte le assurdità socialmente determinate a cui fin dalla nascita siamo abituati (io, sono italiana, e questo lo so fin troppo bene!). Il viaggio del Roth giornalista è l'esperienza che gli permette di conoscere il movimento alternativo a quello che ha costituito per lui una sorta di imprinting, cioè l'allontanamento forzato che la guerra ha richiesto ai giovani. Questo passaggio è sublime: soltanto Roth è riuscito a chiarirmi quale immane tragedia è stata per l'Europa e la generazione appena nata dei primi anni del novecento la Prima Guerra Mondiale. Noi non conosciamo le radici dell'odio e della diffidenza che aleggiano in questo nostro gremito continente, del nichilismo e della sfiducia nell'economia e negli stati, il difficoltoso procedere delle masse e delle istituzioni nel costruire qualcosa che sia duraturo, nel prestare la nostra fede in ciò che può essere costuito nell'unirci tra singole individualità: ecco, questo è cominciato lì, con le leve militari tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. E' un'epoca così lontana, eppure Roth non è lontano. Ve l'ho detto, ha lasciato la mia stanza soltanto una mezz'ora fa, le sue pagine sono ancora flesse a causa del tocco delle sue dita e della sua penna.
La generazione di Roth è stata violentata, disanimata. Ciò che egli descrive ritrae le stesse sfumature che sono tratteggiate nelle poesie di Giuseppe Ungaretti: questi due uomini sono senza dubbio della stessa specie, due navigatori del buio e del sottomarino, che attingono a quel "nulla d'inesauribile segreto", che forse era maturato, nell'esperienza di Roth, a causa del vuoto lasciato da un sistema scolastico che lo valorizzava ma senza dimenticare la sua etnia di provenienza, da una passione per la letteratura tedesca che fu la base per l'evoluzione della Germania in un Impero che avrebbe messo in atto lo sterminio del suo popolo, da una guerra che non solo dissolse la sua identità come uomo ma anche come cittadino di uno stato, a seguito della traumatizzante dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico, dalla moglie che presa dalla follia abbandona anche lei le sembianze di una giovinezza promettente e finisce per scomparire tragicamente. Nelle prime pagine delle Città Bianche, è questo di cui parla: di una stagione rubata, di una giovinezza conosciuta soltanto anagraficamente, alla quale si crede soltanto per merito dei documenti che attestano che è passata, dove e quando.
Intraprendendo il viaggio in Francia, Roth assaggia in ritardo quello che non concepiva nemmeno di poter più desiderare: il sole, la campagna, i monumenti misteriori, i suoni della gente. Finisce per descrivere tutto questo in un modo che non ha pari.
Una delle cose che mi ha maggiormente colpito è stato il fatto che Roth compie questo viaggio a piedi: me ne sono accorta ad un certo punto, quando egli racconta di essersi attardato lungo la strada tra due città e si ferma a dormire in un bosco. Potete immaginare un tempo, non troppo lontano, in cui un uomo si sposta a piedi tra le città, per centinaia di chilometri, e nei momenti in cui si sposta è solo, introvabile, e soltanto lui può poi metterci da parte, soltanto con la forza delle parole, di ciò che ha vissuto? Si tratta di una dimensione che abbiamo perso, completamente. Ma se desideriamo immaginarlo, c'è Roth, appena uscito dalla nostra stanza, che ci ha lasciato qualche pagina scritta di fresco.
Roth ha una scrittura poetica ed un modo multisensoriale di descrivere ciò che vede. Non si tratta di una guida turistica, ma di un viaggio. Devo ammetterlo, non ho mai letto un libro tanto bello.


venerdì 1 marzo 2013

Una recensione sbagliata: North and South, di E. Gaskell

Il libro è North and South, di Elizabeth Gaskell. Lo sto leggendo in inglese, perchè in italiano è stato tradotto soltanto nel 2011 ed ho rinunciato all'annosa ricerca quando mi sono ritrovata tra le mani un meraviglioso, compatto Collins in lingua originale al prezzo di tre euro e cinquanta.
Il racconto si svolge nei fuligginosi anni della seconda rivoluzione industriale, durante i quali la signorina Margaret Hale viene prima espiantata dalla casa cittadina di Londra dove vive con le raffinate ed ottimiste zia e cugina, alla canonica del padre pastore in piena crisi di coscienza, circondato da una paradossale bucolica cornice, alle angustezze e al raschiore alla gola della città industriale, Milton, tra i nordici pinnacoli fumanti del Darkshire, fornace d'Inghilterra. Qui Margaret conosce un trader, Mr Thornton, che quando lei ammette di non poterlo definire gentleman, egli rifiuta con decisione tale epiteto per definirsi, con maggiore precisione, Man. E' l'inizio del confrontro tra loro e dell'amore che ispirerà a lui la più completa accettazione e comprensione della di lei diversità. Forse è un bene che abbia scritto una riflessione proprio ora, a metà del libro, così da non dover svelare un finale.
Per ora, la realtà, le convenzioni, i pregiudizi, i dogmi - Non mi piace Mr Thornton, perchè no! - vincono, hanno la meglio sull'eroe commerciante John Thornton, che per un attimo crede di poter toccare una scintilla, proveniente dal fuoco che sente bruciare e di cui percepisce il calore sulla pelle. Egli intuisce che tale fuoco potrebbe divenire reale e desidera, come uomo, divenire un'irradiante stella, afferrandolo.
Non ancora, Mr Thornton, il tempo della razionalità, rappresentato così splendidamente e paradossalmente da Margaret, non è pronto e rigetta. Un giorno d'amore in più da frapporre alla morte è così andato perduto e con esso molti altri, con l'angoscia che ne deriva.
La cosa più bella è questo scambio delle parti, tra l'uomo presentato fin dall'inizio come il commerciante senza scrupoli e la ragazza dai modi fini e ricca di pietas:
Lui: d'un tratto si colora di passione, sincerità, amore, gratitudine, abnegazione, rinuncia all'odio, prova umiltà e mortificazione.
Lei: è apparentemente cieca, piena di pregiudizi, addirittura maleducata, superficiale. Si richiama a Mr Thornton pregandolo di non esprimere i propri sentimenti, dichiarando come proprio sommo valore l'autocontrollo. E' così concentrata su se stessa e sulla propria convinzione di autorevolezza da lasciarsi sfuggire completamente il proprio egoismo.
Margaret mi appare un po' come la vittima dell'educazione ricevuta ed infatti accusa Mr Thornton di non comportarsi come un gentiluomo, escludendo spontaneamente dall'accezione di gentiluomo la possibilità di comprendere e provare sentimenti. Questi sentimenti noi li vediamo mostrarsi, chiari e puri, in Thornton che, ergo, non è davvero un gentiluomo, provoncando nel lettore la completa accettazione e simpatia per questo personaggio e, dunque, per i non-gentiluomini. Questo gioco delle parti è così abile da renderci inaccettabile l'idea che un Uomo accetti di piegarsi alle regole del gentiluomo. Quello che l'autrice fa, descrivendoci i personaggi nella loro pura fattualità unitamente ad i loro moti interiori, è rieducarci. Elizabeth Gaskell rieduca il lettore vittoriano attraverso il racconto: come si può che negare che Thornton sia, nella sua ribellione che lo porta ad accogliere ed esprimere così esplicitamente un sentimento, l'uomo illuminato dalla grazia della verità? E come si può negare che Margaret, incarnato di razionalità, rifugga così ostinatamente ed egoisticamente la realtà e la giustizia e dichiari con le sue azioni che lo fa per paura della sofferenza?
Infatti, con grande astio, accusa Mr Thornton di farle del male: non le importa che di sè.
Thornton le è tanto superiore che non solo non la odia ma umilmente comprende ed accetta la sofferenza. Se il suo amore non è ricambiato, esso non si muterà in odio, ma in sofferenza. Questa è la prova che il suo amore è vero.
Il momento di elevazione di Margaret lo abbiamo visto quando lei lo protegge.
Durante un attacco di una folla di operai inferociti, Margaret frappone il proprio corpo tra quello di Thornton ed i sassi che vengono scagliati verso di lui, rimanendo ferita. E' proprio questo evento che scatena la successiva presa di coscienza di Thornton, che scopre di amarla e che urge dichiararlo a lei.
Il vero atto di rivelazione, dunque, parte proprio da Margaret: questo ci fa sapere che lei è capace di andar oltre la razionalità e ci dà speranza per il futuro di questi due personaggi.

Mr Thornton e Miss Hale

mercoledì 2 gennaio 2013

Appunti di viaggio...


La libertà…la libertà sta nel libero uso del linguaggio, nell’utilizzare coscientemente l’espressione estroversa ed introversa per comunicare la propria personalità.
Ho difficoltà a formulare discorsi, creare personaggi. Rimangono come fuochi fatui nella palude della mia immaginazione e non mi aiutano ad esprimere sentimenti. Un tempo, scrivere era per me il modo più intenso di esprimermi che mi permetteva di sentirmi ricolma di un sentimento reale. Il linguaggio scritto ed il redigere un discorso ha perso per me questo primato e questo mi è chiaro quando mi cimento in questa azione, che diviene in qualche modo l’espressione del mio struggimento nel silenzio della ragione di fronte all’inspiegato. Ho voglia di essere sintetica, ho voglia di esprimere un’idea o delle idee ma fatico a comprenderle all’interno di un discorso. In senso più letterale, molto spesso non comprendo il senso di queste idee, come se io stessa fossi un discorso e tra le mie estensioni linguistiche, la mia cultura e le cose nuove che sento di star costituendo mancasse un nesso fondamentale vacante a causa di una mia incapacità.

Non mi sento padrona del mio linguaggio, del mio stile, mi sento acerba ed l’idea del futuro mi angoscia perché appare come una dimensione peggiorativa del presente. Non so contro cosa ribellarmi –contro tutto –ma non so cosa sia davvero rinnovabile. Ogni cosa è d’aria ed indistruttibile perché incontrollabile. Il debito, il declino, la fame, l’industria, la politica. Non posso credere che il mio mondo rifletta continuamente su tali illusioni –debito, debito, debito, crisi, crisi, parole che vengono ripetute in continuazione. Come se per fare qualcosa noi ci si sentisse motivati solo in previsione dei soldi che ne verranno. Mi sveglio la mattina incredula e mi sento estraniata perfino dalle persone che mi sono più vicine perché c’è qualcosa di agghiacciante nel loro sorriso e nella loro soddisfazione, nella loro motivazione o non-motivazione per partecipare alla vita della comunità e dello stato, in ciò che loro interpretano e giustifica come istinti, sentimenti o cose della ragione. Tutte queste cose dà loro un odore di decomposizione. Mi sento eterna e labile in mezzo a loro, mossa da una corrente che loro non riconoscono. Mi sento destrutturata e denaturata –natura, che parola. Una parola a cui non so più dare un significato, se non aggrappandomi ai miei riecheggiamenti filosofici. Non so tramutare i miei pensieri in idee forti e vorrei chiedere aiuto ma le persone che vorrei raggiungere o sono morte o sono inarrivabili. Mi sento gravata dalla scorza della mediocrità e dell’anonimato, come le donne romane che non possedevano nome proprio, mi aggiro tra libri e foto nel disperato bisogno di riempirmi ma non sono mai sazia. 
Le parole ed i personaggi efficaci non spuntano mai e questo è snervante.
Ho perso le illusioni e con esse il grande potere dell’evocazione. Ho voglia di un sogno vero, di quelli sognati, da cui sgorghi un’idea vera, di quelle ideate, per intraprendere un combattimento che sia il senso stesso della realtà. Ho paura di morire per quello che potrebbe non avvenire prima.
Ho realizzato questa grande sfiducia e mi sento come il mio borsellino vuoto.

Vorrei passare accanto a Corrado Augias, a David Grossmann, a Charlotte Bronte, a Roberto Vecchioni, a Giorgio Basaglia ad un delfino e ad uno scimpanzé e chiedere loro come si sentono. Vorrei essere un sordo da sempre vissuto tra udenti che incontra un altro sordo e finalmente cominciare a parlare, esprimere i pensieri nella lingua adatta che si è stabilita nello stesso istante in cui la comunicazione è stata possibile. Vorrei leggere le parole da me scritte su una pagina e riconoscermi come mi accade con una fotografia che ritrae il mio viso. Lo sanno fare alcuni scrittori con me ma io non lo so fare con me stessa. E’ come se la mia voce provenisse dall’esterno e non dall’interno. E’ molto doloroso aver ammesso questo.
Desidero essere toccata da un bosone di Higgs.
Vorrei avere le parole per fare quello che mi piace. Le vecchie parole, quelle dell’adolescente, non vanno più bene. Sono alla ricerca di nuove parole. Sono molto spaventata dalla vuotezza di significato con cui molte di essere vengono usate nel mondo degli adulti. Mi spaventa la parola amore, la parola morte, la parola Dio, la parola separazione, la parola matrimonio, la parola gioia e dolore. 

Christina's World by Andrew Wyeth (1948)


sabato 27 ottobre 2012

Il respiro poetico di Majakovskij


Siamo nel 1912: la firma di Vladimir Vladimirovic Majakovskij, diciannovenne, viene apposta sul manifesto dei poeti futuristi russi, dal titolo Schiaffo al gusto del pubblico.
A chi di noi (italiani) ha avuto l’occasione di leggere alcune poesie di Majakovskij e conoscere alcuni dei fatti più provocatori dei suoi 37 anni di vita, suonerà forse strano l’accoppiamento di parole che è fondamentale, anche se riduttivo e potenzialmente fuorviante, per definirlo: mentre leggo la sua biografia ed intervallo con qualche poesia non posso impedire alla mia mente di generare il binomio futurista-bolscevico. Prima ancora di compiere la maggiore età e dedicarsi alle arti, il Majakovskij si iscrisse al partito bolscevico e finì in prigione con l’accusa di sovversione. Ricordo con precisione la caratterizzazione dei futuristi nostrani: antipatici, snob, interventisti (cioè guerrafondai), denigratori di tutto e di tutti, fascisti. Majakovskij era un pacifista, filo-proletario, esaltato bolscevico. Nel 1909, tre anni prima della redazione dello Schiaffo al gusto del pubblico, Filippo Tommaso Marinetti aveva composto il Manifesto del futurismo, nel quale raccoglieva le iniziali ispirazioni che dovevano innalzare l’uomo al di sopra della gretta cultura borghese e liberare le parole dal giogo di attempate atmosfere crepuscolari.
Majakovskij dichiara di vedere, nel futurismo, la chiave della rivoluzione dello spirito, che accompagnandosi alla rivoluzione molto fisica che ha coinvolto le masse e rovesciato lo varismo, porterà ad un vero cambiamento. Possiamo leggere, dalla Lettera agli operai, nella quale manifesta indignazione per l’assenza di un cambiamento nei costumi del popolo russo, insinuando che il vero proposito dei proletari sia uscire per strada, un giorno, con un bell’orologio sul panciotto:
“Solo lo scoppio della rivoluzione dello spirito ci purificherà dal rancidume della vecchia arte.
Vi protegga la ragione dalla violenza fisica contro i residui del vecchiume artistico. Consegnateli alle scuole, alle università, per lo studio della geografia, del costume, della storia, ma respingete con sdegno chi vi offrirà questi fossili in luogo del pane della bellezza vivente.
La rivoluzione del contenuto, socialismo-anarchia, è inconcepibile senza la rivoluzione della forma, futurismo.
Afferrate con avidità i pezzi di sana, giovane, ruvida arte che vi forniamo.”
La ruvida arte di cui attraverso questo frammento intuiamo i propositi ha certo alcune rassomiglianze con l’arte che il genio creatore di Marinetti intende portare alla ribalta grazie al Manifesto:
“La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
Majakovskij e Marinetti annunciano un cambiamento dello stile ed entrambi utilizzano lo stesso termine per definire questa svolta nel mondo dell’arte: futurismo. Il russo si scaglia, nella Lettera agli operai, contro i teatri requisiti appena riaperti, da cui sente risuonare:
“Aide e Traviate, con ogni sorta di spagnoli e di conti, e vedo nelle poesie da voi predilette le stesse rose delle serre signorili, e scorgo i vostri occhi abbacinarsi dinanzi a tele che raffigurano la magnificenza del passato.”
E, nel manifesto Schiaffo al gusto del pubblico, ordina ai poeti di:
Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.

(…)odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro”
L’italiano dichiara, sempre nel Manifesto, di voler demolire:
“I musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.”
La vicinanza e le differenze sono di dimensione impressionante. Il pacifista ed il guerrafondaio, l’uno che scrive lettere agli operai, l’altro che denigra il femminismo, Majakovskij che si costituisce il disincantato s-cantore del regime socialista, Marinetti aderisce ai Fasci di Combattimento di Mussolini.
Provo ad immaginarmeli: Martinetti e Majakovskij si incontrano. Si studiano e si accorgono di essere davvero molto diversi. Il volto di Majakovskij è lungo e lugubre, magro, gli occhi sono grandi e neri, intagliati nella carne come nel legno di quercia. Ha un’aria inesauribile, del grande uomo che cammina davanti agli altri. Marinetti ha la faccia tonda, è calvo. I suoi neri baffi arricciati sorridono sopra la fessura della sua bocca serrata. Majakovskij veste disadorno, il volto scavato si fa interprete dell’indimenticabile espressione dei Bohèmienne; la sua camicia è sgualcita ed il cappotto pesante ricorda che sente freddo. Anche Marinetti ha vissuto in ambiente bohèmienne, ma veste elegante, impugna un sottile bastone; con lo sguardo preciso fantastica sull’amata automobile con la quale sperimenta velocità impensabili per l’angusto borghese.
Ma sono davvero così diversi?
Senza conoscere la provenienza di uno dei loro scritti, potremmo attribuire ad uno una delle frasi dell’altro.
Assolutamente no.
Non voglio addentrarmi in una discussione politica, nel dibattito sulle ideologie, che sappiamo essere molto diverse. Vorrei invece parlare di letteratura. Ho dovuto ammettere che, stilisticamente, i due artisti si toccano ed inoltre sperimentano mezzi d’espressione comuni, ritenuti importanti dal movimento futurista, come il cinema, la pittura, la poesia, il teatro. Nelle poesie troviamo parole ed espressioni come proiettili, squilli, onomatopee dissonanti, riferimenti alla velocità ed alla tecnologia, eppure c’è qualcosa di cui Majakovskij non solo ha parlato ma ha eletto a tema, a cui Marinetti, con la sua Isotta Fraschini (il suo velocipede) non si è nemmeno lontanamente avvicinato. Sto parlando dell’amore. Lo si intuisce già dalla Lettera agli operai, ricca di empatia e di spirito rivoluzionario che non ha niente a che fare con il tono metafisico ed estetico che induce Marinetti a stillare degli altisonanti elenchi.
Nel poema “Di questo”, Majakovskij riflette, con ermetica lucidità, sul destino dell’amore all’interno della società borghese, esplora il proprio desiderio di salvezza attraverso l’amore.
L’amore e l’uomo. Senza l’uno, non si salva l’altro e viceversa.
Majakovskij brama di restituire ad Eros la sua Psiche, muta forma e naviga sul fiume delle proprie lacrime, spingendosi in profondità, mostrandosi senza paura per quello che è.

Sta qui la differenza tra Majakovskij e Marinetti, tra il progressista ed il reazionario?
Ma il loro destino, non è forse per certi aspetti simile?
Marinetti decade, diventa vecchio ed il suo futurismo diventa un vecchiume inguardabile, deriso dagli spiriti liberi dei Dada. Marinetti, stanco, deluso, perde colore e svanisce.
Majakovskij? Anche lui subisce l’isolamento: osserva le schiere dei suoi ex-amici, ora critici ed intellettuali, che si sono posti a buona distanza da lui. Quest’uomo rimane fedele all’azione oltre ogni limite e concluse la sua vita con un atto che avrebbe fatto cadere i baffi a Marinetti e ad i borghesi tutti.
Majakovskij, nel 1930, organizza da solo una mostra sul proprio lavoro e produce un proprio autoritratto, che illustra lui stesso. Pochi mesi dopo questo evento, si spara al cuore.
Chi era Majakovskij? Io credo che non sia possibile includerlo in una classificazione. Egli ha aderì a partiti e movimenti d’avanguardia, eppure il suo destino fu quello di essere lasciato solo.
L’energia di Majakovskij vibra del pensiero dell’amore, sempre inflazionato, sottovalutato, esiliato nei siparietti adolescenziali. Questo amore, che nel suo tempo nessuno comprendeva e declamava a piena voce: i totalitarismi tolgono la vita alle persone, impedendo all’amore di esistere.
Giunto vicino al punto di non ritorno, Majakovskij si è tolto la vita per tornare in quel regno senza confini in cui la profondità è pienamente accessibile, l’odio è vergognoso e l’accettazione (dell’altro) è completa.
Leggendo Majakovskij, a noi rimane la speranza che…

"Forse,
chissà,
un giorno,
da un vialetto dello zoo
anche lei –
che pure amava gli animali –
verrà al parco,
sorridente,
proprio come
nella foto sul tavolo.
Così bella –
Lei, sicuro, la risusciteranno.
Il vostro
Trentesimo secolo
Supererà gli stormi
Di inezie che ti stracciano il cuore.
Con la stellarità di infinite notti
Oggi suppliamo
A quel che non abbiamo finito d’amare.
Risuscitami
Che
Io
Poeta
T’ho aspettato,
evitando le inezie quotidiane!
Risuscitami
Anche solo per questo!
Risuscitami –
Voglio viver tutta la mia vita!
Perché l’amore non sia più servo
Di matrimonio,
lussuria,
pane.
Maledicendo i letti,
levatosi dai giacigli,
l’amore vada per tutto l’universo.
Perché il giorno,
che ti invecchia nel dolore,
non mendichi, pregando.
Perché
Al primo grido:
- Compagno! –
Tutta la terra si rigiri.
Per non vivere
Vittima della propria casetta.
Perché
In famiglia
D’ora in avanti
Possa essere
Il padre
Almeno l’universo,
e almeno la terra, la madre"

(Questa poesia si intitola Amore ed io la trovo bellissima.)

Vladimir Majakovskij (1892-1930)

domenica 19 agosto 2012

Una recensione sbagliata: L'immortalità, di Milan Kundera


Come è lecito parlare di una cosa del genere?
Comincerò con il dire che cosa ho fatto: ho letto un libro. Ho letto L’immortalità di Milan Kundera. Non è stata una lettura facile, il libro è complesso, non mi sento di designarlo con l’avverbio molto per la grande plasticità della scrittura che trasporta verso l’avanti ed oltre la fine del libro, nel futuro e verso l’ignoto. (Ah, e credo di doverlo dire...questo commento contiene spoiler!)
Vorrei cominciare con il dire che il narratore, Kundera stesso, è un personaggio che si trova nel libro ed a volte ricopre un ruolo fondamentale negli eventi del racconto, rendendosi causa, con le sue azioni e le proprie motivazioni, di ciò che avviene ai personaggi. Rompe quell’illusione letteraria del narratore a noi contemporaneo ed oggettivo, facendo parte di un tempo di azione dei personaggi che non è il nostro. L’autore è con loro, è uno di loro. E noi, che siamo come lui, che cosa siamo? Tutto il racconto e tutto il mondo che vi ha luogo è parte della sua soggettività che è cosa tanto vera da costituire il reale. Il professor Avenarius, un personaggio tanto tenero da farmi venire voglia di abbracciarlo, ascolta il racconto di Kundera e ne fa parte a sua volta, incontra i personaggi e li conosce di persona in luoghi dove potremmo passeggiare noi stessi, Kundera, io e te. Ogni piano, quello del racconto e quello della realtà finta sono collegati dalla casualità e dalla contemporaneità.
Il caso che determina gli incontri e gli eventi dei personaggi viene fatto risalire al caso quotidiano di Kundera, che ha la reale conseguenza di mettere in moto la sua immaginazione. Il caso è l’immaginazione che è la realtà. Non siamo altro che noi con la nostra miglior capacità creatrice, di idee, di relazioni, di immaginare le menti degli altri, dei morti, dei personaggi, dei conoscenti. L’Immortalità, sotto questo punto di vista, è la generazione spontanea dell’invenzione, che determina anche la supremazia della biografia sulla letteratura prodotta dagli stessi autori Goethe ed Hemingway che si personificano in alcuni capitoli del racconto. Goethe non risulta morto, coerentemente alla trama del romanzo, perché continuiamo ad immaginare lui e ad imparare dall’immagine che rinnoviamo. La dimensione storica in progressione è costituita dalla capacità immaginativa, ma qui entra in scena il paradosso: l’immaginazione necessariamente lascia da parte la coerenza e si rischia infine di imparare a spese di Goethe e di stravolgere ciò che lui aveva vissuto nel suo presente. Così il mondo si popola di asini integrali e di simpatici alleati dei propri becchini.
Per quel che riguarda la trama del libro, questa ripercorre la storia del gesto, del saluto fatto con il braccio e con la mano dall’anziana signora, dalla segretaria del padre, da Agnes e da Laura. La storia non ha un lieto fine: interpretato da Laura e misinterpretato da Paul il gesto finisce per morire per mano di coloro che non lo avevano compreso e chissà quando mai tornerà a vivere. Vedo in quel gesto l’amore morente, essendo vissuto ormai come personificazione completa e svuotato del suo assoluto, divenendo così inspiegabile ed incomprensibile (l’amore non può essere spiegato con le persone, l’amore c’è, esiste anche in assenza delle persone: l’amore esiste oltre i confini dell’amore). Paul e Laura, uccidendo Agnes, hanno ucciso l’amore. Nel romanzo si incontrano ancora molti altri gesti che si ripetono e caratterizzano i personaggi e le idee di cui si costituiscono ambasciatori: il gesto di Brigitte, osservato da Agnes all’inizio del romanzo, nello spogliatoio della piscina, interpretato dalla ragazza simile ad un angelo: Brigitte e l’angelo parlano concitatamente alzando le spalle e le sopracciglia contemporaneamente, in un movimento che io immagino simile a quello del coperchio sulla pentola che trabocca. È il gesto di coloro che sentono di star difendendo il diritto umano, secondo la concezione illustrata da Kundera. 
Non si tratta di un vero e proprio gesto, ma possiede i personaggi come interpreti con la sua stessa modalità: il rossore indotto dal pudore, che caratterizza i due punti di maggior erotismo di tutto il romanzo.
I gesti sono tanto importanti che l’eroina del romanzo, Agnes, nasce come la Venere rinascimentale dal più dolce ed affascinante di questi: il gesto del saluto con la mano che ha il potere di gettare un velo dorato ed irresistibile sulla realtà che si trova attorno. Kundera descrive la sensazione che prova quando Agnes viene alla luce da quel gesto, che lui ha osservato interpretato dalla signora sessantenne a bordo piscina: la nostalgia. Kundera ha nostalgia di Agnes, Agnes nasce dalla nostalgia. Questa sensazione che incontriamo al primo capitolo mi richiama con grande forza un’affermazione di Paul che si trova nell’ultimo capitolo del libro: la donna è il futuro dell’uomo. Agnes è la donna integrale, vera, che sente il suo corpo come un corpo di donna e non come un vestito.
Dunque io direi che Agnes è il futuro dell’uomo, che la nostalgia di Agnes è il futuro dell’uomo.
E questo è dimostrato dalla realtà, visto che Kundera ha nostalgia di Agnes.
Il futuro è la nostalgia di Agnes (e della donna) perché Agnes è morta, la donna è morta, uccisa e sostituita dal suo simulacro, Laura.
Paul ha dimenticato Agnes, non spende una sola parola per lei e preferisce la sua nuova moglie alla vecchia, tuttavia è ancora possibile che Agnes, la donna e l’amore, rinascano, se la nostalgia crea una sensazione evocativa nell’uomo. Ed ecco che infatti, all’inizio del romanzo (e non alla fine! E questo è molto importante perché l’inizio non è soltanto l’inizio del romanzo, è un inizio assoluto, è l’inizio dell’immaginazione), Kundera ha nostalgia della donna e dell’amore ed ecco che Agnes nasce, percorre la strada, ha pensieri, si avvia verso il suo futuro. Purtroppo la storia è circolare, perché una volta nata Agnes è destinata ad andare incontro alla morte e piombare di nuovo nella dimenticanza, fino a che Kundera o chi per esso non si distrarrà dal suo simulacro e la farà risorgere come l’araba fenice.
Agnes è la fautrice di notevoli pensieri e ragionamenti per tutto il romanzo, tuttavia io ho trovato una sottile connessione a prima vista non eclatante, tra lei ed un personaggio che sembra avere molto più a che fare ad altri che si riferiscono al tema dell’immortalità.
Goethe stesso, Hemingway e Paul sostengono con decisione che i biografi hanno preso il sopravvento sulla letteratura prodotta consapevolmente dallo stesso autore.
L’unico passo in cui questa verità apparentemente inconfutabile viene contrastata è quello in cui Agnes ricorda la poesia in lingua tedesca che il padre le aveva insegnato e sulle parole della quale solevano marciare durante le passeggiate in montagna: la poesia è riportata integralmente e l’autore, Goethe, non viene nemmeno nominato!
In questa forma, la poesia acquisisce grande importanza per Agnes ed il padre e lo spirito del Goethe reale viene perfettamente rispettato.
In questo passo, l’immortalità di Goethe non è illusoria, ma è reale. Da qui si desume che nel libro è nascosta non tanto una teoria sull’immortalità, ma una disputa tra l’immortalità silenziosa di chi apparentemente sparisce, come Agnes e suo padre, ma può risorgere evocato dalla nostalgia generata da un gesto o da una poesia, e l’immortalità apparente dei biografi che rianimano continuamente le carcasse di Hemingway e Goethe per violentarli.
Un’altra cosa che mi ha colpito è l’assoluta predominanza in questo romanzo dell’erotismo sull’amore: l’amore viene definito una volta soltanto, nell’episodio di Goethe e Bettina, ed è identificato con la figura del figlio. La paternità (o la maternità) può essere teoricamente rifiutata ma viene involontariamente provocata nel momento in cui si vive un amore vero. L’amore inoltre viene beffardamente fatto galleggiare sulle ardenti immagini rispecchiate dagli eroi della letteratura europea, che sono incapaci di conciliare l’amore vero con il sesso, relegando il primo ad un’esperienza extracoitale (e sterile, separata dalla generazione del frutto naturale, il figlio). Da questo paletto culturale, la triste fine come grassa morsicatrice della possente moglie di Goethe, Christiane, che se Bettina non ha potuto scacciare dal suo letto e dal suo tetto lo ha potuto fare, nella dimensione dell’immortalità, la tendenza degli scrittori verso l’erotismo puro.
Collateralmente a questo argomento si svolge anche la storia tra Agnes e Rubens: lei non pensa a lui neppure per un attimo, durante tutto il romanzo. Lo nomina di sfuggita una volta come un volto anonimo, per il semplice motivo che nel momento rievocato dalla sua memoria si trovava con lei. Ma a quel punto del romanzo noi non sappiamo chi sia Rubens e non immaginiamo nemmeno che gli sarà dedicato il lungo, penultimo capitolo, e dunque passiamo sopra a questa fotografia con la stessa noncuranza con cui vi passa Agnes, presa da ben altre riflessioni. Anche nel momento della morte, Agnes non lo rievoca neppure per un istante. Rubens è il vero mortale e ne diventa consapevole sul finale del capitolo in cui prende la parola.
Questo libro parla di morte e rinascita, che duettando cantano l’essenza dell’immortalità. La morte dell’amore ed il momentaneo sopravvento del simulacro detengono già in sé la rinascita dell’amore stesso (che non avverrà alla fine, ma all’inizio, un inizio che sta sempre all’inizio anche se in realtà è la fine), perché l’amore esiste, come i gesti, al di là dei confini dell’amore che può essere vissuto nel momento corrente. In quanto a Goethe, riposa anch’esso, ruht er auch, immortale, nei propri versi inimitabili che vengono rievocati da una figlia, per amore del padre, senza che nemmeno lei si ricordi chi li ha scritti. 

martedì 28 febbraio 2012

La Tempesta, scena I


Cosa fa continuare il mondo? Chi porta costoro alla riproduzione? Ben chiara è per costoro la tecnica ed il modo. Gli alberi silenziosi lo fanno, generano boschi. Noi cosa generiamo? Noi? Braccia disgiunte e occhi sfrenati, bazzecole. Che noia i social network. Alito e voce mentre si bacia, questo mi piace. Ora non sono felice, non tranquillo. In questo posto non ho pace. Questo posto è molto grande, contiene la città, il paese, la vita. Puttana. Vivo l’esilio con sterilità. Desidero molto tornare in quel posto, ma mi accorgo che non si tratta di desiderio. Ho confuso desiderio e memoria. Non posso desiderare un luogo con le sue regole ed i suoi lillà se mai è esistito. Credo di ricordare quando vivevo, desideravo quel luogo e compiere azioni con il lucido intento. Leggere, sfogliare, parlare, cacare. Dopotutto l’antico esiglio si è manifestato, non fu posto come verdetto. Nessuno disse, non uno fece. La terra sterile, vi s’infrange la pioggia, ha mostrato i suoi non-germogli io ne ho percepito la menomazione. In quell’inizio il velo dei salotti e dell’immobile notte hanno annaffiato il mio sguardo.
Ma credetemi, credetemi, io ben so che non è qualità mia, questa.
Vivo su di un terreno che la carestia riarse e spogliò, mi avvento sull’asino con gli altri contradaioli, ma io sono Fausto, io sono prospero.
Ho cinquant’anni.
I miei pensieri sono semplici. Anzi no, sono difficili.
Ho una figlia. Lei sono i piccoli fiori su un albero al freddo. Io amo chiamarla Pulcheria quando mi chiede se è grassa. Lei a volte si comporta come se indossasse una catena. È difficile scrivere una storia, così.
Ora sono nel mattino seduto alla luce, dietro ad un tavolo di plastica. Il locale è uno di quelli aperti alla sera, adesso è chiuso. Tutte le sedie disposte a schiera, riordinate, le plastiche nei bidoni, i bisogni notturni addormentati. Io sono uscito al mattino per respirare un po’ d’aria, sono le sette e sono seduto qui. La struttura di questa mattina è molto semplice, è per questo che ho voluto cominciare da qua. Non c’è molto da dire, sono uscito, presto, tutto è pronto nel mio ufficio perché melodie affrante si intonino da sole, rotolando sui muri in dimensioni altre, verticali.
Io sono uscito, ho camminato fino a questa via desolata e mi sono seduto. Fumo una sigaretta dopo colazione, al fresco. Il vento è gentile, gli elementi semplici non sono toccati dal traboccare umano. Eppure dall’intonaco delle case sento colare la fatica di chi si alza, assonnato. Io sono ho sonno, ho dormito abbastanza. È difficile, davvero difficile decidere che ci sia qualcosa da dire, da raccontare. È questione di volontà? Quella non manca, perché dubitare. Ma cos’è questo? Un racconto, un pensiero? Sono un personaggio, o cosa? Chi mi ha creato non lo sa. Il mio dio non sa di quale sostanza io sia fatto.
No, davvero, fatemi una linguaccia, passate e fatemi una linguaccia. Io sono qui che attendo e non so ancora per quanto. Ed anche la fiducia forse l’ho confusa, forse in realtà questa mentre aspetto è memoria. Mi sollazzo con la tecnica mentre aspetto, correggo un pensiero con un altro e mi sembra d’esser bravo. Ma davvero non c’è nulla di reale in quest’isola che voglia disturbarmi?
Com’è il mondo ora? E’ come un sasso. È una cosa come quelle cose che noi umani creiamo. Cose che non muoiono, finiscono nelle discariche quando non vengono più utilizzate. Di questo mi vergogno, ne partecipo e non sono felice, malgrado abbia tutti i motivi per esserlo.
Sono un medico, uno psichiatra. Porto la barba e sono alto. Mia moglie è morta, questo mi dà dolore. Non ho trovato mai un’altra donna con cui avrei voluto vivere. Vivo con mia figlia, ora, per quanto la ami vorrei che se ne andasse. Ha un’età nella quale vorrei vederla ribollire di attività. In merito a lei la mia fantasia si fa più prolifica, sofisticata. I pensieri acquistano struttura, soggetto, predicato, carne. Vorrei che i frutti dei suoi sforzi non fossero così legati al sopravvento della ragione sul giudizio, mi piacerebbe che un plauso terreno e presente proiettasse la sua luce sul suo futuro e le desse forza. La mia Pulcheria è un poco debole ma non me ne vergogno. Dei suoi metodi di contenimento ne sono rimasti pochi, fuma, si mangia le unghie, un poco si nasconde dietro abiti dai colori spenti. Ma la sento parlare ed è spinta, è lodevole, è coraggiosa. È debole ma è coraggiosa. Vedete, mi basta nominarla per partire in quinta ed acquisire un linguaggio poetico.
Poesia. La utilizzo con i miei pazienti.
Sperimentiamo il transfert, spesso. Me lo prendo, con decisione. Voglio proteggerli dai farmaci, dalle droghe, dalla dipendenza. Sono una spugna d’acqua, per loro, fatto della stessa materia nella quale annegano, ma la assorbo. Li abituo a fidarsi di me, dunque di loro, del mondo. Li invito a parlarmi in versi, li inizio al metro e alla figure retoriche, quando son pronti. Il linguaggio poetico è più vicino a tutto ciò che di immaginifico ed allusivo esiste nell’essere umano. È più facile parlare, per loro, se si fanno convincere. Non è più facile per me, ogni volta è una nuova sfida. Faccio questo, nella mia vita.
Ascolto la radio, la notte, mentre le fate zanzare vibrano fuori dal finestrino dell’automobile. Ascolto le voci metafisiche, mi perdo dietro alle sfingi disegnate dalle trattazioni, ripeto senza emettere suono le preghiere degli emettitori. Principalmente ascolto le loro parole e poi la musica che hanno inteso descrivere. Mi segno su un taccuino gli autori che mi colpiscono. Li chiamo, nella mia mente, “costellazioni”. Come le sindromi che costituiscono chiaramente degli enti indipendenti ma che non possono essere puntualmente descritte sotto certi aspetti ritenuti fondamentali per la classificazione. Quale, il motivo? La nostra ignoranza, scarsa conoscenza. Stessa cosa vale per i jazzisti, i cantanti, gli sperimentatori che come fantasmi si aggirano attorno alle sindromi elettrocliniche. Amo l’astronomia. Mia madre era tutto, era astronoma. Conosceva il cielo e me lo descriveva, con le parole con cui si descrive ciò che non si può vedere. Dove viviamo non ci sono grattacieli e palazzi imperterriti che nascondono le sommità ai passanti, ma molta luce, negli ultimi anni di carattere arancione, ed oscura le notti. Di giorno il cielo azzurro o grigio, di notte la bruma.
Quando mi annoio controllo la mail. Non ho uno smart-phone, non mi interessa. Ho un piccolo cellulare molto anonimo, ci telefono a mia figlia, mi chiamano alcuni pazienti ed amici. Basta. A mio padre ne sarebbe piaciuto uno. Era uno tecnica e cuore. Era convinto che i suoi figli avrebbero fatto molti soldi. Avrebbe voluto che io ne avessi uno, forse ne avrebbe voluto uno per sé, con pudore, un misto di indipendenza ed incapacità. Lui ha sempre lavorato molto per i soldi. Tornava a casa la sera tardi ma poi la ristrutturava, ne comprava un'altra. Un balletto così, molto stimolante, lo riempiva di parole. I miei genitori erano molti diversi da come sono io. Il lavoro è sempre stato carico di un significato morale in questo paese, non so negli altri, una sacra cosa da cui sgorga vita, onore, il carattere. Mia madre era una non-lavoratrice, si occupava di noi, lavava le cose una, due, tre volte, con tanti detersivi. Era un'arte che forse non amava, ma chi glielo ha chiesto?
Così, di mattina, nell'inizio del giorno, mi vengono i genitori. Coglioni, da universi-lavativo avrei voluto grattarmeli via, ma sono due alberi dai frutti misteriosi che non sanno distinguere un turco da un cinese. Sarebbe stato interessante, se solo mi fossi soffermato su di loro prima che si estinguessero. La loro era una normalità veloce, il lavoro, la casa, la macchina, i figli, la vecchiaia, ma dopotutto la Costituzione è un vestito pensato per loro, per il bene ed il meglio di gente come loro. Ed io ne sono stato il figlio e non ci ho capito nulla, sono arrivato con tenerezza nel momento dell'Alzheimer e del tumore alla vescica e li ho visti scendere nella tomba con gli artigli su quella cazzo di costituzione. Eccola la gioventù referendaria, la festeggiatrice di piazza, la scappante dalle botte, la biciclettante e la camminante delle lunghe distanze. La semplicità della loro lingua mi ingannò, a quel tempo. I miei compagni parlavano una lingua forbita e la loro grammatica mi sembrò povera, priva di ginnastica. Credevo davvero che avessero barattato la cultura e la storia per un piatto di lenticchie. Come poteva essere altrimenti? Nnò, avano, evo, eva. È tutto passato veloce come il vento, come la panciuta bufera che, aaahhh, sta tirando un sospiro di sollievo da vent'anni.
Mia madre Anna e mio padre Salvatore, uno accanto all'altro, lei bassa, rotondotta e incappottata, lui alto, largo quanto le proprie spalle e un'ombra scura con il berretto. Sorridevano molto, ridevano delle loro battute. Lei leggeva parecchio, romanzi, saggi, riviste. Ogni argomento le interessava e veniva praticato nella realtà quotidiana. Ricette, giardini, erbe selvatiche, osservazione di animali, osservazione di sentimenti umani e televisivi. Lui andava al lavoro e guidava tanto, anche la domenica per portarla a spasso. Mangiava tanto,ma non beveva. Suo padre beveva. E comunque se beveva lo faceva per un motivo diverso da mio e dal suo. Ogni generazione ha un suo significato nell'alcool. Come tranquillamente lasciavano intuire possedevano profonda mortalità e furono morti per tutti gli anni ed anni a venire dalla loro morte.
Io, loro figlio, questa mattina sono qui seduto al sole, le dita intrecciate, appoggiato ad un tavolo di plastica fuori da un locale. E' chiuso, è tutto chiuso qua intorno. Fra non molto andrò a lavorare e qui mi piace aspettare.
Quello era il senso di moralità dei miei genitori. Fare quello che si può per fare quello che si deve, e tutto ciò è tanto e ne abbiamo in abbondanza. Sono quelli del molto, del parecchio. La mia morale, più o meno, è stata questa: fare quello che mi piace, basarmi su un'idea e su quello che ho ereditato, costruirci una vita confrontandosi con quello che ci si può fare, con quella cosa che mi piace, prendere le conseguenze. Sono quello dell'abbastanza.
Ma vedete, non si tratta di vere quantità. E' probabile che io abbia reso realtà fantasie che i miei genitori nemmeno sognavano. Persiste tuttavia la percezione che ne determina il significato e si può dire che non sia vero, da questo punto di vista. Avevano maggiormente.
Per quel che riguarda la mia esperienza, se le prospettive di possedere erano esigue pur ottenendo di terreno molto, la complicazione era maggiore. E dunque la motivazione grande. Il senso di invenzione per anni ci ha contagiato e ci ha fatto sentire buoni. Perché no, alla televisione ci mostravano musi brutti e lunghi di guerre e battaglie politiche, somiglianti al ritratto del nonno appeso in cucina, come non sentirsi migliori, eletti? Ci erano dati così tanti sconosciuti strumenti per fare , uscire, conoscere, prendere. La laurea, la donna, la casa, le case, i viaggi, la vita. Tutta un'identità da costruire e tutto tanto tempo per farlo. Chi crollò, in quegli anni? Nessuno, nessuno. Qualcuno certo si fulminò o rimase ferito, per umane ragioni, ma non ci fu crollo alcuno. Ognuno fece ciò che credeva, si basò su un'idea, un'eredità, si confrontò con le conseguenze delle proprie scelte e si sentì un buono.
Non è forse questo che abbiamo fatto, lanzichenecchi ringalluzziti, in quegli anni dei soldi giusti?
Anche chi ne aveva pochi li aveva contati e bastavano per far qualcosa. Chi veniva da genitori che risparmiavano su scarpe e vestiti, si votava all'economica idea d'autonomia e lavorava duro. Alcuni hanno ottenuto una fata distorta rispetto a quel che credevano, ma nella loro mente lo scheletro dell'ideale buono anti-comunista/anti-fascista era riconoscibile e rassicurante.
In questa mattina prima del lavoro, a cinquantadue anni, mi sto rivedendo la vita.
Alcuni mi accusano di essere sarcastico e salottiero. Borghese, mi chiamano, raccomandato. Questo perché ho la facoltà di saper parlare e sapermi ben presentare. A chi poi. La diceria della mia oziosità si fa presente ovunque. I miei amici sono soliti invidiarmi con crudeltà. Non rinunciano a me, perché sono bravo e li aiuto. Ma io non li chiamo, ho smesso anni fa. Mi fanno star male, con i loro se, i loro ma, i loro parenti ed amici, i loro definiti ideali, fastidiosi madrigali. Mi fanno sentire insignificante, non importante. Hanno bei figli, promettenti germogli dorati, cani sanbernardi che si chiamano Whisky o Beethoven. Loro sono quelli come me, che volevano grattarsi via i genitori di dosso. Sono i migliori, i ribelli, quelli con la vespa. I bailanti e gli universitari, quelli del compromesso, del “mi basta”.
Sì, ecco il peccato che ci ha reso un po' meno buoni, un po' più simili ai bisnonni piuttosto che ai nostri poveri genitori: il compromesso. Ciceroni moderni abbiamo abbracciato con disinvoltura i movimenti politici, i sindacati, la globalizzazione, le associazioni apolitiche, le lobby multinazionali, i movimenti noglobal. Oh oh oh quanta merda. Così di prima mattina. E' che penso alla mia bella imperatrice stanca a 22 anni, a quella mia piccola. La sua tragedia è metafisica. La sua identità tesa difende i suoi confini verso le squadre del nichilismo. Lei è una principessa dalle più alte virtù cristiane, tutte, incarnate, è una sorpresa ed uno stupore continuo. Lei è la reazione. La reazione a noi. È meravigliosa e nobile. Questa gioventù. Aiuto, aiuto. Ho tanta paura a lasciarle il mio regno in eredità, così sterile e disfatto. Ahi, ahi per il giovane che spezzato deve giungere a sanare gli anziani. Viviamo dell'illusione di questi giovani, della loro ingenuità. Che sani la terra, gonfi nuvole, faccia pioggia.  

Roberto Kunsterle, "Mutazione silente 14"


giovedì 4 febbraio 2010

Stralci dal racconto "L'anonima Guerra"

Lasciamo stare tutto quello che in questo periodo mi dà da pensare, e che è simile a tutto quello che chiunque vive nella sua quotidianeità. Passiamo a qualcosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo sommerso. Qualcosa che non mi permette di addormentarmi la sera, nel mio letto, che attraversa come un fiume il mio subconscio mentre faccio altre cose e mi fa distrarre, qualcosa che scorre e finalmente tace all'interno della mia testa quando finalmente mi metto lì, e scrivo.
Parliamo di storie.

E' da poco passato il 27 gennaio, Giorno della Memoria. E' una data che sento attaccata con ago e filo al mio sentire, forse perchè sono una persona particolarmente sensibile, forse perchè sono un po' giudea nell'indole.
A parte ogni beffa, credo fermamente nell'importanza della memoria di fatti orribili accaduti durante la storia dell'umanità e per mano dell'umanità stessa, appunto perchè trovo che nella rivalsa a cui noi tutti aspiriamo (sì, proprio quella, quella rosa, lucente ed utopica. Quel sogno di cui hanno parlato e per cui hanno lottato in tanti) una buona parte la giochi la storia che ci portiamo dietro.

Questo Argomento mi porta a parlare di una storia a cui sono incredibilmente affezionata. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scriverla, probabilmente all'età di 15-16 anni. Conservo ancora la sua prima stesura (completa! Una delle poche storie che ho portato a termine!) su un quaderno blu dal bordo marrone chiaro, scritta a mano in quella mia calligrafia abbastanza cicciottella. Iniziai a scriverla proprio in occasione di un giorno della Memoria, essendo rimasta molto impressionata da un documentario che raccontava delle atrocità subite dai polacchi (ebrei e non) per mano dei nazisti. Per questo scelsi di dargli un'ambientazione storica, a partire dal settembre 1939, data dell'invasione tedesca in Polonia.
A quell'epoca, l'ambientazione storica mi creava non pochi problemi: per avere una conclusione, l'arco temporale in cui la storia doveva svolgersi doveva essere di parecchi anni, ed io non avevo un'idea esatta di cosa fosse avvenuto durante tutta la guerra in Polonia (a quell'epoca Wikipedia non era ancora di grido e Google per me era un po' una fantascenza da usare solo se in estremo bisogno).
In più, essendo bombardata da professoresse femministe e da suffragette di Amnesty Internetional, che trovavano in me una ragazzina decisa a riempire i loro auditori e cineforum di provincia, mi convinsi che dovevo fare di più, per la memoria. Scrivere una storia ambientata in un paese geografico senza nomi e senza nazioni, rimanendo del tutto nel generale. Quando impossibile, usare degli asterischi per nascondere al lettore qualsiasi riferimento. Anche i nomi dovevano diventare di fantasia. Così, Djula divenne "Amen" (ancora rabbrividisco al ricordo) Piotr si trasformò in "Oak", il nome della protagonista uno inventato di sana pianta, "Bena".
Volevo raccontare una guerra che le raccontasse tutte, per mostrare che tutte le guerre sono uguali, insulse, procurano la stessa identica sofferenza, che si svolgano in Polonia, in Italia, in Medio Oriente o in Ruanda.
Da qui, venne anche il titolo del racconto, "L'Anonima Guerra".

Ora, raccontata così, sembra che io abbia imbastito tutto questo scheletro, prima che inventassi la trama o i personaggi. In realtà, la trama mi venne tutta insieme, come anche i personaggi principali.
Si dipinse per me una casupola in un paesello nella campagna polacca, in cui un padre di famiglia da tutti considerato un po' matto ha comprato con i suoi risparmi una radio, e trae da essa notizie dal mondo esterno. Questo, e le sue idee un po' pazze, che lo portano per esempio a considerare i vicini ebrei come amici, lo hanno dotato di un notevole carisma, e molte persone si recano in casa sua, la sera, per ascoltare la radio insieme a lui. Tra di loro, non può mai mancare sua figlia, Bena, una ragazzina di nemmeno 16 anni, ma che si attira subito gli occhi addosso, visto che invece che ascoltare, come fanno tutti, non fa che fissare un giovane, che lei nel suo pensiero definisce il so fidanzato. E' in una di queste sere che la radio non capta nessun segnale. Silenzio da una parte, e un manipolo di contadini turbati dall'altra. Il giorno successivo, arrivano i tedeschi.


Questa fu la scena svoltasi nel Settembre del 1939 che mi si dipinse in mente, e io sapevo già cosa rendeva speciale tutti i personaggi presenti. Piotr, il carismatico padrone della radio, colui che girava la manopola commentava per primo le notizie. Un contadino che porta gli occhiali, che sa leggere, ha idee proprie, mentalità aperta. Un uomo cocciuto, fatto a rovescio, che non vede differenze tra le persone, di cui tutti sospettano la follia ma che chiunque rispetta.
Sua figlia, Bena, una sognatrice romantica, testarda come il padre. Anche lui, ci sta stretta nei panni della contadina. Ama senza vergogna un giovane ebreo (che si è chiamato Djula, poi Amen, adesso si chiama Dawid) e che è colei che deve fare i conti con la madre quando sia lei che il padre la mettono in imbarazzo.

I miei personaggi e la loro storia sono nati in Polonia, poi sono cresciuti in un paese non identificato, e quando la storia è finita, alcuni anni dopo, si sono ritrovati in Polonia. Attualmente, sto riscrivendo l'intera storia (la trama rimane più o meno la stessa) e l'ambientazione è tornata quella originaria. Credo che l'idea della guerra anonima fosse buona, ma rendeva il racconto molto scollegato, quasi i vari episodi fossero stati ripescati da vari luoghi comuni su quello che accade nelle zone martoriate dalla guerra e fossero stati mescolati, per riemergere in ordine sparso. Come se i miei personaggi corressero su un percorso ad ostacoli dal quale saltavano fuori dei bersagli casuali, e loro dovessero soltanto cercare di non scontrarvisi.

Visto che non ho intenzione di svelare la trama del racconto, cercherò di parlare di queste figure che vi si muovono, e perdonatemi se mi dilungherò o capirete poco o nulla di loro. Il fatto è che li amo molto.

Bena
La protagonista. All'inizio della storia, ha quasi sedici anni ed è molto angustiata con il mondo perchè non è lei la figlia maggiore, e quindi non può sposarsi. E' innamorata di un giovane ebreo, Dawid, che la riama e le ha promesso che se ne andranno insieme, dove nessuno li conosce, quando avrà racimolato un po' di soldi. Quando il sipario si alza su di lei, Bena non fa altro che pensare a Dawid, o almeno si sforza di fare così.
Spesse volte mi sono chiesta come potesse essere che Dawid amasse Bena. E' vero, è bella, ma la bellezza è una caratteristica più o meno ubiquitaria. In realtà lei è quasi una bambina, vive in un mondo fiabesco, che non si spezza anche quando gli eventi cominciano a precipitare. Allo stesso tempo, possiede un'energia fuori dal comune, che le permette di vivere in molti posti contemporaneamente: nel futuro ancora incerto con il suo innamorato, nel presente nel quale deve lavorare nei campi ed occuparsi di fratelli minori e casa, nell'onnipresente dimensione nella quale può pensare autonomamente e lasciarsi andare alla propria logica, ereditata dal padre, e dipingere il mondo secondo le proprie impressioni e la propria intelligenza.
Difetti: tende chiaramente alla fissazione e all'estraneamento. C'è qualcosa di un po' autistico nella perseveranza che questa ragazza ha di sè stessa. Per anni in cui non incontra Dawid, riesce a rimanere convinta di essere innamorata di lui, allo stesso tempo riesce a trovare un'altra ancora umana alla realtà (vedremo poi chi) sviluppando per essa una vera e propria dipendenza. nei momenti di pericolo difficilmente la raggiunge il panico o la disperazione. In quei momenti, i pensieri futili, i ricordi o semplicemente la determinazione la spingono. Forse è proprio per questo suo carattere che mi è tanto difficile mostrare le cose attraverso il suo punto di vista.

Alcune cose carine che ho scovato sul suo nome vero, Kamila (in questa versione del racconto, Bena è il soprannome con cui tutti la chiamano):
  • Una tipo di farfalla si chiama così.


  • Camilla significa "Ministro di Dio, Sacerdote/Sacerdotessa, Colui/Colei che partecipa alle cerimonie".
  • Camilla è un personaggio che si incontra nell'Eneide di Virgilio: alleata di Turno, guida il suo popolo di vergini guerriere in stile amazzoni; quando rimane uccisa, la sua morte è vendicata dalla dea Diana.
  • Camilla è uno dei più grandi asteroidi della Fascia Principale, orbitante attorno al Sole.
  • Esiste un film intitolato: "Camilla - Un amore proibito"
  • Esiste un fiore con questo nome, Iris Camillae.
Assicuro che sono tutte cose molto appropriate :)

lunedì 4 gennaio 2010

The Hours - Le ore


"Guardare la vita in faccia, sempre, guardare la vita in faccia, e conoscerla, per quello che è. Al fine di conoscerla, amarla, per quello che è. E poi metterla da parte.
Per sempre gli anni che abbiamo trascorso, per sempre gli anni.
Per sempre l'amore, per sempre.
Le ore."
Come a dirsi...chi si perde l'ultima frase del film è perduto.
(Il mio personaggio preferito del film? Leonard...)