domenica 11 settembre 2011
Pubblicato da
Unknown
alle
12:32
Etichette:
11 settembre,
lutto,
memoria,
torri gemelle,
USA
0
commenti
"Polvere,
poussière, pluhur, غبار, pöly, hokori, dhūla, skóni, støv, poeira, pyl’, prašina,
praina, polvo, fùn laxxng, Staub, toz, por, dust."
Un semplice eppure molteplice significato, molte sfaccettature fonetiche. Non è strano che ci si stupisca della similitudine tra alcune parole nelle diverse lingue (in fondo, le lingue sono fatte per parlare tra di noi), ed invece passi inosservato quando alcune riflettano un certo grado di incomunicabilità.
Oggi alla televisione hanno passato in rassegna le drammatiche immagini dell'attentato e del crollo delle torri gemelle di New York, avvenuti l'undici settembre di dieci anni fa, ed il frammento che più degli altri mi ha toccato è stato quello che ritraeva quell'onda di polvere, densa e grigia, che ha invaso le strade in una corsa tremenda, rendendo cieca e satura l'intera isola di Manhattan. Le persone fuggivano piangendo da quella nuvola ardente, qualcuno continuava a guardarsi le spalle, incredulo, mentre le torri sparivano sotto quella coltre, altri si fermavano e si accucciavano a terra, in attesa di venir sepolti. Ho visto una donna di colore, che tappandosi la bocca con un fazzoletto di carta correva, inseguita dal denso grigio, le grandi guance increspate in un'espressione di terrore e disperazione. Indosso aveva una camicetta rosa acceso, un paio di jeans carini ed attillati. Mentre andava, ondeggiando come una signora in ritardo che deve fare i conti con i suoi tacchi, propendeva una mano lateralmente, le dita erano mollemente raccolte a pugno, come se fino a pochi secondi prima avesse stretto in quella una borsetta. Eccola, l'America, eccoci tutti noi, che ci commuoviamo a rivedere quelle immagini che allora sul momento non sapemmo interpretare, che corriamo inseguiti dal crollo dei nostri uffici, dall'uragano che inghiotte la terra, dall'eruzione del Vesuvio, ignoranti, ignoranti e vestiti con le camice del buon'umore, comprate con l'inconsapevolezza di classi medie e ricche.
Dove siamo, dove viviamo? In mille città diverse, nelle quali si parla una babele di lingue, viviamo facendo i conti con migliaia di valute ed esprimiamo desideri conformi alla nostra condizione economica e sociale. Ed eccola lì, la polvere, l'immensa nube che ci inghiotte e non ci uccide, che ci ricopre facendo apparire tutte le nostre camice, le nostre scarpe e la nostra pelle del medesimo colore.
Da quel giorno, il nostro mondo è stato invaso da una nebbia fitta, che io credo si sia solo in parte diradata. In questo lasso di tempo di dieci anni, abbiamo imparato a vedere con gli occhi impastati di polvere, abbiamo capito come riconoscere le ombre che si aggirano quando non si vede bene, siamo riusciti a scovare il senso che va oltre quei vestiti imbiancati dalle macerie della tragedia?
Ebbene continuiamo a piangere ed ad innamorarci del nostro dolore, ma per favore non fermiamoci qua. Ricostruiamo e se a New York vogliamo lasciare un cimitero, in memoriam, rechiamoci altrove e costruiamo. Non croci, non lapidi. Se è vero che la morte è il male, comportiamoci altrimenti. Sarebbe forse l'evoluzione più giusta e naturale per una vecchio e martoriato popolo come quello occidentale.
Onore e ricordo dei nostri morti.
domenica 4 settembre 2011
Ho voglia di camminare in un bosco con il fumo delle favole,
scambiare le zanzare per fate grigie, percepire il prepotente rumore delle scarpe
che calpestano il fango.
Voglio tornare ai lidi del pensiero semplice, dove l’acqua
del porto profuma di borotalco e shampoo Johnson&Johnson, tutti sorridono e
ti aiutano con pazienza ad ogni passo.
Voglio tornare bambina, per una sera, sarebbe a dire per un
momento (così poco durano queste sere che precedono gli esami), snidare la
paura che la maturità ha cancellato (forse) e tremare all’avvicinarsi delle
undici di giorno feriale, quando i miei genitori sarebbero andati a letto e
nella casa sarebbe calato il silenzio.
Voglio tornare piccola tonda e rossiccia, sporca di
pennarello e luccicante di bava, ebbra di tutti quei pensieri che anziché
accumularsi in serie demoniache si sarebbero dissolti per un incantesimo della
memoria a breve termine.
Vorrei tornare a pensare come quando ero bambina, per un
attimo, come quando tu mi piacevi, nonno.
Ora tu sei morto, hanno messo in una scatola quella bambola
brutta e bassa (non si tratta di un uomo, nessuno che ti vedesse lo potrebbe
sinceramente pensare) ed io cerco di ricordare cosa di me a quel tempo
risvegliava il tuo interesse e cosa di te teneva vivo il mio.
Venivo a trovarti nella vostra casa in campagna, ero
piccola, mio fratello non era ancora nato o non era che un neonato o un nano
malefico.
La vostra casa era il luogo dello spazio: quello vero,
materiale, del grande. Correvo e mi sembrava di arrivare lontano quando mi
lasciavo cadere sulla rete di separazione tra i campi che si piegava sotto il
mio peso, un pochino.
Era il luogo del tempo, quello d’estate eterno e caldo,
pieno di zanzare e rumore di cicale, delle lunghe giornate grigie, invernali,
passate a guardare tutto ciò che la pioggia bagnava fuori della finestra,
seduta a gambe incrociate sopra l’acquaio, dove mi posizionava la nonna dopo
avermi preso in braccio per farmi vedere i puffi che teneva in alto, su una
mensola.
Era il luogo dei compleanni e dei cugini. Delle zucche e
delle torte. Dei tortelli in fila su una tavola di legno infarinata. Della
sedia a dondolo nell’ingresso silenzioso, tra lo studio e il salotto buono,
delle finestre con l’inferriata del seminterrato, che s’intravedeva dietro le
rose e da cui spiavo abitanti fatati. Della capanna immaginaria tra le piante
di lato alla casa che si chiudevano sopra la mia testa, delle foglie secche del
cipresso che facevano un pavimento morbidissimo, del pendolo nella penombra che
suonava e della grande sveglia rossa che non squillava mai, per quanto
aspettassi.
Oh, nonno. Cosa è successo a tutte queste cose?
Sono ancora lì, una per una, ad esclusione dell’orto, che
una volta era lo specchio della tua precisione, adesso tra le erbacce celebrano
baccanali i piccoli scorpioni che mi facevano tanta paura.
Non le ho più viste, tutte quelle cose. Eppure, avrei
voluto. Sono una accanita collazionatrice di visioni di cose, non avrei per
niente al mondo disdegnato le tue, quelle che tu e la nonna avevate posizionato
dove vi piaceva. Invece quanto più la vita è andata avanti tanto più voi e le vostre cose sono sparite. Io le ho salvate perché ho buona memoria.
Ho continuato a giocare nel tuo giardino per molti anni,
eppure nessuno di voi mi ha più chiesto di spiegare il mio gioco, dal momento
che sono stata più alta di un metro.
Ho riflettuto a lungo su questo punto, caro nonno, cari
nonni.
Ho ipotizzato: sarà che con il tempo le memorie sono
diventate talmente tante e talmente ingombranti che non hanno lasciato spazio
alla voglia di conoscere le persone nuove, quelle appena nate o che stavano
crescendo. Ma è davvero così? Forse nonno, tu hai avuto interesse per la
bambina finché ha avuto l’aspetto di una bambina, poi non hai saputo immaginare
che la bambina fosse ancora lì vicino ma sotto l’aspetto di una adulta. Credo
che tu abbia un po’ spersonificato le persone che ti erano intorno, nonno.
Non so cosa rispondermi. Ho pensato a te e sono arrivata
qui, ma ora mi sono persa. Come una bambina piccola, sulle strade senza
macchine attorno a casa quando i cugini più grandi hanno corso più forte. Dico
che la vostra casa è uno dei luoghi dei ricordi antichi ed impossibili, quelli
che non so ricollocare storicamente. In cui si aggirano persone che un tempo mi
davano baci e che adesso non mi riconoscono per strada. Alcuni sono anziani,
alcuni sono giovani. Vedi, nonno, che alla fine questo che è successo alla
nostra storia non è stato perché eri vecchio.
Ho lumacato come un farfallone. Volevo parlare di un nonno e alla fine ho parlato di me stessa. Ciò mi lascia un po' interdetta ma...ci crediamo a noi stessi, quando diciamo che succede questo perché queste persone hanno contribuito alla nostra formazione? Oppure siamo spietati e riconosciamo di star cercando una giustificazione? Voglio crederci stasera, sono una credulona.
lunedì 13 giugno 2011
Ripensando alla mia adolescenza, credo che il conflitto con la mia femminilità sIa stato uno dei più importanti della mia vita. Più pesante dello scontro con il padre e con la madre, più rischioso del confronto con il sesso maschile, più invalidante dell'incontro con l'alcool. Non ne avevo una piena coscienza allora, eppure ho capito adesso che è stata una lotta di sofferenza sostenuta da me contro la femminilità e dalla femminilità contro di me. Ancora adesso, percepisco i limiti che la femminilità pone allo sviluppo del pensiero.
Ma lasciatemi spiegare. Non è più di moda essere femministe. Ma io di queste cose voglio davvero parlare. Non come femminista...ma come essere umano.
C'è una certa pulsione al comportarsi come oggetti in tutte le donne. Una certa tendenza alla passività, alla reificazione (dal latino res, rei = cosa della propria persona). Questo perché il corpo della donna funziona come una sorta di talismano. E' qualcosa di terribile abitare dentro ad un corpo che emana un'aura del genere e non ti risponde a seconda di cosa vuoi o non vuoi fare.
Comunque, partiamo dalla bellezza. Quella esteriore, del corpo. La bellezza delle forme, degli occhi, delle ciglia, dei capelli, dei colori, dei vestiti. La bellezza è donna. Si potrebbe quasi dire che la donna è la bellezza. Se la si guarda da lontano, senza farla parlare, la donna potrebbe sembrare quasi un abito. La donna indossa il proprio corpo nel modo migliore e ne fa il suo principale mezzo di espressione. Quante volte si ha l'impressione di non dover chiedere nulla alla donna, perché ella sembra esprimere tutto ciò che vuole con il suo abito, il suo trucco, il so sguardo. Il suo parlare, se avviene, è di circostanza, non lascia intendere niente di più significativo di quanto non dica il suo corpo, il suo abito. Da questo punto di vista, la donna vive d'esteriorità. E come donna, non lo posso negare. Perché ho vissuto un doloroso conflitto con questo: per molti anni, il mio fisico se ne è rimasto muto. Si trattava di un linguaggio di cui non ero a conoscenza ed ogni mio tentativo risultava goffo e stonato. Per anni interminabili, il canale che io avrei voluto sfruttare, quello della parola e della ragione, quando veniva da me espresso, scorreva come acqua piovana e lasciava un alone invisibile, che asciugava in tempi brevissimi. Tutti coloro con cui tentavo la relazione non ascoltavano la mia voce pensante, ma mi GUARDAVANO. E non vedevano niente. Adesso mi spiego quei "Sei così noiosa" che allora mi lasciavano di stucco: parlavo per ore di cose insolite ed interessanti, esprimendomi con intelligenza e carisma, come mi veniva naturale...ed alla conclusione della conversazione, noia nell'interlocutore, che pure era intervenuto nello scambio di idee con voracità.
Ci sono voluti anni perché io comprendessi questo meccanismo. Se fossi stata un uomo, credo che questo non sarebbe accaduto. (Preciso: non sarebbe andata così, cioè sarebbe andata in modo diverso. Non migliore, non più facile. Naturalmente non nego che anche gli uomini "diversi" trovino difficoltà d'espressione: ogni uomo deve confrontarsi con le aspettative che si hanno sul genere maschile, la mascolinità, il vocione, la barba folta al grado giusto, l'ostentata sicurezza eccetera. Ritengo che però i criteri di "giustezza" per un maschio siano più sfumati e meno direttamente connessi con il suo modo di confezionare l'aspetto fisico e tangibile. Questo non rende le cose più facili per i maschi. Ma qui si divaga.)
Come ho detto all'inizio, questa è soltanto una e parziale stranezza tra le anomalie della mia adolescenza, ed ha fatto da spartiacque tra me e la maggior parte delle mie coetanee.
A causa di queste esperienze (e di molte altre) c'è stata una consistente anomalia nella mia espressività: non che fosse vacante, ma era poco bilanciata, rosa dal desiderio di riuscire, come le altre, a farsi accettare per quella che ero. Il problema reale è che non sarei mai riuscita nel loro modo, perché io ero, sono, molto diversa.
Ma perché? Quale è il motivo per cui ci sono donne così e donne cosà? Perché c'è una massa di braccia, gambe e seni di Monica Bellucci che girano per le strade, e tra queste a volte emergono donne diverse? Donne che lottano strenuamente, contro tutti i loro interessi apparenti, per essere riconosciute per la loro mente e la loro espressione consapevole e razionale. (Chiariamo, le donne diverse sono belle. Ma è una bellezza diversa. Noti la loro bellezza quando hai assaggiato la loro interiorità. Prima, è come se il loro culo e le loro tette non esistessero.)
Torniamo alla domanda che mi sono posta. Quando è che una donna diventa cosà invece che così? Si tratta di donne dotate di una maggiore intelligenza, di una maggiore istruzione? Di donne nate con un gene erroneamente conformato? Si tratta solo di questo? Me lo sono chiesto davvero.
Come risposta, mi è apparsa nella mente la figura di Jane Eyre.
Eroina letteraria del romanzo omonimo, Jane Eyre, di Charlotte Bronte.
Charlotte era figlia di un pastore anglicano della periferica Inghilterra delle brughiere con una densità abitativa di 0.5 persone/100 km...non si può dire che nelle sua vita abbia avuto la possibilità di studiare o affacciarsi sul mondo esterno. Eppure, in quella sua eroina ha fatto fluire questa sottile, inosservata verità.
Jane Eyre è orfana, i suoi genitori si sono sposati per amore e per questo erano stati diseredati. Così, Jane non ha niente: nessuna dote, nessuna casa, nessuna amicizia. Viene tenuta in casa da una ricca e perfida zia che ha promesso di occuparsi di lei al marito, morto da molti anni. Nella grande casa Jane è trattata come una fastidiosa e strana bambina, viene tormentata dai cugini coetanei e nessuno la difende o si avvicina a lei. Infine la gelida zia decide di spedirla in un collegio religioso per ragazze indigenti-barra-indesiderate. In questo luogo Jane lotta contro mille angherie ed infine riesce ad affrancarsene, avendo acquisito un'istruzione, trovando lavoro come istitutrice, cioè insegnante privata. Jane parte ma è molto diversa da come era da bambina, almeno apparentemente. La sua ribellione l'ha fatta divenire rigida, non si concede alcuna morbidezza né fronzolo, ma questo non vuol dire che sia chiusa. Nella grande casa dove ha trovato lavoro non ha paura di voler bene alla bambina che le è stata affidata, una figlia illegittima tenuta nascosta alla buona società, non teme di mostrare la sua opinione indipendente agli intendenti e alla servitù, perfino al padrone. Questo è nettamente in contrasto con il suo aspetto, con il suo modo di presentarsi. Quando il nobile padrone della casa cade da cavallo su una strada deserta, oppure rischia la vita a causa di un incendio appiccato nella propria stanza mentre dorme, Jane lo aiuta gratuitamente, fregandosene di tutte le convenzioni e di tutto quello di cui ci si potrebbe aspettare da una come lei, una specie di pallida madonnina che non cura la propria pettinatura ed indossa sempre lo stesso vestito.
Riuscite a cogliere l'incredibile contraddizione che vive in questa creaturina, in questa Jane Eyre?
Ma lasciatemi spiegare. Non è più di moda essere femministe. Ma io di queste cose voglio davvero parlare. Non come femminista...ma come essere umano.
C'è una certa pulsione al comportarsi come oggetti in tutte le donne. Una certa tendenza alla passività, alla reificazione (dal latino res, rei = cosa della propria persona). Questo perché il corpo della donna funziona come una sorta di talismano. E' qualcosa di terribile abitare dentro ad un corpo che emana un'aura del genere e non ti risponde a seconda di cosa vuoi o non vuoi fare.
Comunque, partiamo dalla bellezza. Quella esteriore, del corpo. La bellezza delle forme, degli occhi, delle ciglia, dei capelli, dei colori, dei vestiti. La bellezza è donna. Si potrebbe quasi dire che la donna è la bellezza. Se la si guarda da lontano, senza farla parlare, la donna potrebbe sembrare quasi un abito. La donna indossa il proprio corpo nel modo migliore e ne fa il suo principale mezzo di espressione. Quante volte si ha l'impressione di non dover chiedere nulla alla donna, perché ella sembra esprimere tutto ciò che vuole con il suo abito, il suo trucco, il so sguardo. Il suo parlare, se avviene, è di circostanza, non lascia intendere niente di più significativo di quanto non dica il suo corpo, il suo abito. Da questo punto di vista, la donna vive d'esteriorità. E come donna, non lo posso negare. Perché ho vissuto un doloroso conflitto con questo: per molti anni, il mio fisico se ne è rimasto muto. Si trattava di un linguaggio di cui non ero a conoscenza ed ogni mio tentativo risultava goffo e stonato. Per anni interminabili, il canale che io avrei voluto sfruttare, quello della parola e della ragione, quando veniva da me espresso, scorreva come acqua piovana e lasciava un alone invisibile, che asciugava in tempi brevissimi. Tutti coloro con cui tentavo la relazione non ascoltavano la mia voce pensante, ma mi GUARDAVANO. E non vedevano niente. Adesso mi spiego quei "Sei così noiosa" che allora mi lasciavano di stucco: parlavo per ore di cose insolite ed interessanti, esprimendomi con intelligenza e carisma, come mi veniva naturale...ed alla conclusione della conversazione, noia nell'interlocutore, che pure era intervenuto nello scambio di idee con voracità.
Ci sono voluti anni perché io comprendessi questo meccanismo. Se fossi stata un uomo, credo che questo non sarebbe accaduto. (Preciso: non sarebbe andata così, cioè sarebbe andata in modo diverso. Non migliore, non più facile. Naturalmente non nego che anche gli uomini "diversi" trovino difficoltà d'espressione: ogni uomo deve confrontarsi con le aspettative che si hanno sul genere maschile, la mascolinità, il vocione, la barba folta al grado giusto, l'ostentata sicurezza eccetera. Ritengo che però i criteri di "giustezza" per un maschio siano più sfumati e meno direttamente connessi con il suo modo di confezionare l'aspetto fisico e tangibile. Questo non rende le cose più facili per i maschi. Ma qui si divaga.)
Come ho detto all'inizio, questa è soltanto una e parziale stranezza tra le anomalie della mia adolescenza, ed ha fatto da spartiacque tra me e la maggior parte delle mie coetanee.
A causa di queste esperienze (e di molte altre) c'è stata una consistente anomalia nella mia espressività: non che fosse vacante, ma era poco bilanciata, rosa dal desiderio di riuscire, come le altre, a farsi accettare per quella che ero. Il problema reale è che non sarei mai riuscita nel loro modo, perché io ero, sono, molto diversa.
Ma perché? Quale è il motivo per cui ci sono donne così e donne cosà? Perché c'è una massa di braccia, gambe e seni di Monica Bellucci che girano per le strade, e tra queste a volte emergono donne diverse? Donne che lottano strenuamente, contro tutti i loro interessi apparenti, per essere riconosciute per la loro mente e la loro espressione consapevole e razionale. (Chiariamo, le donne diverse sono belle. Ma è una bellezza diversa. Noti la loro bellezza quando hai assaggiato la loro interiorità. Prima, è come se il loro culo e le loro tette non esistessero.)
Torniamo alla domanda che mi sono posta. Quando è che una donna diventa cosà invece che così? Si tratta di donne dotate di una maggiore intelligenza, di una maggiore istruzione? Di donne nate con un gene erroneamente conformato? Si tratta solo di questo? Me lo sono chiesto davvero.
Come risposta, mi è apparsa nella mente la figura di Jane Eyre.
Eroina letteraria del romanzo omonimo, Jane Eyre, di Charlotte Bronte.
Charlotte era figlia di un pastore anglicano della periferica Inghilterra delle brughiere con una densità abitativa di 0.5 persone/100 km...non si può dire che nelle sua vita abbia avuto la possibilità di studiare o affacciarsi sul mondo esterno. Eppure, in quella sua eroina ha fatto fluire questa sottile, inosservata verità.
Jane Eyre è orfana, i suoi genitori si sono sposati per amore e per questo erano stati diseredati. Così, Jane non ha niente: nessuna dote, nessuna casa, nessuna amicizia. Viene tenuta in casa da una ricca e perfida zia che ha promesso di occuparsi di lei al marito, morto da molti anni. Nella grande casa Jane è trattata come una fastidiosa e strana bambina, viene tormentata dai cugini coetanei e nessuno la difende o si avvicina a lei. Infine la gelida zia decide di spedirla in un collegio religioso per ragazze indigenti-barra-indesiderate. In questo luogo Jane lotta contro mille angherie ed infine riesce ad affrancarsene, avendo acquisito un'istruzione, trovando lavoro come istitutrice, cioè insegnante privata. Jane parte ma è molto diversa da come era da bambina, almeno apparentemente. La sua ribellione l'ha fatta divenire rigida, non si concede alcuna morbidezza né fronzolo, ma questo non vuol dire che sia chiusa. Nella grande casa dove ha trovato lavoro non ha paura di voler bene alla bambina che le è stata affidata, una figlia illegittima tenuta nascosta alla buona società, non teme di mostrare la sua opinione indipendente agli intendenti e alla servitù, perfino al padrone. Questo è nettamente in contrasto con il suo aspetto, con il suo modo di presentarsi. Quando il nobile padrone della casa cade da cavallo su una strada deserta, oppure rischia la vita a causa di un incendio appiccato nella propria stanza mentre dorme, Jane lo aiuta gratuitamente, fregandosene di tutte le convenzioni e di tutto quello di cui ci si potrebbe aspettare da una come lei, una specie di pallida madonnina che non cura la propria pettinatura ed indossa sempre lo stesso vestito.
Riuscite a cogliere l'incredibile contraddizione che vive in questa creaturina, in questa Jane Eyre?
Eccola. E' piccolina, è pallida, è brutta, è povera, è rigida, paurosa, non invita a farsi toccare, a farsi guardare. Ma è intensamente presente tra le persone che le sono intorno. Ha opinioni forti, che esprime in modo intelligente, ha una fervida fantasia, un indomito coraggio. Si innamora del padrone, il signor Rochester, e sopporta ma non soffoca il dolore che nasce dal suo trattamento nei suoi confronti. E quando lui mostra curiosità per questa donna così diversa, non soggiace e non accetta con passività il suo interesse, ma ribatte, con forza, facendo brillare la propria anima.
E poi...e poi...e poi tutto finisce bene, nel modo più difficile possibile, naturalmente.
Dopo questo breve ritratto, torniamo alla domanda. Come nascono le donne così?
Torniamo all'elemento più primitivo che caratterizza la Jane bambina, quando già viveva in una mondo a lei ostile: la sua caratteristica fondamentale è quella della fantasia.
Jane si isola, non cerca i cugini che non fanno altro che tormentarla, preferisce stare da sola. In questo modo impara ad aver rispetto per sé stessa ma...come ci riesce? Cosa rende capace una donna di distaccarsi da quel suo talismanico bisogno di approvazione, di esser guardata e toccata...cosa? Io la chiamo fantasia.
Jane riesce a stare da sola e a conservarsi libera ed intelligente grazie alla propria fantasia, alla propria mentalità aperta, proiettata verso il futuro, il Bene, l'Oltre. Sto parlando di quella capacità fantastica che sta alla pari della logica.
Grazie alla fantasia legge ed immagina scenari fantastici, disegna, vaga per la campagna in compagnia di pensieri...ma non è nemmeno la fantasia a sé stante a metterla sulla strada della giustizia e del coraggio.
E' il VALORE dato alla fantasia. Molti ritengono la fantasia e tutto ciò che ne consegue un valore da nulla. La fantasia non ti fa diventare medico, non ti fa trovare un bel marito, non ti fa arrivare lontano. Ed invece, io credo che il mezzo attraverso il quale Jane sopravvive come "donna cosà" è proprio il valore che lei dà alla propria fantasia. Le permette di andare oltre, di sentirsi parte di qualcosa di meno meschino e soffocante di questa schifosa razza umana, che ti getta addosso il suo egoismo liquidandoti con un finché non tocca a me.
La Fantasia di Jane Eyre è un qualcosa di quasi mistico, è il senso di compartecipazione ad una grande creatura invisibile che pervade il mondo e che respira. Va oltre l'egoismo. Chi ha bisogno di auto-compiacersi quando puoi vedere, stupirti e gioire delle bollicine d'acqua che sgorgano da sotto le foglie un po' marce appiccicate sul terreno dopo che ha piovuto.
Le donne possono andare oltre alla propria femminilità grazie a questo. Di sicuro ci saranno altri modi, io conosco questo. Vorrei che altre donne me ne facessero conoscere altri :)
Vedi che le donne possono graffiare e spezzare le mura della storia e dell'evoluzione ed irrompere nel campo mentale di chi hanno attorno con una grande, intensa ed irresistibile complessità.
Ho detto la propria femminilità. Ma questa femminilità, mie care, siamo proprio sicure che sia nostra? Ce lo siamo messe da sole questo abito, oppure ci è stato cucito addosso assieme a tutta l'importanza di cui qualcuno lo infarcisce per tenerci sotto controllo? Ho letto qualche tempo fa che l'invenzione della bellezza è stato il modo attraverso il quale l'uomo ha sempre dominato intellettualmente la donna, attraverso i secoli. Beh non mi trovo poi così in disaccordo.
Ricordiamoci di Jane Eyre, uomini e donne. Qualcuno lo vede come uno stupido libro vittoriano che racconta di una maestrina noiosa che si innamora di fascinoso lord Qualunque. Ma non è così. Jane è una combattente per l'affermazione di una donna vera, migliore. E se io fossi un uomo, sarebbe quella donna che io desidererei ardentemente.
Voglio concludere riportando un passo del libro, che non ha bisogno di commento per il proprio significato. In questo passo, dal capitolo 23, il padrone, il signor Rochester, cerca di capire i sentimenti di Jane provocandola e mettendola a dura prova (le fa credere di star per sposare un'altra), avendo in mente di farle confessare il suo amore. Ma lei gli dà una risposta inaspettata e meravigliosa, di fronte alla quale è lui a cedere.
"Pensate che io sia un automa? Una macchina senza sentimenti?...Pensate, siccome sono povera, oscura, comune ed insignificante che sia senza anima e cuore? Vi sbagliate, ho tanto spirito quanto voi, e sono ugualmente ripiena di sentimento...Non vi parlo adesso attraverso l'intermediazione dei costumi, delle convenzionalità, nemmeno della carne mortale; è la mia anima che si rivolge alla vostra anima; proprio come se entrambi fossimo passati attraverso la tomba, e ci trovassimo ai piedi di dio, uguali, come siamo."
Questo dice Jane/Charlotte nel 1847.
E' pensando a parole come queste che a volte, lo ammetto, mi sento la persona più forte del mondo.
Chiudo. Scusate ancora una volta la confusione, l'ingarbugliarsi delle frasi che mano a mano si trasforma in concitazione. Arrivederci.
PS: Leggete Jane Eyre. Oppure guardate il film. Non quello del 2006 della BBC, non c'entra niente con il libro. Guardate quello del 1996 con Charlotte Gainsbourg.
Una scena del film: Jane Eyre - La scena dell'Incendio e del dialogo tra Jane e Mr Rochester
Riporto il passo del capitolo 23 in inglese:
"Do you think I am an automaton? a machine without feelings?...Do you think, because I am poor, obscure, plain, and little, I am soulless and heartless? You think wrong — I have as much soul as you, — and full as much heart...I am not talking to you now through the medium of custom, conventionalities, nor even of mortal flesh; — it is my spirit that addresses your spirit; just as if both had passed through the grave, and we stood at God's feet, equal, — as we are."
venerdì 20 maggio 2011
Quanto è difficile vivere in un mondo nel quale uno dei valori più forti è quello dell'abitudine. Con valore intendo un concetto nel quale le persone credono strenuamente e che proiettano nel mondo intorno a loro, nella propria vita, nella vita degli altri. Ecco io ho elaborato un semplice pensiero, un ragionamento.
Nel nostro mondo di uomini dalla vita lunga, possiamo attardarci in attesa della morte per circa novant'anni. Io mi chiedo, è davvero possibile abituarsi a qualcosa in miseri novanta anni?
Sono così pochi per abituarsi alle giornate che nascono e declinano nella loro infinita variabilità, alle stoviglie su cui scivolano gocce diverse, che a volte ci scivolano tra le mani e si frantumano in mille cocci che nessuno potrà mai classificare, alle persone, che evolvono e regrediscono, che ridono e piangono, che subiscono mutamenti del carattere e del fisico, che reagiscono in modo dolce e conosciuto od imprevedibile. A coloro che ci amano, ci odiano o ci ritengono insignificanti, a coloro che cambiano opinione nei nostri confronti, a chi va dal medico o chi disprezza le medicine, che scambia con noi poche parole sull'autobus e viene immediatamente dimenticato, agli sconosciuti che si trovano con noi per caso e ci rimangono impressi per quello sguardo o quella parola, ai volti casuali che rimangono impressi nelle nostre fotografie quando ritraevamo qualcos'altro che ritenevamo immutabile e fissabile su pellicola.
Io non credo che ci si possa mai abituare e annoiare di tutto questo.
Non fraintendete...sono il tipo di persona che cerca di attuare un cambiamento di se stessa in base alle proprie scoperte. Ma è proprio questo il punto. Vivendo così, non posso dire quella bugia a me stessa, non posso dirmi: questa è abitudine.
Credo che l'abitudine di cui molti parlano sia piuttosto un limite alla nostra mentalità. Quando si decide di calare una tenda su quella parte ricca di mutamenti, perché in fondo non ci interessa. Allora sì, se è così, chiamiamola pure abitudine. Ma allora siate sinceri, e non raccontate che rinunciate a quella parte della vostra vita perché legata solamente ad abitudine. Dite che lo fate perché perseguite l'abitudine, e rinunciate a coltivare, osservare, ascoltare ed amare un essere o una situazione in virtù dei suoi cambiamenti.
Ancora una volta in effetti, credo che la realtà sia il contrario di quello che la massa sostiene.
Se questa è follia, e mi sia provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
Nel nostro mondo di uomini dalla vita lunga, possiamo attardarci in attesa della morte per circa novant'anni. Io mi chiedo, è davvero possibile abituarsi a qualcosa in miseri novanta anni?
Sono così pochi per abituarsi alle giornate che nascono e declinano nella loro infinita variabilità, alle stoviglie su cui scivolano gocce diverse, che a volte ci scivolano tra le mani e si frantumano in mille cocci che nessuno potrà mai classificare, alle persone, che evolvono e regrediscono, che ridono e piangono, che subiscono mutamenti del carattere e del fisico, che reagiscono in modo dolce e conosciuto od imprevedibile. A coloro che ci amano, ci odiano o ci ritengono insignificanti, a coloro che cambiano opinione nei nostri confronti, a chi va dal medico o chi disprezza le medicine, che scambia con noi poche parole sull'autobus e viene immediatamente dimenticato, agli sconosciuti che si trovano con noi per caso e ci rimangono impressi per quello sguardo o quella parola, ai volti casuali che rimangono impressi nelle nostre fotografie quando ritraevamo qualcos'altro che ritenevamo immutabile e fissabile su pellicola.
Io non credo che ci si possa mai abituare e annoiare di tutto questo.
Non fraintendete...sono il tipo di persona che cerca di attuare un cambiamento di se stessa in base alle proprie scoperte. Ma è proprio questo il punto. Vivendo così, non posso dire quella bugia a me stessa, non posso dirmi: questa è abitudine.
Credo che l'abitudine di cui molti parlano sia piuttosto un limite alla nostra mentalità. Quando si decide di calare una tenda su quella parte ricca di mutamenti, perché in fondo non ci interessa. Allora sì, se è così, chiamiamola pure abitudine. Ma allora siate sinceri, e non raccontate che rinunciate a quella parte della vostra vita perché legata solamente ad abitudine. Dite che lo fate perché perseguite l'abitudine, e rinunciate a coltivare, osservare, ascoltare ed amare un essere o una situazione in virtù dei suoi cambiamenti.
Ancora una volta in effetti, credo che la realtà sia il contrario di quello che la massa sostiene.
Se questa è follia, e mi sia provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
giovedì 12 maggio 2011
Film prodotti da qualcuno per i quali non vale la pena andare al cinema. Cd prodotti da qualcuno che non vale la pena di ascoltare. Prodotti prodotti da qualcuno che non comprerei al supermercato. Eppure siete umani ed il buon Dio vi ha dato la faccia per sorridere e qualcuno vi compra e circolate per il mondo.
Ma rimarrete pur sempre dei prodotti. Perchè vi sentite liberi dagli scaffali soltanto perchè qualcuno vi ha preso tra le mani come una scatola di fagioli e vi ha comprato.
sabato 30 aprile 2011
Le mie mani hanno sorriso dallo specchio mentre con ritmo conosciuto le dita delineavano linee nere.
Continuo a truccarmi per ricordare da dove provengo.
Ho cominciato a truccarmi da ragazzina perché sentivo dentro me l’anima zingara di una danzatrice.
Ballavo, goffamente sulle piazze delle parole quotidiane, facevo piangere le ombre con le mie gambe tese nelle notti solitarie.
Ma adesso…adesso, perché continuo a truccarmi? E’ così difficile indagare in me stessa perché quel contorno nero è un mistico segno di appartenenza, il marchio ricevuto da quella tribù di indiani sui quali inventavo storie da bambina.
mercoledì 27 aprile 2011
Non so se avrò le capacità per esprimere la mia idea su questo argomento in forma scritta. Vabbé, io ci provo.
Ultimamente ho riflettuto su un tema che mi turba profondamente e sono giunta ad alcune risposte, spinta soprattutto dalla voglia di tranquillizzarmi. Sotto quale punto di vista? Dal punto di vista del mio essere donna, soprattutto.
Voglio partire, in questa riflessione, da un simulacro umano la cui rilevanza a livello sociale e culturale nella nostra generazione non può essere ignorato: Lady Gaga. Non voglio parlare di lei come artista, sinceramente trovo che la sua rilevanza e la sua genialità siano molto più importanti sotto una luce che va ben oltre. Lady Gaga sta parlando alla nostra generazione in termini molto chiari ed ha avuto l'estremo genio di toccare alcune delle corde più tese, intime della nostra generazione. L'ipersessualità della nostra società ci espone durante l'adolescenza a domande ed offerte per le quali siamo psicologicamente molto immaturi. Da adolescenti, ci sentiamo costretti ad imparare un linguaggio che ci fa sentire inadeguati. Ricordo quando, tra i 16 ed i 17 anni, mi ritenevo brutta ed indesiderabile, provavo ansia e prostrazione all'idea di uscire con un ragazzo, mi abbrutivo nel vestiario nel disperato tentativo di non attirare l'attenzione. In quel periodo, mi confrontai con la mia incapacità di provare eccitazione quando un ragazzo mi abbracciava in una discoteca, oppure mi infilava la lingua in bocca su una spiaggia. Convissi a lungo con la convinzione di essere in realtà lesbica, oppure frigida. Adesso, all'età di 22 anni e molte ere psicologiche che sono passate, riguardo le mie foto: ero bella, slanciata, con un bel sorriso. Non riesco a trovare nessun particolare in quel viso che potesse spiegare quella percezione che avevo di me stessa. Avendo poi conosciuto il sesso in modo più naturale, perfettamente in linea con i miei valori sono infine crollate tutte le mie paure sull'assenza del mio punto G.
Tutto questo per arrivare a capire la risposta che Lady Gaga propone agli adolescenti o ai giovani che stanno uscendo o sono usciti da pochi anni dall'adolescenza e sono rimasti irrisolti da questo punto di vista:
I'm beautiful in my way'cause god makes no mistakes
I'm on the right track baby
I was born this way
Don't hide yourself in regret
Just love yourself and you're set
I'm on the right track baby
I was born this way
(Sono bella nel mio modo di essere perché Dio non fa errori
Sono sulla strada giusta piccola
Sono nata così
Non ti nascondere nel rimpianto
Ama te stesso ed il gioco è fatto
Sono sulla strada giusta piccola
Sono nata così)
Ad una prima lettura, questo testo sembra un inno alla libertà. Eppure, questo non è un sonetto da leggere, riportato su un libro di scuola. E' una canzone molto accattivante dai ritmi pop associata ad un video mostruoso, nel senso che raffigura di mostri. Nel video, Lady Gaga è un dio femmina dall'aspetto mostruoso e sublime al contempo che continuamente partorisce omuncoli. Ad un certo punto viene rappresentata la scena del parto del demonio: la dea soffre, ed infine dà alla luce una bellissima Lady Gaga, che inizia a cantare questa canzone, Born My Way. Lady Gaga, nelle vesti di una creatura che si percepisce demonizzata da ciò che la circonda, afferma che va bene così, che è nata così, che amando sé stessa e riconoscendo la propria bellezza andrà tutto bene. Questa filosofia, completa del suo mostruoso cofanetto dal quale a parer mio non può essere separata, ha ricevuto un'approvazione, un consenso ed un successo che hanno reso questa cantante l'ispiratrice di una sorta di filosofia. I seguaci hanno preso alla lettera il suo modello ed ovunque nel mondo occidentale reagiscono a questa società che li fa sentire reietti attraverso lo sfogo della bellezza. Foto, photo-shop, book in stile alta moda, serate, trucco, vestiti stravaganti, vanto della eccentricità e della perversione. Ribadisco, questo senso di insoddisfazione per il mancato sfogo della propria bellezza, è una cosa che ho provato anche io: ritengo che Lady Gaga abbia colto perfettamente questo disagio proprio della mia generazione, e per questo è stata premiata da tutti i suoi miliardi.
Veniamo ai "seguaci": li sto osservando ormai da qualche tempo.
Sono donne, uomini, ma soprattutto uomini. Sono gay, etero, bisex (veri o coercitivi).
Ritengo che il grande successo tra gli uomini sia dovuto al fatto che Lady Gaga parla come donna agli uomini. Il suo linguaggio è notevolmente infarcito di richiami sessuali a cui, è scientificamente risaputo, gli uomini sono maggiormente sensibili per la fisiologia della loro eccitabilità sessuale.
Il messaggio che questa donna dà è molto maschilista: sei bello così, dai sfogo a tutta la tua bellezza.
La bellezza, come ideale estetico, è un attributo statico ritenuto di genere femminile ed i mezzi attraverso cui si esprime sono i tipici oggetti materiali che popolano l'universo delle femmine: le calze, il reggicalze, il pizzo, il trucco, il capello lungo, fluente, dal colore accattivante, il saper condurre movimenti sensuali durante una danza, la voce usata per il canto, gli occhi dolci/aggressivi contornati da ciglia perfette, la pelle liscia.
Ci dicono: la bellezza è questo, la donna è questo. Così, sempre più persone vogliono essere belle, sempre più persone vogliono essere donne. Il mondo si riempie di persone, uomini e donne, dalle forme emaciate, gli zigomi valorizzati dal fard, pantacollant, capelli molto curati, comportamenti ipersessuali (a volte anche soltanto allusivi), montagne e montagne di foto ritoccate che li mostrano in tutta la loro meravigliosità. Foto che ricevono approvazione e suffragio massivo grazie a strumenti di networking come Facebook.
Fin qui, niente di male. Sta nascendo quello che mi piace chiamare "il terzo genere", diverso da quello maschile e femminile. Un genere governato dalle sole regole estetiche (per ora).
Ma ecco, cosa è che mi preoccupa di tutto questo?
Mi preoccupa il lato riduzionistico di tutto ciò: la bellezza non sono un paio di reggicalze. La donna non è un paio di reggicalze. Non sei una donna se ti metti i reggicalze, che tu abbia il pene o la fica.
Anche i reggicalze, non sono due fottuti aggeggi da mostrare con orgoglio, per una donna.
Per una donna i reggicalze sono un attributo intimo, il simbolo del segreto della femminilità, così complicato da svelare, da far soltanto intravedere; sono una segreta sorpresa per chi arriva fino al punto di fare l'amore con te.
Non sono il manifesto di una libertà sfacciata che spicca su una foto del profilo di Facebook o sulla porta di un locale di grido frequentato da tutto il mondo.
Lasciate che ve lo dica, seguaci di Lady Gaga, uomini e donne, etero ed omo: non avete capito niente di quello che sia una donna, questo lo si vede in modo eclatante da fatto che vi sentite vicini ad un ideale di femminilità soltanto indossando un reggicalze o un babydoll.
Lady Gaga è davvero la più maschilista delle donne: ha fatto credere che la donna (e con essa la bellezza) sia una sorta di capo d'abbigliamento e che con una semplice apparenza la si possa riprodurre.
In una società in cui le donne prendono sempre più piede nell'ambiente lavorativo e conquistano diritti e potere, l'idea che come genere siano così facilmente riproducibili è davvero molto rassicurante per chi si sente intimidito a questo cambiamento.
Da qui, la mia preoccupazione. Sento che questo "terzo genere" potrebbe minacciare me e le mie simili. In un mondo in cui le donne "non maschiliste" arrivano sempre seconde, questo nuovo tentativo di riduzione morale mi sconvolge.
Molto mi turba anche il fatto che di questo non si parla: il "terzo genere" è visto dall'opinione pubblica dei miei coetanei come un'ideale di libertà, espressione, divertimento. Chi parla in modo critico, viene additato come sessista. A me non importa niente di chi tromba chi, di chi si innamora di chi, di chi si veste come, di chi passa il suo tempo come. Certo, la perversione, lo sfarzo e l'eccesso mi danno noia, ma sono fatta così. Sono quel tipo di persona mediocre la cui virtù è la modestia, come diceva J.P.Sartre, che ha lasciato una grande traccia di simpatia sul genere umano.
Ma non è questa la questione che ho voluto presentare con questo articolo e spero di essermi spiegata chiaramente.
Una conclusione: non è diventando seguaci di una filosofia che si arriva ad una soluzione.
Ho cercato di spiegare tutto questo che ora ho scritto a mia madre, oggi. Lei mi ha chiesto il motivo per cui noi giovani facciamo queste cose. Le ho risposto che a noi giovani d'oggi, a differenza di quelli di ieri, manca il senso d'appartenenza. Siamo orfani di identificazioni politiche, religiose, familiari. Dobbiamo crescere da soli, senza un faro, e conservare i nostri valori in una società che ci fa profondamente soffrire. Non c'è altra via se non l'individualismo ed ognuno deve farcela da solo, credendo in qualcosa che molto spesso appare come un illusione, solo per fede. Come ho detto a lei, questa è un epoca in cui l'uomo è solo, senza Dio. Proprio perché Dio non c'è, se n'è andato, oppure noi abbiamo perso la capacità di vederlo/disegnarlo. In tutto questo, noi giovani dobbiamo scoprire la soli l'alfabeto per leggere noi stessi, ed in questo cammino irto di spine siamo sensibili a trappole poste dalle varie Lady Gaga che tentano di tanto in tanto di conquistare il mondo (finanziariamente parlando, ovvio).
E io mi chiedo, a conclusione di questo casino che ho cercato di descrivere con le mie povere parole, cosa ne sarà di noi, e chi si salverà, e come.
Una piccola cosa, ultima: ci sentiamo tanto soli, mi sento tanto sola. Sin dalla mia adolescenza, ho sentito il desiderio di parlare di tutto questo. Lo sento ancora. Vorrei che noi giovani parlassimo. Vorrei che le persone attorno a me non fossero così cieche, sorde, mute. Non c'è tutto questo bisogno di farsi le foto da soli. Gli altri possono fotografarci. Perché non parliamo, fratelli? In quel caso, non ci sarebbe nessuna moda che tenga. Perché siamo come le tre scimmiette delle statuine?
Ma non solo: smettiamola di rigirarci nella nostra decadenza come personaggi di fine impero romano, apriamo gli occhi su ciò che c'è di nuovo e bello: quanti venti giungono, con gli immigrati dell'Africa che vengono a vivere qua, con le scoperte della scienza! C'è molta bellezza, siamo molto belli ma... non c'è nessun Deus Ex Machina: non siamo belli perché siamo nati così. Ci sono molti errori nella creazione ed avere il coraggio di affrontarli fa parte della bellezza che Dio ci ha donato. Affrontiamoli. Facciamo fallire tutte le multinazionali della superficialità. Costringiamoli a confrontarci con la nostra complessità ed intelligenza. Possiamo vincere. Cominciamo adesso. Sono pronta. Vi aspetto. Con amore. Miei tutti.
Ultimamente ho riflettuto su un tema che mi turba profondamente e sono giunta ad alcune risposte, spinta soprattutto dalla voglia di tranquillizzarmi. Sotto quale punto di vista? Dal punto di vista del mio essere donna, soprattutto.
Voglio partire, in questa riflessione, da un simulacro umano la cui rilevanza a livello sociale e culturale nella nostra generazione non può essere ignorato: Lady Gaga. Non voglio parlare di lei come artista, sinceramente trovo che la sua rilevanza e la sua genialità siano molto più importanti sotto una luce che va ben oltre. Lady Gaga sta parlando alla nostra generazione in termini molto chiari ed ha avuto l'estremo genio di toccare alcune delle corde più tese, intime della nostra generazione. L'ipersessualità della nostra società ci espone durante l'adolescenza a domande ed offerte per le quali siamo psicologicamente molto immaturi. Da adolescenti, ci sentiamo costretti ad imparare un linguaggio che ci fa sentire inadeguati. Ricordo quando, tra i 16 ed i 17 anni, mi ritenevo brutta ed indesiderabile, provavo ansia e prostrazione all'idea di uscire con un ragazzo, mi abbrutivo nel vestiario nel disperato tentativo di non attirare l'attenzione. In quel periodo, mi confrontai con la mia incapacità di provare eccitazione quando un ragazzo mi abbracciava in una discoteca, oppure mi infilava la lingua in bocca su una spiaggia. Convissi a lungo con la convinzione di essere in realtà lesbica, oppure frigida. Adesso, all'età di 22 anni e molte ere psicologiche che sono passate, riguardo le mie foto: ero bella, slanciata, con un bel sorriso. Non riesco a trovare nessun particolare in quel viso che potesse spiegare quella percezione che avevo di me stessa. Avendo poi conosciuto il sesso in modo più naturale, perfettamente in linea con i miei valori sono infine crollate tutte le mie paure sull'assenza del mio punto G.
Tutto questo per arrivare a capire la risposta che Lady Gaga propone agli adolescenti o ai giovani che stanno uscendo o sono usciti da pochi anni dall'adolescenza e sono rimasti irrisolti da questo punto di vista:
I'm beautiful in my way'cause god makes no mistakes
I'm on the right track baby
I was born this way
Don't hide yourself in regret
Just love yourself and you're set
I'm on the right track baby
I was born this way
(Sono bella nel mio modo di essere perché Dio non fa errori
Sono sulla strada giusta piccola
Sono nata così
Non ti nascondere nel rimpianto
Ama te stesso ed il gioco è fatto
Sono sulla strada giusta piccola
Sono nata così)
Ad una prima lettura, questo testo sembra un inno alla libertà. Eppure, questo non è un sonetto da leggere, riportato su un libro di scuola. E' una canzone molto accattivante dai ritmi pop associata ad un video mostruoso, nel senso che raffigura di mostri. Nel video, Lady Gaga è un dio femmina dall'aspetto mostruoso e sublime al contempo che continuamente partorisce omuncoli. Ad un certo punto viene rappresentata la scena del parto del demonio: la dea soffre, ed infine dà alla luce una bellissima Lady Gaga, che inizia a cantare questa canzone, Born My Way. Lady Gaga, nelle vesti di una creatura che si percepisce demonizzata da ciò che la circonda, afferma che va bene così, che è nata così, che amando sé stessa e riconoscendo la propria bellezza andrà tutto bene. Questa filosofia, completa del suo mostruoso cofanetto dal quale a parer mio non può essere separata, ha ricevuto un'approvazione, un consenso ed un successo che hanno reso questa cantante l'ispiratrice di una sorta di filosofia. I seguaci hanno preso alla lettera il suo modello ed ovunque nel mondo occidentale reagiscono a questa società che li fa sentire reietti attraverso lo sfogo della bellezza. Foto, photo-shop, book in stile alta moda, serate, trucco, vestiti stravaganti, vanto della eccentricità e della perversione. Ribadisco, questo senso di insoddisfazione per il mancato sfogo della propria bellezza, è una cosa che ho provato anche io: ritengo che Lady Gaga abbia colto perfettamente questo disagio proprio della mia generazione, e per questo è stata premiata da tutti i suoi miliardi.
Veniamo ai "seguaci": li sto osservando ormai da qualche tempo.
Sono donne, uomini, ma soprattutto uomini. Sono gay, etero, bisex (veri o coercitivi).
Ritengo che il grande successo tra gli uomini sia dovuto al fatto che Lady Gaga parla come donna agli uomini. Il suo linguaggio è notevolmente infarcito di richiami sessuali a cui, è scientificamente risaputo, gli uomini sono maggiormente sensibili per la fisiologia della loro eccitabilità sessuale.
Il messaggio che questa donna dà è molto maschilista: sei bello così, dai sfogo a tutta la tua bellezza.
La bellezza, come ideale estetico, è un attributo statico ritenuto di genere femminile ed i mezzi attraverso cui si esprime sono i tipici oggetti materiali che popolano l'universo delle femmine: le calze, il reggicalze, il pizzo, il trucco, il capello lungo, fluente, dal colore accattivante, il saper condurre movimenti sensuali durante una danza, la voce usata per il canto, gli occhi dolci/aggressivi contornati da ciglia perfette, la pelle liscia.
Ci dicono: la bellezza è questo, la donna è questo. Così, sempre più persone vogliono essere belle, sempre più persone vogliono essere donne. Il mondo si riempie di persone, uomini e donne, dalle forme emaciate, gli zigomi valorizzati dal fard, pantacollant, capelli molto curati, comportamenti ipersessuali (a volte anche soltanto allusivi), montagne e montagne di foto ritoccate che li mostrano in tutta la loro meravigliosità. Foto che ricevono approvazione e suffragio massivo grazie a strumenti di networking come Facebook.
Fin qui, niente di male. Sta nascendo quello che mi piace chiamare "il terzo genere", diverso da quello maschile e femminile. Un genere governato dalle sole regole estetiche (per ora).
Ma ecco, cosa è che mi preoccupa di tutto questo?
Mi preoccupa il lato riduzionistico di tutto ciò: la bellezza non sono un paio di reggicalze. La donna non è un paio di reggicalze. Non sei una donna se ti metti i reggicalze, che tu abbia il pene o la fica.
Anche i reggicalze, non sono due fottuti aggeggi da mostrare con orgoglio, per una donna.
Per una donna i reggicalze sono un attributo intimo, il simbolo del segreto della femminilità, così complicato da svelare, da far soltanto intravedere; sono una segreta sorpresa per chi arriva fino al punto di fare l'amore con te.
Non sono il manifesto di una libertà sfacciata che spicca su una foto del profilo di Facebook o sulla porta di un locale di grido frequentato da tutto il mondo.
Lasciate che ve lo dica, seguaci di Lady Gaga, uomini e donne, etero ed omo: non avete capito niente di quello che sia una donna, questo lo si vede in modo eclatante da fatto che vi sentite vicini ad un ideale di femminilità soltanto indossando un reggicalze o un babydoll.
Lady Gaga è davvero la più maschilista delle donne: ha fatto credere che la donna (e con essa la bellezza) sia una sorta di capo d'abbigliamento e che con una semplice apparenza la si possa riprodurre.
In una società in cui le donne prendono sempre più piede nell'ambiente lavorativo e conquistano diritti e potere, l'idea che come genere siano così facilmente riproducibili è davvero molto rassicurante per chi si sente intimidito a questo cambiamento.
Da qui, la mia preoccupazione. Sento che questo "terzo genere" potrebbe minacciare me e le mie simili. In un mondo in cui le donne "non maschiliste" arrivano sempre seconde, questo nuovo tentativo di riduzione morale mi sconvolge.
Molto mi turba anche il fatto che di questo non si parla: il "terzo genere" è visto dall'opinione pubblica dei miei coetanei come un'ideale di libertà, espressione, divertimento. Chi parla in modo critico, viene additato come sessista. A me non importa niente di chi tromba chi, di chi si innamora di chi, di chi si veste come, di chi passa il suo tempo come. Certo, la perversione, lo sfarzo e l'eccesso mi danno noia, ma sono fatta così. Sono quel tipo di persona mediocre la cui virtù è la modestia, come diceva J.P.Sartre, che ha lasciato una grande traccia di simpatia sul genere umano.
Ma non è questa la questione che ho voluto presentare con questo articolo e spero di essermi spiegata chiaramente.
Una conclusione: non è diventando seguaci di una filosofia che si arriva ad una soluzione.
Ho cercato di spiegare tutto questo che ora ho scritto a mia madre, oggi. Lei mi ha chiesto il motivo per cui noi giovani facciamo queste cose. Le ho risposto che a noi giovani d'oggi, a differenza di quelli di ieri, manca il senso d'appartenenza. Siamo orfani di identificazioni politiche, religiose, familiari. Dobbiamo crescere da soli, senza un faro, e conservare i nostri valori in una società che ci fa profondamente soffrire. Non c'è altra via se non l'individualismo ed ognuno deve farcela da solo, credendo in qualcosa che molto spesso appare come un illusione, solo per fede. Come ho detto a lei, questa è un epoca in cui l'uomo è solo, senza Dio. Proprio perché Dio non c'è, se n'è andato, oppure noi abbiamo perso la capacità di vederlo/disegnarlo. In tutto questo, noi giovani dobbiamo scoprire la soli l'alfabeto per leggere noi stessi, ed in questo cammino irto di spine siamo sensibili a trappole poste dalle varie Lady Gaga che tentano di tanto in tanto di conquistare il mondo (finanziariamente parlando, ovvio).
E io mi chiedo, a conclusione di questo casino che ho cercato di descrivere con le mie povere parole, cosa ne sarà di noi, e chi si salverà, e come.
Una piccola cosa, ultima: ci sentiamo tanto soli, mi sento tanto sola. Sin dalla mia adolescenza, ho sentito il desiderio di parlare di tutto questo. Lo sento ancora. Vorrei che noi giovani parlassimo. Vorrei che le persone attorno a me non fossero così cieche, sorde, mute. Non c'è tutto questo bisogno di farsi le foto da soli. Gli altri possono fotografarci. Perché non parliamo, fratelli? In quel caso, non ci sarebbe nessuna moda che tenga. Perché siamo come le tre scimmiette delle statuine?
Ma non solo: smettiamola di rigirarci nella nostra decadenza come personaggi di fine impero romano, apriamo gli occhi su ciò che c'è di nuovo e bello: quanti venti giungono, con gli immigrati dell'Africa che vengono a vivere qua, con le scoperte della scienza! C'è molta bellezza, siamo molto belli ma... non c'è nessun Deus Ex Machina: non siamo belli perché siamo nati così. Ci sono molti errori nella creazione ed avere il coraggio di affrontarli fa parte della bellezza che Dio ci ha donato. Affrontiamoli. Facciamo fallire tutte le multinazionali della superficialità. Costringiamoli a confrontarci con la nostra complessità ed intelligenza. Possiamo vincere. Cominciamo adesso. Sono pronta. Vi aspetto. Con amore. Miei tutti.
Lady Gaga. De gustibus...XD
Iscriviti a:
Post (Atom)
