giovedì 4 febbraio 2010
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Lasciamo stare tutto quello che in questo periodo mi dà da pensare, e che è simile a tutto quello che chiunque vive nella sua quotidianeità. Passiamo a qualcosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo sommerso. Qualcosa che non mi permette di addormentarmi la sera, nel mio letto, che attraversa come un fiume il mio subconscio mentre faccio altre cose e mi fa distrarre, qualcosa che scorre e finalmente tace all'interno della mia testa quando finalmente mi metto lì, e scrivo.
Parliamo di storie.
E' da poco passato il 27 gennaio, Giorno della Memoria. E' una data che sento attaccata con ago e filo al mio sentire, forse perchè sono una persona particolarmente sensibile, forse perchè sono un po' giudea nell'indole.
A parte ogni beffa, credo fermamente nell'importanza della memoria di fatti orribili accaduti durante la storia dell'umanità e per mano dell'umanità stessa, appunto perchè trovo che nella rivalsa a cui noi tutti aspiriamo (sì, proprio quella, quella rosa, lucente ed utopica. Quel sogno di cui hanno parlato e per cui hanno lottato in tanti) una buona parte la giochi la storia che ci portiamo dietro.
Questo Argomento mi porta a parlare di una storia a cui sono incredibilmente affezionata. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scriverla, probabilmente all'età di 15-16 anni. Conservo ancora la sua prima stesura (completa! Una delle poche storie che ho portato a termine!) su un quaderno blu dal bordo marrone chiaro, scritta a mano in quella mia calligrafia abbastanza cicciottella. Iniziai a scriverla proprio in occasione di un giorno della Memoria, essendo rimasta molto impressionata da un documentario che raccontava delle atrocità subite dai polacchi (ebrei e non) per mano dei nazisti. Per questo scelsi di dargli un'ambientazione storica, a partire dal settembre 1939, data dell'invasione tedesca in Polonia.
A quell'epoca, l'ambientazione storica mi creava non pochi problemi: per avere una conclusione, l'arco temporale in cui la storia doveva svolgersi doveva essere di parecchi anni, ed io non avevo un'idea esatta di cosa fosse avvenuto durante tutta la guerra in Polonia (a quell'epoca Wikipedia non era ancora di grido e Google per me era un po' una fantascenza da usare solo se in estremo bisogno).
In più, essendo bombardata da professoresse femministe e da suffragette di Amnesty Internetional, che trovavano in me una ragazzina decisa a riempire i loro auditori e cineforum di provincia, mi convinsi che dovevo fare di più, per la memoria. Scrivere una storia ambientata in un paese geografico senza nomi e senza nazioni, rimanendo del tutto nel generale. Quando impossibile, usare degli asterischi per nascondere al lettore qualsiasi riferimento. Anche i nomi dovevano diventare di fantasia. Così, Djula divenne "Amen" (ancora rabbrividisco al ricordo) Piotr si trasformò in "Oak", il nome della protagonista uno inventato di sana pianta, "Bena".
Volevo raccontare una guerra che le raccontasse tutte, per mostrare che tutte le guerre sono uguali, insulse, procurano la stessa identica sofferenza, che si svolgano in Polonia, in Italia, in Medio Oriente o in Ruanda.
Da qui, venne anche il titolo del racconto, "L'Anonima Guerra".
Ora, raccontata così, sembra che io abbia imbastito tutto questo scheletro, prima che inventassi la trama o i personaggi. In realtà, la trama mi venne tutta insieme, come anche i personaggi principali.
Si dipinse per me una casupola in un paesello nella campagna polacca, in cui un padre di famiglia da tutti considerato un po' matto ha comprato con i suoi risparmi una radio, e trae da essa notizie dal mondo esterno. Questo, e le sue idee un po' pazze, che lo portano per esempio a considerare i vicini ebrei come amici, lo hanno dotato di un notevole carisma, e molte persone si recano in casa sua, la sera, per ascoltare la radio insieme a lui. Tra di loro, non può mai mancare sua figlia, Bena, una ragazzina di nemmeno 16 anni, ma che si attira subito gli occhi addosso, visto che invece che ascoltare, come fanno tutti, non fa che fissare un giovane, che lei nel suo pensiero definisce il so fidanzato. E' in una di queste sere che la radio non capta nessun segnale. Silenzio da una parte, e un manipolo di contadini turbati dall'altra. Il giorno successivo, arrivano i tedeschi.

Questa fu la scena svoltasi nel Settembre del 1939 che mi si dipinse in mente, e io sapevo già cosa rendeva speciale tutti i personaggi presenti. Piotr, il carismatico padrone della radio, colui che girava la manopola commentava per primo le notizie. Un contadino che porta gli occhiali, che sa leggere, ha idee proprie, mentalità aperta. Un uomo cocciuto, fatto a rovescio, che non vede differenze tra le persone, di cui tutti sospettano la follia ma che chiunque rispetta.
Sua figlia, Bena, una sognatrice romantica, testarda come il padre. Anche lui, ci sta stretta nei panni della contadina. Ama senza vergogna un giovane ebreo (che si è chiamato Djula, poi Amen, adesso si chiama Dawid) e che è colei che deve fare i conti con la madre quando sia lei che il padre la mettono in imbarazzo.
I miei personaggi e la loro storia sono nati in Polonia, poi sono cresciuti in un paese non identificato, e quando la storia è finita, alcuni anni dopo, si sono ritrovati in Polonia. Attualmente, sto riscrivendo l'intera storia (la trama rimane più o meno la stessa) e l'ambientazione è tornata quella originaria. Credo che l'idea della guerra anonima fosse buona, ma rendeva il racconto molto scollegato, quasi i vari episodi fossero stati ripescati da vari luoghi comuni su quello che accade nelle zone martoriate dalla guerra e fossero stati mescolati, per riemergere in ordine sparso. Come se i miei personaggi corressero su un percorso ad ostacoli dal quale saltavano fuori dei bersagli casuali, e loro dovessero soltanto cercare di non scontrarvisi.
Visto che non ho intenzione di svelare la trama del racconto, cercherò di parlare di queste figure che vi si muovono, e perdonatemi se mi dilungherò o capirete poco o nulla di loro. Il fatto è che li amo molto.
Parliamo di storie.
E' da poco passato il 27 gennaio, Giorno della Memoria. E' una data che sento attaccata con ago e filo al mio sentire, forse perchè sono una persona particolarmente sensibile, forse perchè sono un po' giudea nell'indole.
A parte ogni beffa, credo fermamente nell'importanza della memoria di fatti orribili accaduti durante la storia dell'umanità e per mano dell'umanità stessa, appunto perchè trovo che nella rivalsa a cui noi tutti aspiriamo (sì, proprio quella, quella rosa, lucente ed utopica. Quel sogno di cui hanno parlato e per cui hanno lottato in tanti) una buona parte la giochi la storia che ci portiamo dietro.
Questo Argomento mi porta a parlare di una storia a cui sono incredibilmente affezionata. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scriverla, probabilmente all'età di 15-16 anni. Conservo ancora la sua prima stesura (completa! Una delle poche storie che ho portato a termine!) su un quaderno blu dal bordo marrone chiaro, scritta a mano in quella mia calligrafia abbastanza cicciottella. Iniziai a scriverla proprio in occasione di un giorno della Memoria, essendo rimasta molto impressionata da un documentario che raccontava delle atrocità subite dai polacchi (ebrei e non) per mano dei nazisti. Per questo scelsi di dargli un'ambientazione storica, a partire dal settembre 1939, data dell'invasione tedesca in Polonia.
A quell'epoca, l'ambientazione storica mi creava non pochi problemi: per avere una conclusione, l'arco temporale in cui la storia doveva svolgersi doveva essere di parecchi anni, ed io non avevo un'idea esatta di cosa fosse avvenuto durante tutta la guerra in Polonia (a quell'epoca Wikipedia non era ancora di grido e Google per me era un po' una fantascenza da usare solo se in estremo bisogno).
In più, essendo bombardata da professoresse femministe e da suffragette di Amnesty Internetional, che trovavano in me una ragazzina decisa a riempire i loro auditori e cineforum di provincia, mi convinsi che dovevo fare di più, per la memoria. Scrivere una storia ambientata in un paese geografico senza nomi e senza nazioni, rimanendo del tutto nel generale. Quando impossibile, usare degli asterischi per nascondere al lettore qualsiasi riferimento. Anche i nomi dovevano diventare di fantasia. Così, Djula divenne "Amen" (ancora rabbrividisco al ricordo) Piotr si trasformò in "Oak", il nome della protagonista uno inventato di sana pianta, "Bena".
Volevo raccontare una guerra che le raccontasse tutte, per mostrare che tutte le guerre sono uguali, insulse, procurano la stessa identica sofferenza, che si svolgano in Polonia, in Italia, in Medio Oriente o in Ruanda.
Da qui, venne anche il titolo del racconto, "L'Anonima Guerra".
Ora, raccontata così, sembra che io abbia imbastito tutto questo scheletro, prima che inventassi la trama o i personaggi. In realtà, la trama mi venne tutta insieme, come anche i personaggi principali.
Si dipinse per me una casupola in un paesello nella campagna polacca, in cui un padre di famiglia da tutti considerato un po' matto ha comprato con i suoi risparmi una radio, e trae da essa notizie dal mondo esterno. Questo, e le sue idee un po' pazze, che lo portano per esempio a considerare i vicini ebrei come amici, lo hanno dotato di un notevole carisma, e molte persone si recano in casa sua, la sera, per ascoltare la radio insieme a lui. Tra di loro, non può mai mancare sua figlia, Bena, una ragazzina di nemmeno 16 anni, ma che si attira subito gli occhi addosso, visto che invece che ascoltare, come fanno tutti, non fa che fissare un giovane, che lei nel suo pensiero definisce il so fidanzato. E' in una di queste sere che la radio non capta nessun segnale. Silenzio da una parte, e un manipolo di contadini turbati dall'altra. Il giorno successivo, arrivano i tedeschi.

Questa fu la scena svoltasi nel Settembre del 1939 che mi si dipinse in mente, e io sapevo già cosa rendeva speciale tutti i personaggi presenti. Piotr, il carismatico padrone della radio, colui che girava la manopola commentava per primo le notizie. Un contadino che porta gli occhiali, che sa leggere, ha idee proprie, mentalità aperta. Un uomo cocciuto, fatto a rovescio, che non vede differenze tra le persone, di cui tutti sospettano la follia ma che chiunque rispetta.
Sua figlia, Bena, una sognatrice romantica, testarda come il padre. Anche lui, ci sta stretta nei panni della contadina. Ama senza vergogna un giovane ebreo (che si è chiamato Djula, poi Amen, adesso si chiama Dawid) e che è colei che deve fare i conti con la madre quando sia lei che il padre la mettono in imbarazzo.
I miei personaggi e la loro storia sono nati in Polonia, poi sono cresciuti in un paese non identificato, e quando la storia è finita, alcuni anni dopo, si sono ritrovati in Polonia. Attualmente, sto riscrivendo l'intera storia (la trama rimane più o meno la stessa) e l'ambientazione è tornata quella originaria. Credo che l'idea della guerra anonima fosse buona, ma rendeva il racconto molto scollegato, quasi i vari episodi fossero stati ripescati da vari luoghi comuni su quello che accade nelle zone martoriate dalla guerra e fossero stati mescolati, per riemergere in ordine sparso. Come se i miei personaggi corressero su un percorso ad ostacoli dal quale saltavano fuori dei bersagli casuali, e loro dovessero soltanto cercare di non scontrarvisi.
Visto che non ho intenzione di svelare la trama del racconto, cercherò di parlare di queste figure che vi si muovono, e perdonatemi se mi dilungherò o capirete poco o nulla di loro. Il fatto è che li amo molto.
Bena
Assicuro che sono tutte cose molto appropriate :)La protagonista. All'inizio della storia, ha quasi sedici anni ed è molto angustiata con il mondo perchè non è lei la figlia maggiore, e quindi non può sposarsi. E' innamorata di un giovane ebreo, Dawid, che la riama e le ha promesso che se ne andranno insieme, dove nessuno li conosce, quando avrà racimolato un po' di soldi. Quando il sipario si alza su di lei, Bena non fa altro che pensare a Dawid, o almeno si sforza di fare così.
Spesse volte mi sono chiesta come potesse essere che Dawid amasse Bena. E' vero, è bella, ma la bellezza è una caratteristica più o meno ubiquitaria. In realtà lei è quasi una bambina, vive in un mondo fiabesco, che non si spezza anche quando gli eventi cominciano a precipitare. Allo stesso tempo, possiede un'energia fuori dal comune, che le permette di vivere in molti posti contemporaneamente: nel futuro ancora incerto con il suo innamorato, nel presente nel quale deve lavorare nei campi ed occuparsi di fratelli minori e casa, nell'onnipresente dimensione nella quale può pensare autonomamente e lasciarsi andare alla propria logica, ereditata dal padre, e dipingere il mondo secondo le proprie impressioni e la propria intelligenza.
Difetti: tende chiaramente alla fissazione e all'estraneamento. C'è qualcosa di un po' autistico nella perseveranza che questa ragazza ha di sè stessa. Per anni in cui non incontra Dawid, riesce a rimanere convinta di essere innamorata di lui, allo stesso tempo riesce a trovare un'altra ancora umana alla realtà (vedremo poi chi) sviluppando per essa una vera e propria dipendenza. nei momenti di pericolo difficilmente la raggiunge il panico o la disperazione. In quei momenti, i pensieri futili, i ricordi o semplicemente la determinazione la spingono. Forse è proprio per questo suo carattere che mi è tanto difficile mostrare le cose attraverso il suo punto di vista.
Alcune cose carine che ho scovato sul suo nome vero, Kamila (in questa versione del racconto, Bena è il soprannome con cui tutti la chiamano):


Spesse volte mi sono chiesta come potesse essere che Dawid amasse Bena. E' vero, è bella, ma la bellezza è una caratteristica più o meno ubiquitaria. In realtà lei è quasi una bambina, vive in un mondo fiabesco, che non si spezza anche quando gli eventi cominciano a precipitare. Allo stesso tempo, possiede un'energia fuori dal comune, che le permette di vivere in molti posti contemporaneamente: nel futuro ancora incerto con il suo innamorato, nel presente nel quale deve lavorare nei campi ed occuparsi di fratelli minori e casa, nell'onnipresente dimensione nella quale può pensare autonomamente e lasciarsi andare alla propria logica, ereditata dal padre, e dipingere il mondo secondo le proprie impressioni e la propria intelligenza.
Difetti: tende chiaramente alla fissazione e all'estraneamento. C'è qualcosa di un po' autistico nella perseveranza che questa ragazza ha di sè stessa. Per anni in cui non incontra Dawid, riesce a rimanere convinta di essere innamorata di lui, allo stesso tempo riesce a trovare un'altra ancora umana alla realtà (vedremo poi chi) sviluppando per essa una vera e propria dipendenza. nei momenti di pericolo difficilmente la raggiunge il panico o la disperazione. In quei momenti, i pensieri futili, i ricordi o semplicemente la determinazione la spingono. Forse è proprio per questo suo carattere che mi è tanto difficile mostrare le cose attraverso il suo punto di vista.
Alcune cose carine che ho scovato sul suo nome vero, Kamila (in questa versione del racconto, Bena è il soprannome con cui tutti la chiamano):
- Una tipo di farfalla si chiama così.

- Camilla significa "Ministro di Dio, Sacerdote/Sacerdotessa, Colui/Colei che partecipa alle cerimonie".
- Camilla è un personaggio che si incontra nell'Eneide di Virgilio: alleata di Turno, guida il suo popolo di vergini guerriere in stile amazzoni; quando rimane uccisa, la sua morte è vendicata dalla dea Diana.
- Camilla è uno dei più grandi asteroidi della Fascia Principale, orbitante attorno al Sole.
- Esiste un film intitolato: "Camilla - Un amore proibito"
- Esiste un fiore con questo nome, Iris Camillae.
lunedì 4 gennaio 2010
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"Guardare la vita in faccia, sempre, guardare la vita in faccia, e conoscerla, per quello che è. Al fine di conoscerla, amarla, per quello che è. E poi metterla da parte.
Per sempre gli anni che abbiamo trascorso, per sempre gli anni.
Per sempre l'amore, per sempre.
Le ore."
Come a dirsi...chi si perde l'ultima frase del film è perduto.
(Il mio personaggio preferito del film? Leonard...)
venerdì 25 dicembre 2009
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Efeso, 25° giorno del 12 mese AC, raccolta di alcune riflessioni.
Efeso è una città ricca, fiorente, brulicante, non c'è solitudine oltre la mia finestra, la porta della nostra casa, nè di uomini nè di oggetti, o di dei, come dicono alcuni. Quando ero bambina, credevo a quest'ultima cosa, perchè da ogni parte, luoghi il cui nome mi sapeva di esotico e di fantastico, pellegrini e fedeli percorrevano miglie infinite per giungere al cospetto di chi, da luoghi non scrutati da occhi umano, li proteggeva o li puniva. E io mi dicevo, se tante persone credono alla medesima cosa, se questa fa da collante tra uomini politici, nemici, contadini, artigiani, tra chi guadagna e chi perde ogni cosa, tra chi persevera e chi si arrende...Se l'umanità che io posso soltanto immaginare, e di cui intravedo un piccolo arto, si unisce facendo della religione mezzo e fine della propria anima, vita e morte, allora ci deve essere qualche cosa di superiore che li ispira a partire dalla verità.
Il tempio è diventato enorme, le nostre case sono piccine in confronto ad esse. Là dentro, i braceri ardono sempre, i sacerdoti si trovano sulla cima del mondo ed interpretano tutto e lo dichiarano "vero". La gente li rispetta, il tempio attira pellegrini, i pellegrini pagano, ma questo è giusto, perchè ognuno ha quello che vuole, chi la protezione, chi i denari, chi la carica più importante di quella precedente. E' necessario, è inevitabile, è provvidenziale, sarà sempre così, sempre.
In vero, questi sembrano essere tempi destinati a divenire più tesi. Mi è difficile immaginarlo, ma forse qualche cosa sta per cambiare radicalmente. Un uomo è giunto, un ebreo, cittadino romano. Urla e sbraita per ogni strada, non si ferma neppure se trascinato nell'arena per esser bastonato, nè nel bel mezzo delle contrattazioni al mercato, nè di fronte alle gradinate del tempio, di notte e di giorno. E' instancabile, parla e gesticola, instancabile, discute con gli uomini, aristocratici, mercanti o straccioni, e sarebbe pronto a morire pur di lasciare qualche traccia in noi con le sue idee. Ed è questo, questo suo carattere che a volte mi fa credere che un giorno, ben presto, ogni cosa che conosciamo cambierà. Ah se fosse così, se questa ruota bloccata dal fango potesse tornare a girare, libera, e non smettere più!
Lui dice che il tempio crollerà, che gli idoli non hanno significato, che dio ama, è uno e ha abitato la carne tra uomini del nostro tempo. Ma a questo io non riesco completamente a credere, perchè sostiene che sia morto. Gli dei non possono morire. E poi, forse essendosi accorto dell'intoppo, si corregge e ci dice che è resuscitato. E qui di nuovo non riesco a capire: se è tornato alla vita nella carne, perchè poi andarsene dalle terre degli uomini? Ma questo tuttavia non mi desta molto interesse.
Io vorrei rispondere, ad alcune delle sue opinioni. Davvero crede che il tempio crollerà, gli idoli diverrano polvere, gli ori strozzeranno i nostri sacerdoti, le preghiere incontreranno gli orecchi di statue mute e sorde, e tutto questo sarà pagato a caro prezzo, adesso che è avvenuta una rivelazione della verità?
"Una" rivelazione della verità. Come se si trattasse di una novità. Le idee si fronteggiano, ed ognuna trova adepti, sono poi gli uomini più o meno forti a farne vincere l'una o l'altra.
E se anche come lui dice il tempio e le sue colonne crollasse, se l'aspetto della Dea venisse dimenticato dai figli dei figli, se gli agnelli venissero risparmiati per il sacrificio alla terra che deve generare, se i mercanti cessassero di vendere idoli e morissero di fame.......
Non sarebbe più che probabile che nuovi templi ed enormi colonne venissero eretti, che l'oro dei nostri sacerdoti venisse fuso ed usato per forgiare bracciali dei nuovi, il volto della Dea rispunterebbe in quello di una donna, di una madre qualunque, investita della vecchia carica di fertilità e maternità, diventasse nuovo specchio della superstizione? E ai vecchi idoli si sostituirebbero i nuovi idoli, si moltiplicherebbero le personalità pretestuose santificate dal bisogno dell'uomo di avere tanti dei per i propri capricci, il codice delle trame politiche e dei passaggi di potere all'ombra dei templi cambierebbero lingua, ma non sarebbero eradicati.
E allora non capisce, quell'uomo, che nulla cambierà, mai? Se il suo dio prenderà piede, allora tutte queste cose accadranno, come è sempre successo. E i figli dei miei figli si sollazzeranno con pensieri differenti su ciò che li aspetterà dopo la morte, mentre loro saranno distratti i dententori della verità svuoteranno loro la borsa e li manderanno in guerra, e nulla sarà cambiato. E il nuovo dio proferità parola soltanto nei racconti e nei miti.

Efeso è una città ricca, fiorente, brulicante, non c'è solitudine oltre la mia finestra, la porta della nostra casa, nè di uomini nè di oggetti, o di dei, come dicono alcuni. Quando ero bambina, credevo a quest'ultima cosa, perchè da ogni parte, luoghi il cui nome mi sapeva di esotico e di fantastico, pellegrini e fedeli percorrevano miglie infinite per giungere al cospetto di chi, da luoghi non scrutati da occhi umano, li proteggeva o li puniva. E io mi dicevo, se tante persone credono alla medesima cosa, se questa fa da collante tra uomini politici, nemici, contadini, artigiani, tra chi guadagna e chi perde ogni cosa, tra chi persevera e chi si arrende...Se l'umanità che io posso soltanto immaginare, e di cui intravedo un piccolo arto, si unisce facendo della religione mezzo e fine della propria anima, vita e morte, allora ci deve essere qualche cosa di superiore che li ispira a partire dalla verità.
Il tempio è diventato enorme, le nostre case sono piccine in confronto ad esse. Là dentro, i braceri ardono sempre, i sacerdoti si trovano sulla cima del mondo ed interpretano tutto e lo dichiarano "vero". La gente li rispetta, il tempio attira pellegrini, i pellegrini pagano, ma questo è giusto, perchè ognuno ha quello che vuole, chi la protezione, chi i denari, chi la carica più importante di quella precedente. E' necessario, è inevitabile, è provvidenziale, sarà sempre così, sempre.
In vero, questi sembrano essere tempi destinati a divenire più tesi. Mi è difficile immaginarlo, ma forse qualche cosa sta per cambiare radicalmente. Un uomo è giunto, un ebreo, cittadino romano. Urla e sbraita per ogni strada, non si ferma neppure se trascinato nell'arena per esser bastonato, nè nel bel mezzo delle contrattazioni al mercato, nè di fronte alle gradinate del tempio, di notte e di giorno. E' instancabile, parla e gesticola, instancabile, discute con gli uomini, aristocratici, mercanti o straccioni, e sarebbe pronto a morire pur di lasciare qualche traccia in noi con le sue idee. Ed è questo, questo suo carattere che a volte mi fa credere che un giorno, ben presto, ogni cosa che conosciamo cambierà. Ah se fosse così, se questa ruota bloccata dal fango potesse tornare a girare, libera, e non smettere più!
Lui dice che il tempio crollerà, che gli idoli non hanno significato, che dio ama, è uno e ha abitato la carne tra uomini del nostro tempo. Ma a questo io non riesco completamente a credere, perchè sostiene che sia morto. Gli dei non possono morire. E poi, forse essendosi accorto dell'intoppo, si corregge e ci dice che è resuscitato. E qui di nuovo non riesco a capire: se è tornato alla vita nella carne, perchè poi andarsene dalle terre degli uomini? Ma questo tuttavia non mi desta molto interesse.
Io vorrei rispondere, ad alcune delle sue opinioni. Davvero crede che il tempio crollerà, gli idoli diverrano polvere, gli ori strozzeranno i nostri sacerdoti, le preghiere incontreranno gli orecchi di statue mute e sorde, e tutto questo sarà pagato a caro prezzo, adesso che è avvenuta una rivelazione della verità?
"Una" rivelazione della verità. Come se si trattasse di una novità. Le idee si fronteggiano, ed ognuna trova adepti, sono poi gli uomini più o meno forti a farne vincere l'una o l'altra.
E se anche come lui dice il tempio e le sue colonne crollasse, se l'aspetto della Dea venisse dimenticato dai figli dei figli, se gli agnelli venissero risparmiati per il sacrificio alla terra che deve generare, se i mercanti cessassero di vendere idoli e morissero di fame.......
Non sarebbe più che probabile che nuovi templi ed enormi colonne venissero eretti, che l'oro dei nostri sacerdoti venisse fuso ed usato per forgiare bracciali dei nuovi, il volto della Dea rispunterebbe in quello di una donna, di una madre qualunque, investita della vecchia carica di fertilità e maternità, diventasse nuovo specchio della superstizione? E ai vecchi idoli si sostituirebbero i nuovi idoli, si moltiplicherebbero le personalità pretestuose santificate dal bisogno dell'uomo di avere tanti dei per i propri capricci, il codice delle trame politiche e dei passaggi di potere all'ombra dei templi cambierebbero lingua, ma non sarebbero eradicati.
E allora non capisce, quell'uomo, che nulla cambierà, mai? Se il suo dio prenderà piede, allora tutte queste cose accadranno, come è sempre successo. E i figli dei miei figli si sollazzeranno con pensieri differenti su ciò che li aspetterà dopo la morte, mentre loro saranno distratti i dententori della verità svuoteranno loro la borsa e li manderanno in guerra, e nulla sarà cambiato. E il nuovo dio proferità parola soltanto nei racconti e nei miti.

lunedì 21 dicembre 2009
Primo post di una lunga serie, spero (non sono una persona incostante, soltanto un po' pigra, e tutte le cose che hanno a che fare con il computer che non si fanno da sole mi fanno venire il latte alle ginocchia...)
Mi presento. Non sono una scrittrice in erba, perchè, malgrado abbia 21 anni, ho finito di scrivere il mio primo "libro" (ben due quaderni a quadretti scritti a mano) quando avevo 13 anni. Faceva assai schifo per come fosse scritto, ma la storia era tutta mia, e se ne trovano tracce in quei racconti che sto portando avanti ancora adesso.
Essendo una scrittrice, cerco un editore. Naturalmente, questo è uno dei paesi nei quali una delle leggi non scritte ma che tutti ben conoscono, e che sono state "cantate" nella letteratura da autori conservatori come Verga, è quella del Sommerso: sommerso sei, sommerso rimarrai. E sinonimi della parola "sommerso" potrebbero essere anonimo, ignorato, sfigato, emergente...
Quello che accade ai giovani come me, è proprio quello che accade al buon lettore che, in una qualsiasi delle città italiane, si reca in libreria e richiede un libro che non viene propriamente distribuito da blockbuster: non solo non lo troverà negli scaffali, ma i commessi lo guarderanno con perplessità ("ma è sicura che questo libro esista?"), si sentirà dire che è un titolo fuori catalogo, si trova soltanto in un magazzino a Vladivostok, è presente in una sola edizione al prezzo di 45 euro, potrà arrivare se ordinato forse tra sei mesi ("ma è comunque meglio che chiami, prima di passare a vedere...)
Libri che magari sono considerati bestsellers all'estero, di scrittori di cui in Italia non sappiano nemmeno scrivere correttamente il nome su quei maledetti computer che fanno sentire giustificati i commessi a non andare nemmeno a vedere in magazzino. Libri che vantano migliaia di pagine di recensione su siti stranieri, la cui trama è sviscerata sulla pagina (in inglese) di Wikipedia. Mentre noi, ci dobbiamo sorbire la pubblicità dei Baci Perugina che ci invita a proporre le nostre frasi d'amore che saranno giudicate da quel fantastico canta-seghe...ahem...storie di Moccia e l'ennesimo libro di Bruno Vespa dal titolo "Il Valzer del Moscone" che parla dell'allegoria di un moscovita che voleva fare il ballerino d'opera e che si è ritrovato a gestire un bastimento durante una tempesta.
Per mia grande sfortuna, il Fato/Caso o chi per esso mi ha destinato un'ossessione particolare: invento storie. E, di conseguenza, le scrivo. Sono un'aspirante scrittrice emergente, ma come tutti quelli della mia specie, sono tacitamente accusata da chi nemmeno prende in considerazione il mio lavoro di essere "non-professionale, non-interessante, non-in linea con la linea editoriale, non-in orario per la chiusura del piano editoriale" eccetera, eccetera, eccetera. Il famoso e scherzoso detto: "innocente fino a prova contraria" non vale nel campo dell'editoria.
Devo spezzare una lancia a favore di queste povere case editrici: non racconto storie sconce come Melissa P., non metto insieme elegie di parole senza senso intrise di grande cultura come Baricco, non canto ipnotiche gesta di adolescenti che credono nell'amore finto come Moccia, non racconto le gesta di eroine in bikini borchiato con una "H" nel bel mezzo del nome da elfa come la Troisi...
Io scrivo le storie che nascono nella mia testa, e se qualcuno che scrive davvero potrà leggere queste parole, capirà che lo faccio sul serio: non decido io la storia, essa va da sè come deve andare, io non ne sono che la dattilografa.
Di tutte le storie che ho iniziato, solo quattro ne ho finite (ma due delle quali devono essere riviste ed in pratica riscritte)
Quello che vorrei fare, in questo blog è raccontare le mie storie: le trame, ciò che vi sta dietro, le ispirazioni, condividerne qualche estratto.
Con un pizzico di altre cose, ogni tanto, qualche parola su quello che leggo magari, quello che penso, quello che mi fa arrabbiare o sorridere e...ah sì, certo, imparare ad usare un blog, naturalmente.
Piccolo avvertimento: sono toscana ( proprio come Pierraccioni, o Ceccherini, oppure quei ragazzi del Nido Del Cuculo, che ridoppiano i film in livornese, e quel santo mostro di Dante). Quando un toscano offende, lo fa sempre scherzosamente. Ma per evitare fraintendimenti: librai, editori, signori Moccia, Baricco, Vespa e P., prendete le mie parole come se fossero i versi di una poesia d'amore e di stima in fiorentino.
La lotta contro i Sith ha inizio...
Mi presento. Non sono una scrittrice in erba, perchè, malgrado abbia 21 anni, ho finito di scrivere il mio primo "libro" (ben due quaderni a quadretti scritti a mano) quando avevo 13 anni. Faceva assai schifo per come fosse scritto, ma la storia era tutta mia, e se ne trovano tracce in quei racconti che sto portando avanti ancora adesso.
Essendo una scrittrice, cerco un editore. Naturalmente, questo è uno dei paesi nei quali una delle leggi non scritte ma che tutti ben conoscono, e che sono state "cantate" nella letteratura da autori conservatori come Verga, è quella del Sommerso: sommerso sei, sommerso rimarrai. E sinonimi della parola "sommerso" potrebbero essere anonimo, ignorato, sfigato, emergente...
Quello che accade ai giovani come me, è proprio quello che accade al buon lettore che, in una qualsiasi delle città italiane, si reca in libreria e richiede un libro che non viene propriamente distribuito da blockbuster: non solo non lo troverà negli scaffali, ma i commessi lo guarderanno con perplessità ("ma è sicura che questo libro esista?"), si sentirà dire che è un titolo fuori catalogo, si trova soltanto in un magazzino a Vladivostok, è presente in una sola edizione al prezzo di 45 euro, potrà arrivare se ordinato forse tra sei mesi ("ma è comunque meglio che chiami, prima di passare a vedere...)
Libri che magari sono considerati bestsellers all'estero, di scrittori di cui in Italia non sappiano nemmeno scrivere correttamente il nome su quei maledetti computer che fanno sentire giustificati i commessi a non andare nemmeno a vedere in magazzino. Libri che vantano migliaia di pagine di recensione su siti stranieri, la cui trama è sviscerata sulla pagina (in inglese) di Wikipedia. Mentre noi, ci dobbiamo sorbire la pubblicità dei Baci Perugina che ci invita a proporre le nostre frasi d'amore che saranno giudicate da quel fantastico canta-seghe...ahem...storie di Moccia e l'ennesimo libro di Bruno Vespa dal titolo "Il Valzer del Moscone" che parla dell'allegoria di un moscovita che voleva fare il ballerino d'opera e che si è ritrovato a gestire un bastimento durante una tempesta.
Per mia grande sfortuna, il Fato/Caso o chi per esso mi ha destinato un'ossessione particolare: invento storie. E, di conseguenza, le scrivo. Sono un'aspirante scrittrice emergente, ma come tutti quelli della mia specie, sono tacitamente accusata da chi nemmeno prende in considerazione il mio lavoro di essere "non-professionale, non-interessante, non-in linea con la linea editoriale, non-in orario per la chiusura del piano editoriale" eccetera, eccetera, eccetera. Il famoso e scherzoso detto: "innocente fino a prova contraria" non vale nel campo dell'editoria.
Devo spezzare una lancia a favore di queste povere case editrici: non racconto storie sconce come Melissa P., non metto insieme elegie di parole senza senso intrise di grande cultura come Baricco, non canto ipnotiche gesta di adolescenti che credono nell'amore finto come Moccia, non racconto le gesta di eroine in bikini borchiato con una "H" nel bel mezzo del nome da elfa come la Troisi...
Io scrivo le storie che nascono nella mia testa, e se qualcuno che scrive davvero potrà leggere queste parole, capirà che lo faccio sul serio: non decido io la storia, essa va da sè come deve andare, io non ne sono che la dattilografa.
Di tutte le storie che ho iniziato, solo quattro ne ho finite (ma due delle quali devono essere riviste ed in pratica riscritte)
Quello che vorrei fare, in questo blog è raccontare le mie storie: le trame, ciò che vi sta dietro, le ispirazioni, condividerne qualche estratto.
Con un pizzico di altre cose, ogni tanto, qualche parola su quello che leggo magari, quello che penso, quello che mi fa arrabbiare o sorridere e...ah sì, certo, imparare ad usare un blog, naturalmente.
Piccolo avvertimento: sono toscana ( proprio come Pierraccioni, o Ceccherini, oppure quei ragazzi del Nido Del Cuculo, che ridoppiano i film in livornese, e quel santo mostro di Dante). Quando un toscano offende, lo fa sempre scherzosamente. Ma per evitare fraintendimenti: librai, editori, signori Moccia, Baricco, Vespa e P., prendete le mie parole come se fossero i versi di una poesia d'amore e di stima in fiorentino.
se sei arrivato a leggere fin qui...ti ringrazio e a presto!!! Saluti saluti!!!
Tea
Tea
La lotta contro i Sith ha inizio...
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