sabato 5 febbraio 2011

La morte del Cigno?


Mi capita di progettare nella mia mente articoli, raccolte di miei opinioni personali, descrizioni di personaggi, racconti, incipit, finali, aforismi, pensierini da poetastro dalle pretese elementari. Mi capita a molte ore del giorno, quando sono distesa o quando rivolgo la mia mente alle angosciose attività dello studio, del tirocinio, dell'intrattenimento sociale e/o virtuale.
Ed in una settimana aumenta il numero di cose, in quantità letterarie naturalmente, che potrei scrivere. Questa curva ascendente va di pari passo con titoli di canzoni che attirano la mia attenzione, soggetti o panorami che avrei voglia di fotografare, modelle su pagine di giornale che vorrei ritratte a lapis e poi gioiosamente colorare, romanzi di cui vorrei far tesoro.
Ma si è come estinta la mia voglia di mettermi lì e fare una a caso di tutte queste cose.

Mi spiego meglio: sono uscita dal vortice adolescenziale nel quale di mescolavano ormoni, religione, nichilismo, giochi psicologici da autistica, amori infelici, timidezza patologica e rabbia politica. Non sento più quel ribollire che mi creava una sorta di male psico-fisico e che rendeva lo sputare tutto su fogli di carta un mero bisogno fisiologico. Dalla seconda media al primo anno di università avrò riempito circa dieci arrabbiatissimi (e arrapatissimi) diari segreti, ho creato racconti con una prolificità quasi mensile che mi occupava intere nottate nel tentativo di trascrivere ciò che viaggiava nella testa per non scordarlo.
Adesso non ne ho più bisogno.
Vuoi perché gli ormoni sono ormai quelli di una persona adulta, ed anche le mestruazioni rispettano banalmente cicli di 28 giorni, privi di scuse abbastanza importanti per fare le preziose e farsi attendere oltre.
Vuoi perché le delusioni brucianti sono diventate acquisite disillusioni. Non mi capita più di accorgermi che il volto che guardavo anziché un volto fosse una maschera...ormai le maschere sono così ben riconoscibili per me. Non piango più dall'incredulità di fronte all'ingiustizia o all'angheria, anche subita in terza persona, e piuttosto che sopportare con sofferenza non do la soddisfazione al professore/al coetaneo stronzo/al parente bigotto/a chiunque si pari sulla mia strada di fermare il mio cammino. Che vadano in culo, insomma.
Cosa ho mai da sfogarmi, dunque?

Ma non c'è solo questo. Mi accorgo che non ho proprio alcuna voglia di farmi ascoltare "da voi". Negli anni della scrittura, avevo piacere di scrivere perché qualcuno di voi leggesse e poi mi dicesse cosa pensava del mio lavoro.
Ma adesso il pensiero di quando sia inutile condividere attraverso il mezzo della scrittura alcune cose che transitano qua dentro è così forte e ben radicato che fuga tutta la mia voglia di alzarmi, accendere il computer, faticare per dare origine a fiumi di parole di cui non sento più il fisiologico bisogno.
Mi lasciano indifferenti gli obblighi di cortesia, le carinerie tra conoscenti, le pacche sulla spalla di chi non ammette la validità delle opinioni altrui per eccessiva stupidità.

Da cosa è nata questa mia riflessione?
L'altro giorno pensavo a tutto ciò che accade in Egitto, che accadeva in Tunisia...moti di rivoluzione nati sul web grazie a persone che scrivono, domandano, leggono, propongono in massa. Una cosa che qui proprio non esiste. Eppure i nostri problemi sono proporzionatamente più piccoli. Perché non ci riusciamo? Facciamo l'esempio dell'eterno rompicapo dell'Università italiana: lo sappiamo, è inceppata, ingiusta, costosa, corrotta, primitiva, confusionaria. Sappiamo che il problema sono lo strapotere dei baroni, le raccomandazioni, familiari e non, l'organizzazione casuale dei corsi, lo sfruttamento di assistenti e studenti, la gerarchia che permette soprusi e fa sentire gli ordinari in genere in diritto di trombarsi anche tua nonna, i finanziamenti statali che finiscono negli stipendi dei notai che si occupano dei garbugli degli atenei, la considerazione pari a zero data a ricercatori...
Lo sappiamo. Lo sappiamo. Ma siamo sterili, accettiamo pur di non rimanere qui più a lungo di quanto sia sopportabile, perché pensare di andar contro tutto questo da soli equivale ad un suicidio. E' vero...ma perché siamo soli?
Io non ero così, avevo voglia di ascoltare e farmi ascoltare dagli altri, avevo voglia di scrivere e sputare su fogli di carta tutto quello che di questa realtà mi appannava la testa. E ora, cosa è successo? Mi si è inaridita la creatività? L'anatomia e la fisiopatologia si sono succhiati tutta la mia materia grigia? Sono soltanto troppo stanca per scrollarmi la sera e fare qualcosa di diverso da uno svago insulso come una chat piena di emoticons?

Nossignori. Questa nostra società di merda è fatta proprio così: ognuno dei suoi meccanismi di privazione, per funzionare, deve mortificare il singolo e fargli attribuire la sua perdita di felicità ad una sua colpa personale. Ma so benissimo di non essere io quella che ha commesso un reato contro sé stessa, perché i colori della fioritura, a sprazzi, li vedo ancora in questa mia testa. Mi capita ancora di comporre frasi poetiche mentre attendo il sonno, e poi al risveglio maledirmi perché non mi sono alzata dal letto per scriverle, visto che le ho dimenticate. Mi capitava a 14 anni, mi capita ancora, malgrado sia passato un maremoto di estrogeni.
Io so bene che questa società è improntata sulle persone che la abitano, sui loro magici, piccoli inquilini. Lo so bene che tutti gli stilosi borghesi italiani odiano chi toppa i test "escludi l'oggetto che non c'entra niente" perché ha un'intelligenza divergente, odiano chi colora il vestito dell'angioletto di rosso anziché d'azzurro, odiano chi acquisisce sapere IN MODO CRITICO, chi intravede la realtà che sta sotto all'apparenza e lo dichiara apertamente. Questi soggetti sono da sempre tacciati di pericolosità, isolati, bastonati, accidentalmente spruzzati di DDT mentre si disinfesta la siepe in giardino.

Non ho voglia di scrivere perché so che non mi vuoi bene, non mi comprendi, non mi accogli, popolo mio. Faresti di me carne da rogo, se costumi medievali te lo permettessero, e racconteresti la mia storia con uno sketch alla Monty Python, che sarebbe apprezzato perfino da nerd ed intellettuali.

In tutto questo, io mi ricordo del 1984 di Orwell, e lo uso per spiegare ancora una volta come io concepisco la "Contro-Correnza": nel finale di quel terribile libro, si capisce fin troppo bene che la stessa disobbedienza di coloro che tentavano di resistere al regime era funzionale e fondamentale al suo mantenimento. Perché: un regime basato sul consenso ha bisogno dei dissidenti da schiacciare.
Ebbene, io non ho intenzione di essere una dissidente figa e lamentosa, non spargerò diari ricolmi di urla di guerra. Guadagnerò i riconoscimenti, questo sì, rimanendo fedele a me stessa. E' questo quello che in realtà, o Musa Delle Società, tu vorresti impedire. Se rinunciassi a questo, pur potendomi sfogare scrivendo tutti i racconti del mondo, allora sì che mi farei schifo.

Ieri sera ho dichiarato: Mi faccio schifo. Pensavo di aver realizzato di essere come gli altri. Di accettare con sottomissione i dettami di un meccanismo sociale assurdo. Ma non è così, oh no. Finché avrò la forza di credere e ragionare, resisterò al lavaggio del cervello che vuol farmi vedere la mia moralità come in caduta libera. Ed è questo il modo, io credo, per continuare ad accrescerla sempre, pianino pianino, pur con la stanchezza di una studentità pesantemente gravata da tasse.

Nella buia notte che si dilunga, mi riscaldo stringendomi nel mio mantello segreto. E' tessuto di fili di voci e capelli amati. Formano ciuffi che riconosco al tatto delle labbra, perché baciarli è la mia gioia ed il compimento delle mie giornate. Li amo perché anche quando insegno loro, e loro dicono che non è raro, io imparo. Perché non soltanto accettare è un atto di volontà per il quale bisogna esercitarsi, ma anche essere SOGGETTO di questa accoglienza. E' una delle innumerevoli cose che non ho appreso da libri, documentari, riviste: dalle persone. Ed io conservo il tocco dei loro capelli: perché sì, io li amo.


(In conclusione, mi scuso. Mi sono accorta di quanto sono confusa a volte nell'esporre le mie opinioni e mal si comprende. Vabbè.)



domenica 30 gennaio 2011

Memoria.

Questo è un post che avrebbe dovuto comparire circa tre giorni fa, il 27 gennaio. Ma sapete com'è, ci sono conferenze, appuntamenti, esami, sessioni di studio, pranzi e cene, puntate ai bar notturni (rare), incontri con amici più o meno storici che si travestono così perentoriamente in scuse. Ogni anno per il Giorno Della Memoria sono solita indirizzare una mia azione giornaliera in quella direzione, quella della memoria: mi guardo un film, seguo un documentario alla televisione, scrivo qualcosa di inerente. Ma, ripeto, "sapete com'è", o miei invisibili, dove abito adesso non ho la televisione e malgrado ormai essa possa essere sostituita la computer, non appena mi avvicino ad esso, il vampiro Facebook mi agguanta con le sue lunghe dita e non mi permette di concentrarmi su film o documentari. In quanto a scrivere una riflessione...in questo periodo partorisco con difficoltà parole significative, che comunque non si riproducono e sterili rimangono in fila su uno o due fogli al massino, derubate di movimento e colore dalla mia inettitudine. Chissà...forse se rimasesse qualche traccia umana di qualcuno che leggesse ciò che scarabocchio in sembiante di alfabeto fonetico.


A parte queste divagazioni introduttive su me stessa, comincerò a trattare il reale argomento che mi sta a cuore in questo momento. La Memoria, che nel 27 gennaio punta i suoi occhi iperriflettenti sugli orrori nazisti che si sono svolti in Germania, Polonia, Austria, Francia, Italia a partire dal 1939 fino al 1945.


Almeno per sentito dire, tutti i dati di questo genocidio sono giunti alle nostre orecchie: 6 milioni di ebrei morti (documentati, vale a dire...molti di più), la popolazione ebrea di un paese come la Polonia quasi completamente sterminata, cittadini polacchi deportati e sfruttati come bestie perchè ritenuti razza inferiore "da soma", rom rinchiusi nei campi di sterminio assieme ai giudei, ai comunisti, alle famiglie dei dissidenti, agli omosessuali...

Il grande popolo dei "diversi", che sempre vengono offesi "così per dire" in proverbi, barzellette, storie goliardiche, canzoncine popolari, pubblicità, telefilm e film dalle pretese di comicità, è stato effettivamente oggetto di un tentativo di sterminio fisico (e morale e psicologico) circa sessant'anni fa, anche nel nostro stesso paese, l'Italia.


Ieri sera ho guardato in televisione la replica del porgramma su la7 di Marco Paolini e Gad Lerner "Ausmerzen". Hanno trattato il tema poco conosciuto dei programmi di eutanasia che furono applicati durante il Terzo Reich in Germania negli ospedali psichiatrici. Persone disabili, portatrici di malattie genetiche, ritardati, con malattie della psiche (a quell'epoca anche l'alcolismo era considerato tale e curato in manicomio), soprattutto in tenera età, vennero spenti da medici ed infermieri. Li sottoposero a diete povere di grassi programmate per farli morire entro un certo numero di settimane, oppure sperimentarono su di loro medicinali e vaccini. Tutto questo all'insaputa delle famiglia, alle quali veniva spedita una corrispondenza falsa.

L'accento è stato posto sul ruolo dei medici in questa vicenda: psichiatri progressisti che hanno visto in questo programma una nuova applicazione dell'ormai perduto ruolo della sana selezione naturale. In pratica una soluzione ai problemi dell'intero globo. Gad Lerner ha posto la domanda (Cosa avreste fatto voi?) alle persone presenti in sala, ed io mi sento forse di azzardare una risposta, essendomi io avviata sulla difficile strada della Medicina. (che, come ha fatto notare uno psichiatra ieri sera, non è una scienza, ma una PRATICA, che si basa su conoscenze scientifiche. Principalmente comunque è una pratica ASSISTENZIALE. Senza l'empatia, la comprensione, il desiderio di farsi servi di chi soffre, che stanno in equilibrio con la scienza, non si può parlare di Medicina.)

Ho deciso di studiare Medicina in seguito ad una lunga riflessione, avvenuta circa quattro anni fa, che non mi portò a niente. Per quanto riflettessi e valutassi tutte le facoltà per le quali mi sarei vista più adatta, non riuscivo a decidere con serenità e la mia coscienza mi allarmava su quanto la mia ansia mi stesse impedendo di capire cosa volevo.

Non avevo mai pensato a Medicina fino a quando non decisi, in un secondo, che avrei fatto quella. Sono stata un po' una "Paola" fulminata sulla via di Damasco. Nei mesi seguenti, per quanto fingessi di stare ancora ponderando, avevo già bell'eddeciso.

Non ho compreso subito i termini del mio sillogismo, fino a quando non sono stata, nel maggio di quello stesso anno (2007), in visita ai campi di sterminio in Polonia, Auschwitz e Birkenau, e in Austria, Mauthausen. In quei luoghi ho realizzato molte cose ma per non disperdere l'argomento, mi concentrerò solo su alcune.

Compresi che per procedere secondo giustizia, una delle cose fondamentali da fare è uscire fuori dal ruolo che la massa, con la sua mole, ha improntato su di te. Ci si può fidare anche dei singoli, ma si deve sempre diffidare quando qualche migliaio di loro sembra essere completamente d'accordo su una cosa. E' umanamente impossibile, se le persone si conservano fedeli alla loro umanità. In quel caso, è successo che qualcuno li ha condizionati. Io sapevo che a quel tempo tutti si sarebbero aspettati da me una scelta universitaria ovvia, Lettere, Archeologia, Scienze Politiche...Così decisi di andare CONTRO, di non fermarmi di fronte all'immagine di me che gli altri avevano costruito.

Capii inoltre che per quanto l'arte, l'appagamento dato da quello in cui ero brava, cioè la scrittura e quant'altro, non sarebbe mai bastato a rendermi felice. Per poterlo essere, dovevo mettermi al servizio della vita, al servizio degli altri. In questo mondo meschino ed individualista, andare CONTRO e curare chi magari mi scruta con la puzza sotto il naso, senza aspettarmi nulla in cambio. Questo mi rende felice.

Ultimamente ho riflettuto sulle "Vocazioni". Ognuno dà un nome alla sua. Bene, la mia vocazione ha due nomi. Si chiama Persone, e Sentimenti.

Per questo insieme di cose io credo di poter rispondere a Lerner...no, io non avrei seguito i protocolli. Piuttosto, avrei voluto seguire nella morte e nella sofferenza i miei pazienti.

Buona Memoria, e buon Futuro, mia piccola stretta umanità.

Ernest Lossa (1929-1944)
Mezzo zingaro orfano di madre, viene allevato insiema alle sorelle nell'orfanatrofio di Augusta dopo la presunta morte del padre, di etnia rom, nel campo di concentramento Mauthausen nel 1939. A seguito di alcuni furti che egli compie a scuola e della difficoltà nel gestirlo, viene ritenuto psicopatico nel 1940. Nel 1942 è trasferito nel sanatorio di Kaufbeuren dove rientra nel progetto nazista "Eutanasia". Viene infine trasferito ad Irsee, dove viene assassinato con un'iniezione letale il 9 aprile 1944, all'età quindi di 12 anni.

Estratto dal programma "Ausmerzen" del 27/01/2011

http://www.youtube.com/watch?v=nGuVeFfizIU

martedì 14 settembre 2010

Storytellers do it better!!! :P

Quando ero piccola mia madre veniva sempre a salutarmi dopo che mi ero messa a letto. Mi chiamava in molti modi affettuosi, ma quello che preferivo in assoluto era "la mia Sherazadhe". Affascinata dalla favola, mi aggiravo nella fantasia affrescata di tetti a cipolla sormontanti palazzi splendidi e silenziosi, veli mossi dal vento sul naso di donne ornate di turchesi, pesanti scimitarre a fare da archi nei giardinetti...
E nella mia precoce e scontatissima vanità, già allora mi sembrava abbastanza appropriato un soprannome simile per me. Mi prendevo l'onere di inventare storie per il fratello e la sorella, mi spaventavo da sola concependo trame da brivido, vagavo con il pensiero tra i pensieri dei personaggi di romanzi nati e mai diventati vecchi. Tra Sandokan, Pinocchio, Jolanda la figlia del Corsaro Nero e Peter Pan il mio universo era già bello e che riempito.
Molti anni dopo, ho incontrato per caso un altra Sherazadhe. In un romanzo di David Grossman, un ebreo internato in un campo di sterminio si salva inventando storie per un nazista, che spera così di poter diventare uno scrittore di fama. E' strano quanto le sue storie siano assurde, senza capo nè cosa. Personaggi enormi, con simbolismi involti in sè stessi e quasi incomprensibili, che emergono nell'ufficio del carnefice, si contorcono annodandosi su loro stessi, ed ecco che il lettore allungando una mano per cercare di scostare questo velo di incomprensione...è rimasto impigliato, e viene trascinato, dimenticandosi dell'ebreo "Sherazada", del suo tremendo salvatore. Essi poi ricompaiono, quando la realtà ripiomba sulla scena, come un paio di pesanti palpebre sbattute. E allora è soltanto chiaro, quanto sia squallida.

Ed ecco qua, per il gusto di guastare, qualche rigaccia scritta circa due anni fa.

"Ecco, rimarrò qua da sola per qualche tempo, sarà questa stanza il mio mondo, il mio amante della notte e del giorno, perché non esiste innamorato più bello di quello che occupa tutte le ore. Pettinerò i capelli e racconterò favole soltanto a me stessa, e se saranno tristi allieteranno questo piccolo cuore come con dolcezza. Non esiste miele per la bocca dell’uomo, allontanalo, non è forse vero che nasciamo per morire e continuiamo a vivere pur sapendolo…eppur spergiuri cerchiamo di convincerci che la felicità esiste.

Tessiamo una rete tra gli sprazzi di gioia concessi e invadiamo il tempo con la fantasia concessaci da un dio invisibile, chi dovremmo ascoltare se non noi stessi?

E se non volete ascoltarvi perché non riconoscete più la vostra voce, o credete di non averla, o cercarla vi costerebbe anni, ormai…ascoltate la mia voce.

Ascoltate la mia favola.

La prima notte la storia durerà infinitamente e senza remore verrà l’alba a strapparmi da voi…ma cosa dovrei fare io se non restare?

Sono la tua Sherazadh, signore, perdona il sorriso, vorrei che fosse ciò che tu desideri da me…eppure racconterò ancora un’altra favola, fino a quando vorrai, anche per mille notti, se lo vorrai. Se mi vorrai."




Esiste un concerto, scritto dal musicista russo Rimsky Korsakov, ispirato alla fiaba di Sherazadhe. Trovo che sia molto bello!






sabato 11 settembre 2010


La mia poesia preferita, in assoluto.

O grande angelo nero

fuligginoso riparami

sotto le tue ali,

che io possa sorradere

i pettini dei pruni,le luminarie dei forni

e inginocchiarmi

sui tizzi spenti se mai

vi resti qualche frangia

delle tue penne.

o piccolo angelo buio, non celestiale nè umano,

angelo che traspari

trascolorante difforme

e multiforme,eguale

e ineguale nel rapido lampeggio

della tua incomprensibile fabulazione

o angelo nero disvelati

ma non uccidermi col tuo fulgore,

non dissipare la nebbia che ti aureola

stampati nel mio pensiero

perchè non c’è occhio che resista ai fari,

angelo di carbone che ti ripari

dentro lo scialle della caldarostaia

grande angelo d’ebano

angelo fosco

o bianco,stanco di errare

se ti prendessi un’ala e la sentissi

scricchiolare

non potrei riconoscerti come faccio

nel sonno, nella veglia, nel mattino

perchè tra il vero e il falso non una cruna

può trattenere il bipede o il cammello,

e il bruciaticcio, il grumo

che resta sui polpastelli

è meno dello spolvero

dell’ultima tua piuma,grande angelo

di cenere e di fumo, miniangelo

spazzacamino.


Eugenio Montale, Satura




martedì 31 agosto 2010


Un testo che ho scritto qualche anno fa per i fratelli Gallagher. Poi quei bastardi si sono scolti...niente più Oasis, niente più canzone...e me ne sto qui, senza la mia fama mondiale XD
Ad ogni modo, questo è il testo scritto da una donna, ma pensata con il pensiero di un uomo che pensa a una donna, Berenice.

"To Berenice" - "A Berenice"

Mad on your grace,

I wanna be always on your side

Always with your breath in my mind

Going up and down

Behind my eyes

As you are there.

It’s enough to hold you in my thoughts

The memory of past blue things

Make me feel so happy

Because of you.

The greatest thing is that

Is naturally for me to think all this.

I can read it on my hands

Before that I put it down writing.

I can hear the vage wind telling me

That the only thing that can give me

The force to leave

A paper just white, in peace,

Is to say the truth

I love you."


So che è semplice e innocente, quasi senza rime. Ma devo dir qualcosa a sua discolpa. Esiste un mio racconto, in cui uno dei miei personaggi ha sempre in testa questa piccola canzoncina. Si chiama Falcon, ed è un ragazzino, praticamente un bambino, scappato di casa per seguire di nascosto il fratello maggiore, a sua volta fuggiasco. Non è stato ricondotto tra le mura di casa soltanto perché il fratello per nulla al mondo avrebbe voluto tornare dopo essere riuscito a staccarsi da quel luogo. Così, si ritrova per il mondo, il volto pallido e i capelli neri, un po' unti come quelli di un adolescente che si arrampica con difficoltà sui sedici anni. E ogni tanto, mentre le pagine scorrono e grandi cose accadono, si sente la sua voce, che canta una o l'altra parola di questa canzoncina.

E' piccolino quel personaggio, è molto lontano dall'essere il protagonista, ma alla fine, come sempre, si ritrova a far grandi cose.

Salva la pelle, gli amici, ritrova il fratello, recupera la fiducia in se stesso, impara a combattere...e si tromba la figlia di un re u.u

Buonanotte :)





sabato 26 giugno 2010

Italia Libera Tutti.

Questo racconto mi è sorto alla mente una sera lontana della mia afona adolescenza, durante la quale tutto quello che la mia mente produceva, tutti gli schizzi rosso fuoco che sfuggivano ai pennelli della mia anima pittrice rimanevano per davvero soltanto qui dentro. E con qui dentro intendo proprio un "io anatomico". Sappiamo tutti che nel lasso di tempo che va dai dieci ai quattordici anni ci giochiamo quella strenua partita, nello stadio stracolmo di ragazzini torciosi pronti a scannarsi l'un l'altro, a seguito della quale diventeremo "qualcuno" oppure "nessuno" per un buon numero degli anni a venire. Io fui come il pugile che si lasciò menare a bordo-ring, divenni uno scarno tisico piccolo mozzo che si accontentava di strofinare il ponte durante le ore del giorno. Si può dire, che parlassi e vivessi soltanto tra le mura di casa, oppure quando sprofondavo con la mente in tutte quelle mie violente e colorate fantasie, dalle quali sono poi scaturiti i miei racconti.
Oh, ma quanto è strano, che non appena mi distragga io cominci a parlare di me.
Per tornare al racconto "Italia Libera Tutti", a quel tempo già avevo sviluppato una particolare sensibilità verso temi quali la guerra, il razzismo, grazie soprattutto alle storie, vissute in prima persona, che avevo ascoltato dai miei nonni e da una zia che visse per anni al piano sotto di noi, una donna grazie alla quale ho conosciuto un mondo che ad immaginarlo ora pare impossibile. (Questa zia, Valeria Maffei, era nata nel 1904. Mi raccontava della sua infanzia, giovinezza, maturità. Aveva già quarant'anni durante la secondo guerra mondiale. Ogni tanti la incontro ancora, nei miei sogni. Passeggia per le strade della Viareggio onirica e mi saluta chiedendomi come sta la famiglia)
L'evento che accese la miccia della mia ispirazione in proposito fu l'aver guardato un film, La notte di San Lorenzo, che mi commosse profondamente. Mi sentii trasportata a fianco di quelle persone, avvertii l'utero che tremava alla morte dei figli, gli occhi che volevano soltanto cadere e rotolare via al frantumarsi di ogni speranza...e nella mente mi rintoccava la consapevolezza che anche io venivo da tragedie come quelle. La storia della mia famiglia era stata martoriata da fatti simili, che tedeschi e fascisti avevano inflitto a chi era carne della mia carne e sangue del mio sangue.
Da tutto questo, sorse dalle acque torbide ed agitate che avevo nel cuore una protagonista.
Seppi che era cieca, ma non lo era stata da sempre. Aveva visto qualcosa, durante la guerra, per la quale i suoi occhi avevano smesso di vedere. La battezzai con un nome che rendesse giustizia a tutta la dolcezza che le rendeva lucida quella sua bocca rosea...Giulia.
Ne scrissi l'inizio, proprio così come lo si può leggere adesso. Il titolo del racconto appena iniziato era allora "L'Italia Libera" (anche se fui indecisa tra Libera e Liberata) e rimase tale per tutti gli anni a venire. Dovetti concludere il racconto per riuscire ad avere il colpo di genio.
Italia Libera Tutti, un gioco di parole. Qui in Toscana, quando i bambini giocano tutti insieme a nascondino, si sente ogni tanto risuonare il grido di "Bomba Libera Tutti!"
Sta a significare che uno dei bambini è riuscito ad arrivare al punto scelto per la "cucca" (la conta) senza farsi vedere e toccandola ha battuto chi doveva cercare e liberato anche tutti gli altri.
"Italia Libera Tutti!"


PS: Ho avuto il coraggio di caricare codesto libriccino su ilmiolibro.it Si può compare da lì, se ne può leggere l'anteprima. Beh se qualcuno capita per sbaglio su questa pagina...spero magari vada a dare un occhiata :)

di teresa del bianco
Libro NARRATIVA 76 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

giovedì 4 febbraio 2010

Stralci dal racconto "L'anonima Guerra"

Lasciamo stare tutto quello che in questo periodo mi dà da pensare, e che è simile a tutto quello che chiunque vive nella sua quotidianeità. Passiamo a qualcosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo sommerso. Qualcosa che non mi permette di addormentarmi la sera, nel mio letto, che attraversa come un fiume il mio subconscio mentre faccio altre cose e mi fa distrarre, qualcosa che scorre e finalmente tace all'interno della mia testa quando finalmente mi metto lì, e scrivo.
Parliamo di storie.

E' da poco passato il 27 gennaio, Giorno della Memoria. E' una data che sento attaccata con ago e filo al mio sentire, forse perchè sono una persona particolarmente sensibile, forse perchè sono un po' giudea nell'indole.
A parte ogni beffa, credo fermamente nell'importanza della memoria di fatti orribili accaduti durante la storia dell'umanità e per mano dell'umanità stessa, appunto perchè trovo che nella rivalsa a cui noi tutti aspiriamo (sì, proprio quella, quella rosa, lucente ed utopica. Quel sogno di cui hanno parlato e per cui hanno lottato in tanti) una buona parte la giochi la storia che ci portiamo dietro.

Questo Argomento mi porta a parlare di una storia a cui sono incredibilmente affezionata. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scriverla, probabilmente all'età di 15-16 anni. Conservo ancora la sua prima stesura (completa! Una delle poche storie che ho portato a termine!) su un quaderno blu dal bordo marrone chiaro, scritta a mano in quella mia calligrafia abbastanza cicciottella. Iniziai a scriverla proprio in occasione di un giorno della Memoria, essendo rimasta molto impressionata da un documentario che raccontava delle atrocità subite dai polacchi (ebrei e non) per mano dei nazisti. Per questo scelsi di dargli un'ambientazione storica, a partire dal settembre 1939, data dell'invasione tedesca in Polonia.
A quell'epoca, l'ambientazione storica mi creava non pochi problemi: per avere una conclusione, l'arco temporale in cui la storia doveva svolgersi doveva essere di parecchi anni, ed io non avevo un'idea esatta di cosa fosse avvenuto durante tutta la guerra in Polonia (a quell'epoca Wikipedia non era ancora di grido e Google per me era un po' una fantascenza da usare solo se in estremo bisogno).
In più, essendo bombardata da professoresse femministe e da suffragette di Amnesty Internetional, che trovavano in me una ragazzina decisa a riempire i loro auditori e cineforum di provincia, mi convinsi che dovevo fare di più, per la memoria. Scrivere una storia ambientata in un paese geografico senza nomi e senza nazioni, rimanendo del tutto nel generale. Quando impossibile, usare degli asterischi per nascondere al lettore qualsiasi riferimento. Anche i nomi dovevano diventare di fantasia. Così, Djula divenne "Amen" (ancora rabbrividisco al ricordo) Piotr si trasformò in "Oak", il nome della protagonista uno inventato di sana pianta, "Bena".
Volevo raccontare una guerra che le raccontasse tutte, per mostrare che tutte le guerre sono uguali, insulse, procurano la stessa identica sofferenza, che si svolgano in Polonia, in Italia, in Medio Oriente o in Ruanda.
Da qui, venne anche il titolo del racconto, "L'Anonima Guerra".

Ora, raccontata così, sembra che io abbia imbastito tutto questo scheletro, prima che inventassi la trama o i personaggi. In realtà, la trama mi venne tutta insieme, come anche i personaggi principali.
Si dipinse per me una casupola in un paesello nella campagna polacca, in cui un padre di famiglia da tutti considerato un po' matto ha comprato con i suoi risparmi una radio, e trae da essa notizie dal mondo esterno. Questo, e le sue idee un po' pazze, che lo portano per esempio a considerare i vicini ebrei come amici, lo hanno dotato di un notevole carisma, e molte persone si recano in casa sua, la sera, per ascoltare la radio insieme a lui. Tra di loro, non può mai mancare sua figlia, Bena, una ragazzina di nemmeno 16 anni, ma che si attira subito gli occhi addosso, visto che invece che ascoltare, come fanno tutti, non fa che fissare un giovane, che lei nel suo pensiero definisce il so fidanzato. E' in una di queste sere che la radio non capta nessun segnale. Silenzio da una parte, e un manipolo di contadini turbati dall'altra. Il giorno successivo, arrivano i tedeschi.


Questa fu la scena svoltasi nel Settembre del 1939 che mi si dipinse in mente, e io sapevo già cosa rendeva speciale tutti i personaggi presenti. Piotr, il carismatico padrone della radio, colui che girava la manopola commentava per primo le notizie. Un contadino che porta gli occhiali, che sa leggere, ha idee proprie, mentalità aperta. Un uomo cocciuto, fatto a rovescio, che non vede differenze tra le persone, di cui tutti sospettano la follia ma che chiunque rispetta.
Sua figlia, Bena, una sognatrice romantica, testarda come il padre. Anche lui, ci sta stretta nei panni della contadina. Ama senza vergogna un giovane ebreo (che si è chiamato Djula, poi Amen, adesso si chiama Dawid) e che è colei che deve fare i conti con la madre quando sia lei che il padre la mettono in imbarazzo.

I miei personaggi e la loro storia sono nati in Polonia, poi sono cresciuti in un paese non identificato, e quando la storia è finita, alcuni anni dopo, si sono ritrovati in Polonia. Attualmente, sto riscrivendo l'intera storia (la trama rimane più o meno la stessa) e l'ambientazione è tornata quella originaria. Credo che l'idea della guerra anonima fosse buona, ma rendeva il racconto molto scollegato, quasi i vari episodi fossero stati ripescati da vari luoghi comuni su quello che accade nelle zone martoriate dalla guerra e fossero stati mescolati, per riemergere in ordine sparso. Come se i miei personaggi corressero su un percorso ad ostacoli dal quale saltavano fuori dei bersagli casuali, e loro dovessero soltanto cercare di non scontrarvisi.

Visto che non ho intenzione di svelare la trama del racconto, cercherò di parlare di queste figure che vi si muovono, e perdonatemi se mi dilungherò o capirete poco o nulla di loro. Il fatto è che li amo molto.

Bena
La protagonista. All'inizio della storia, ha quasi sedici anni ed è molto angustiata con il mondo perchè non è lei la figlia maggiore, e quindi non può sposarsi. E' innamorata di un giovane ebreo, Dawid, che la riama e le ha promesso che se ne andranno insieme, dove nessuno li conosce, quando avrà racimolato un po' di soldi. Quando il sipario si alza su di lei, Bena non fa altro che pensare a Dawid, o almeno si sforza di fare così.
Spesse volte mi sono chiesta come potesse essere che Dawid amasse Bena. E' vero, è bella, ma la bellezza è una caratteristica più o meno ubiquitaria. In realtà lei è quasi una bambina, vive in un mondo fiabesco, che non si spezza anche quando gli eventi cominciano a precipitare. Allo stesso tempo, possiede un'energia fuori dal comune, che le permette di vivere in molti posti contemporaneamente: nel futuro ancora incerto con il suo innamorato, nel presente nel quale deve lavorare nei campi ed occuparsi di fratelli minori e casa, nell'onnipresente dimensione nella quale può pensare autonomamente e lasciarsi andare alla propria logica, ereditata dal padre, e dipingere il mondo secondo le proprie impressioni e la propria intelligenza.
Difetti: tende chiaramente alla fissazione e all'estraneamento. C'è qualcosa di un po' autistico nella perseveranza che questa ragazza ha di sè stessa. Per anni in cui non incontra Dawid, riesce a rimanere convinta di essere innamorata di lui, allo stesso tempo riesce a trovare un'altra ancora umana alla realtà (vedremo poi chi) sviluppando per essa una vera e propria dipendenza. nei momenti di pericolo difficilmente la raggiunge il panico o la disperazione. In quei momenti, i pensieri futili, i ricordi o semplicemente la determinazione la spingono. Forse è proprio per questo suo carattere che mi è tanto difficile mostrare le cose attraverso il suo punto di vista.

Alcune cose carine che ho scovato sul suo nome vero, Kamila (in questa versione del racconto, Bena è il soprannome con cui tutti la chiamano):
  • Una tipo di farfalla si chiama così.


  • Camilla significa "Ministro di Dio, Sacerdote/Sacerdotessa, Colui/Colei che partecipa alle cerimonie".
  • Camilla è un personaggio che si incontra nell'Eneide di Virgilio: alleata di Turno, guida il suo popolo di vergini guerriere in stile amazzoni; quando rimane uccisa, la sua morte è vendicata dalla dea Diana.
  • Camilla è uno dei più grandi asteroidi della Fascia Principale, orbitante attorno al Sole.
  • Esiste un film intitolato: "Camilla - Un amore proibito"
  • Esiste un fiore con questo nome, Iris Camillae.
Assicuro che sono tutte cose molto appropriate :)